PIL, la prova ontologica dell’esistenza del Capitalismo

Cercando di tirare “il sasso oltre la siepe” Fabrizio Marchi nel suo articolo [1] si chiede se “ci si debba rassegnare a questa vita”. Ecco, noi dovremmo restaurare una forma libera e critica di religiosità, anzi di preghiera; alzandoci la mattina e ponendoci una domanda “ultima”, “trascendente” come quella di Fabrizio. La “vera” religione è quella di farsi domande “divine” non di ripetere risposte umane spacciate per non discutibili. Dunque preghiamo un po’. Nello “sferragliar d’arme” della settimana elettorale e sicuri dell’oblio prospettico, passa sulle agenzie una notiziola: tra gli indicatori del PIL saranno incluse attività illegali quali prostituzione, spaccio di droga e contrabbando. Ovviamente il trattamento mediatico è “banalizzante” e simpatico tipo “prostitute nuovo asset strategico della produzione” e compagnia sorridendo. Sorrido anch’io pensando al “povero” Saviano, che ora rischia di mettersi contro oltre che i “casalesi” anche l’ISTAT. Giungiamo le mani – o a scelta, loto e respirazione profonda – e iniziamo a pregare.
Conosco due “Giorgio” grandi critici del PIL: Giorgio Nebbia, merceologo per il quale la produzione non può essere ridotta ad un quantum indeterminato ma va valutata nel suo fine (output direbbero oggi gli anglo-informatici), insomma “se produce roba bona!”, e Giorgio Ruffolo per il quale il “paniere” deve essere assolutamente “riformato” e deciso politicamente includendo la qualità dei salari e dei servizi. Tra i due c’è una differenza di fondo: il più importante “merceologo” italiano (e forse europeo) è contrario al PIL, il più onesto e serio dei “riformisti” italiani è per la sua gestione. Il PIL, appunto, cioè la prova ontologica dell’esistenza del Capitalismo: “Se c’è produzione c’è Capitalismo” (la prova di Sant’Anselmo “Penso Dio, quindi Dio c’è). Il PIL, il parametro assoluto, che poi serve ad orientare gli investitori, la finanza. Possiamo continuare a dibattere con i “Giorgio” sull’essenza del PIL oppure trarre ulteriori argomenti per il giudizio generale sul destino nichilista del Capitalismo, alla Emanuele Severino. Interessa invece qui cogliere il significato più circoscritto, storico.
Dentro la crisi catastrofica e la difficoltà a riprendere la “crescita”, “comandamento” (nel senso dei 10 mosaici) unico del nichilismo capitalista, – si contabilizza tutto per offrire nuovi settori di investimento ai “finanzieri” , delle bolle che essendo vecchie come il mondo ( vedi prostituzione) si pensano stabili come la “scabbia”.
Concludendo:
1) il capitalismo assoluto, post borghese, può far a meno della sua particolare visione del mondo (quella borghese) che è la “ coscienza infelice” dell’io diviso, delle maschere pirandelliane, dell’aspettando Godot, più terra-terra l’ipocrisia, insomma il “vorrei ma non posso”. Il capitalismo assoluto torna da una parte ai suoi segnacoli pre-borghesi del mercantilismo predatorio e corsaro, del pirata Drake che avvia l’accumulazione inglese mentre dall’altra stabilizza, nella precarizzazione, la sua “vis” trans-borghese, cioè di tutti quei “modi di produzione” colonialisti e schiavistici usati ben dentro la “forma Capitale” tanto da trasformarlo in “imperialismo”;
2) la tendenza a legalizzare l’illegalità significa distruzione del legame sociale, basato sulla cogenza della legge, ovvero sulla separazione “terrena” (cioè non eterna ma storica) del bene dal male. E’ la “fase suprema” del concetto storico più denso della Thatcher: “La società non esiste”;
3) L’economia politica, intesa come scienza, è esplosa, cioè “Dio è morto”. L’economia politica, come previde la mente altissima di Claudio Napoleoni, non ha alcuna possibilità di fondare il “valore”, ovvero il suo oggetto di scienza, e perciò lo spezzetta in tanti indicatori, in tante pratiche da somministrare. Insomma l’economia è una “psicologia dei popoli”, si veda il caso dell’ideologismo chiamato “debito pubblico”, ma una psicologia autoritaria – alla Foucault, per capirci – da somministrare. Ecco la novità recente, in presenza del morire del legame sociale, l’economia si fa “lex” attraverso i suoi parametri PIL – debito eccetera e crea gli “stati”, gli stati sociali (i tre stati della Francia luigina). “Per te precario, sfigato di tutte le bande che ti sbatti tra lavoro/non-lavoro valgono i “vincoli del debito”; “per te politico e anche finanziere per misurare i rapporti (di potenza e di opportunità speculative) tra nazioni vale il “PIL”. Quel parametro “falsissimo”, scientificamente, ci dice, dialetticamente, che è “verissimo” politicamente, cioè è un buon strumento “governamentale”, segnalando (con ulteriore negazione dialettica) però il suo limite di governo, quello di stabilizzare le linee di frattura sociale, le rotture tra gli “stati”, dunque alimentare il conflitto.


1. http://www.linterferenza.info/editoriali/il-sasso-oltre-la-siepe/


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