“Questione ebraica”, antisemitismo e Sionismo

“Consideriamo l’ebreo reale mondano, non l’ebreo del Sabbath, come fa Bauer, ma l’ebreo di tutti i giorni. Cerchiamo il segreto dell’ebreo non nella sua religione, bensì cerchiamo il segreto della religione nell’ebreo reale.

Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro.

Ebbene. L’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo. Un’organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico, dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella vitale atmosfera reale della società.

D’altro lato: se l’ebreo riconosce come non valida questa sua essenza pratica e lavora per la sua eliminazione, egli si svincola dal suo sviluppo passato verso l’emancipazione umana senz’altro, e si volge contro la più alta espressione pratica dell’autoestraneazione umana.

Noi riconosciamo dunque nel giudaismo un universale elemento attuale antisociale, il quale, attraverso lo sviluppo storico, cui gli ebrei per questo lato cattivo hanno collaborato con zelo, venne sospinto fino al sua presente vertice, un vertice sul quale deve necessariamente dissolversi. L’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione dell’umanità dal giudaismo…

…L’ebreo si è emancipato in modo giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro, ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui e senza di lui è diventato una potenza mondiale, e lo spirito pratico dell’ebreo, lo spirito pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei.

Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo. La terra ai loro occhi altro non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di diventare più ricchi dei loro vicini. Il traffico si è impossessato di tutti i loro pensieri, lo scambio degli oggetti forma il loro unico svago. Quando viaggiano, si portano in giro, per così dire, le loro merci e il loro banco sulla schiena, e non parlano che di interessi e di guadagno. Se per un istante perdono d’occhio i loro affari ciò avviene soltanto per ficcare il naso in quelli degli altri”.

Invero la signoria pratica del giudaismo sul mondo cristiano ha raggiunto nel Nordamerica l’espressione non equivoca, normale, così che l’annunzio stesso del Vangelo, la predicazione cristiana è divenuto un articolo di commercio, e il commerciante fallito traffica in Vangelo come l’evangelista arricchito traffica negli affari…

…ll giudaismo si è mantenuto a lato del cristianesimo non soltanto come critica religiosa del cristianesimo, non soltanto come dubbio vivente sulla nascita religiosa del cristianesimo, ma parimenti perché lo spirito pratico-giuda, perché il giudaismo si è mantenuto nella società cristiana, anzi vi ha ottenuto la sua massima perfezione. L’ebreo, che sta nella società civile come membro particolare, è solo la manifestazione particolare dei giudaismo della società civile. Il giudaismo si è conservato non già malgrado la storia, bensì per la storia. Dalle sue proprie viscere la società civile genera continuamente l’ebreo. Qual era in sé e per sé il fondamento della religione ebraica? Il bisogno , l’egoismo. Il monoteismo dell’ebreo è perciò, nella realtà, il politeismo dei molti bisogni, un politeismo che persino della latrina fa un oggetto della legge divina. Il bisogno pratico, l’egoismo, è il principio della società civile, ed emerge come tale puramente, non appena la società civile abbia completamente partorito lo Stato politico. Il Dio del bisogno pratico e dell’egoismo è il denaro. Il denaro è il geloso Dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro Dio può esistere.

Il denaro avvilisce tutti gli Dei dell’uomo e li trasforma in una merce. Il denaro è il valore universale: per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l’essenza, fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed egli l’adora. Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano. La cambiale è il Dio reale dell’ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria. La concezione che si acquista della natura sotto la signoria della proprietà privata e del denaro, è il reale disprezzo, la pratica degradazione della natura, che esiste bensì nella religione ebraica, ma esiste soltanto nell’immaginazione.

Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo della teoria, dell’arte, della storia, come fine a se stesso, è il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell’uomo del denaro. Lo stesso rapporto sessuale, il rapporto tra uomo e donna ecc., diviene un oggetto di commercio!

La chimerica nazionalità dell’ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell’uomo del denaro. La legge, campata in aria, dell’ebreo è soltanto caricatura religiosa della moralità campata in aria e del diritto in generale, dei riti soltanto formali, dei quali si circonda il mondo dell’egoismo.

Il gesuitismo giudaico, il medesimo gesuitismo pratico che Bauer indica nel Talmud, è il rapporto del mondo dell’interesse individuale con le leggi che lo dominano, la cui astuta elusione è l’arte suprema di questo mondo. Invero, il movimento di questo mondo entro le sue leggi è necessariamente una costante soppressione della legge. Il giudaismo, come religione, non ha potuto, da un punto di vista teorico svilupparsi ulteriormente, poiché la concezione del bisogno pratico è per sua natura limitata e si esaurisce in pochi tratti. La religione del bisogno pratico, per la sua essenza, poteva trovare il compimento non nella teoria ma soltanto nella prassi, appunto perché la sua verità è la prassi.

Il giudaismo non poteva creare un nuovo mondo; esso poteva solo attirare nell’ambito della propria attività le nuove creazioni ed i nuovi rapporti del mondo, perché il bisogno pratico, il cui intelletto è l’egoismo, si comporta passivamente e non si amplia a piacere, ma si trova ampliato con il progressivo sviluppo delle condizioni sociali. Il giudaismo raggiunge il suo vertice col perfezionamento della società civile; ma la società civile si compie soltanto nel mondo cristiano. Soltanto sotto la signoria del cristianesimo, che rende esteriori all’uomo tutti i rapporti nazionali, naturali, etici, teoretici, la società civile poteva separarsi completamente dalla vita dello Stato, lacerare tutti i nostri legami dell’uomo con la specie, porre l’egoismo, il bisogno particolaristico, al posto di questi legami con la specie, dissolvere il mondo degli uomini in un mondo di individui atomistici, ostilmente contrapposti gli uni agli altri. Il cristianesimo è scaturito dal giudaismo. Nel giudaismo esso si è nuovamente dissolto. Il cristiano era fin da principio l’ebreo teorizzante, l’ebreo è perciò il cristiano pratico, ed il cristiano pratico è diventato nuovamente ebreo.

Solo in apparenza il cristianesimo aveva superato il giudaismo. Esso era troppo nobile, troppo spiritualistico per rimuovere la grossolanità del bisogno pratico in altro modo che mediante l’elevazione nel puro aere.

Il cristianesimo è il pensiero sublime del giudaismo, il giudaismo è la piatta applicazione del cristianesimo, ma questa applicazione poteva diventare universale soltanto dopo che il cristianesimo in quanto religione perfetta avesse compiuto teoricamente l’autoestraneazione dell’uomo da sé e dalla natura. Appena allora il giudaismo poteva pervenire alla signoria universale e fare dell’uomo espropriato, della natura espropriata oggetti alienabili, vendibili, caduti sotto la schiavitù del bisogno egoistico, del traffico. L’alienazione è la pratica dell’espropriazione. Come l’uomo, fino a che è impigliato nella religione, sa oggettivare il proprio essere soltanto facendone un estraneo essere fantastico, così sotto il dominio del bisogno egoistico egli può operare praticamente, praticamente produrre oggetti, soltanto ponendo i propri prodotti, come la propria attività, sotto il dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il significato di un essere estraneo: il denaro.

Il cristiano egoismo della beatitudine nella sua pratica compiuta si capovolge necessariamente nell’egoismo fisico dell’ebreo, il bisogno celeste in quello terreno, il soggettivismo nell’egoismo. Noi spieghiamo la tenacia dell’ebreo non con la sua religione, ma piuttosto con il fondamento umano della sua religione, il bisogno pratico, l’egoismo.

Poiché l’essenza reale dell’ebreo nella società civile si è universalmente realizzata, mondanizzata, la società civile non poteva convincere l’ebreo della irrealtà della sua essenza religiosa, che è appunto soltanto la concezione ideale del bisogno pratico. Non quindi nel Pentateuco o nel Talmud, ma nella società odierna noi troviamo l’essenza dell’ebreo odierno, non come essere astratto ma come essere supremamente empirico, non soltanto come limitatezza dell’ebreo, ma come limitatezza giudaica della società. Non appena la società perverrà a sopprimere l’essenza empirica del giudaismo, il traffico ei suoi presupposti, l’ebreo diventerà impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun oggetto, perché la base soggettiva del giudaismo, il bisogno pratico si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell’esistenza individuale sensibile con l’esistenza dell’uomo come specie.

L’emancipazione sociale dell’ebreo è l’emancipazione della società dal giudaismo”.

 

Questi sopra sono alcuni stralci dal noto articolo di Karl Marx, “Sulla questione ebraica”, scritto nel 1843.  Naturalmente non potevamo riportare l’intero articolo che di fatto ha le dimensioni di un pamphlet. Abbiamo riportato quelle parti che potrebbero oggi essere “incriminate” con l’infamante accusa di “antisemitismo”. E in effetti, anche allora (ma anche successivamente e fino ai nostri giorni) quel breve testo suscitò, ovviamente, diverse strumentali polemiche, perché c’è chi tuttora sostiene che quelle pagine di Marx siano intrise di un sentimento antisemitico.

L’intento di Marx era in realtà di dimostrare, in polemica con Bauer (esponente della cosiddetta “sinistra hegeliana”), come la questione dell’emancipazione degli ebrei (posta dallo stesso Bauer su un piano puramente teologico e di conquista di diritti politici da parte degli ebrei nei diversi stati europei) fosse possibile soltanto attraverso l’abbandono da parte di questi del giudaismo. E questo – spiega Marx – perché il traffico, il denaro, il profitto (e quindi lo sfruttamento), che sono alle fondamenta della società capitalistica, sono parte dell’essenza del giudaismo stesso, soprattutto nella sua concreta e reale determinazione pratica (che è ciò che conta, nell’interpretazione marxiana e più umilmente anche nella nostra). Marx insiste inoltre sul legame stretto che esisterebbe fra Cristianesimo e Giudaismo (il primo sarebbe un derivato del secondo) e su come la tematica dei diritti politici degli ebrei posta da Bauer sia un aspetto puramente formale nel momento in cui l’Ebraismo, nella sua dimensione concreta, è di fatto dominante nella società (capitalista). Ma su tutto ciò rimandiamo, ovviamente, alla lettura integrale del testo.

L’emancipazione dell’ebreo, così come di tutti gli esseri umani, dipende quindi, in ultima analisi – sempre secondo Marx – dal superamento della società capitalistica, e contestualmente del giudaismo che ne costituisce uno dei suoi fondamenti ideologici.

Non ho dubbi sul fatto che se qualcuno, un Marx redivivo o un qualsiasi illustre sconosciuto, facesse oggi quelle stesse considerazioni, in un contesto storico come quello attuale dominato dall’ideologia politicamente corretta, verrebbe tacciato di antisemitismo, sottoposto a linciaggio mediatico, ad ogni sorta di ostracismo, pubblico e privato, e sicuramente perseguito.

Mutatis mutandis, e venendo ai nostri giorni, dal nostro ben più modesto pulpito, noi riteniamo che la reale emancipazione degli ebrei possa darsi solo nel momento in cui questi abbandoneranno il Sionismo (come hanno fatto coraggiosamente molti). E’ proprio quest’ultimo infatti, secondo il nostro modo di vedere, ad alimentare quel sentimento più o meno diffuso di ostilità nei confronti degli ebrei, che va ben oltre il tradizionale antisemitismo dell’estrema destra razzista e neonazista. E’ l’identificazione, ormai di fatto avvenuta (di cui sono responsabili Israele e i gruppi sionisti internazionali), tra gli ebrei e il sionismo – cioè un’ideologia nazionalista sciovinista, aggressiva ed essa stessa razzista, funzionale all’espansionismo imperialista dello stato di Israele – ad alimentare quel sentimento che in alcuni casi si traduce in antisemitismo. Il concetto, in realtà, è improprio e anche abusato perché, storicamente parlando, anche gli arabi sono di origine semita; di fatto però il termine viene utilizzato ormai da tempo per indicare un sentimento razzista nei confronti dei soli ebrei.

Ora, succede che anche il nostro giornale è stato accusato di sostenere tesi antisemite e addirittura è stato inserito dall’Osservatorio sull’antisemitismo (di fatto una struttura sionista) in una sorta di lista di proscrizione insieme ad altre testate, associazioni e movimenti che si battono contro il regime di apartheid e l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele.

Si tratta, ovviamente, di spudorate menzogne, e di un atto gravissimo che ha la finalità di intimorire tutti coloro che sostengono il diritto del popolo palestinese a combattere per liberarsi dalla occupazione sionista della propria terra.

Ci consoliamo sapendo che siamo in eccellente compagnia…

Karl Marx, dunque, antisemita? Se tanto mi dà tanto, come si suol dire, e se i criteri per formulare tale giudizio sono quelli dell’Osservatorio sull’antisemitismo, dovremmo rispondere senz’altro di sì.

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Fonte foto: Youtube (da Google)

 

2 commenti per ““Questione ebraica”, antisemitismo e Sionismo

  1. Carlo Felici
    25 luglio 2017 at 16:49

    L’analisi di Marx rivela due punti importanti:il primo è che la questione ebraica non è una questione nazionale, deve essere trattata in conformità con le condizioni che la circondano ed è diversa da stato a stato. Il secondo, invece è che questa questione si è trasformata da teologica al tempo del feudalesimo a questione politica nell’età dell’ascesa della borghesia. La sua soluzione dipende da una soluzione del sistema borghese stesso, cioè dalla sua eliminazione. Da tale soluzione infine non avremo l’eliminazione degli ebrei né la loro liberazione ma avremo piuttosto per Marx la liberazione dall’ebraismo e anche dalla religione. Scrive infatti Marx “”l’emancipazione sociale dell’ebreo [come individuo religioso] è l’emancipazione della società [civile] dal giudaismo [cioè dal dominio del denaro]” Ci sono cause storiche riguardanti l’uso del denaro da parte degli ebrei che Marx non considera, come il fatto che, dal Medioevo, questa fu una pratica indotta spesso dall’esclusione sociale, come metodologia non solo richiesta ma anche accettata dal contesto in cui agli ebrei erano negate altre pratiche. E da ciò trarre l’origine del capitalismo direi che è molto azzardato. Oggi bisognerebbe capire cosa si intende per sionismo, se il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e quindi ad avere uno Stato che ancora molti vorrebbero cancellato dalla carta geografica, oppure se, invece, con ciò, intendiamo una tendenza nazionalista ad espandere i territori ebraici a danno di altri. Consideriamo che spesso movimenti sionisti ed antisionisti sono stati del tutto speculari, che proprio gli attentati e la metodologia violenta di aggressione da parte dello stato israeliano è stata innescata o favorita anche da movimenti aggressivi o violenze messe in atto contro gli stessi ebrei, solo che alla fine il bilancio resta sempre più pesante a scapito dei palestinesi. Quindi distinguerei un sionismo classico da un neosionismo condannato persino da autorevoli pensatori ebraico come Yeshayahou Leibowitz il quale denuncia l’utilizzo del denaro per favorire l’occupazione di territori a scapito della creazione e del miglioramento dei servizi come quello sanitario e scolastico. In definitiva, io non credo oggi si possano adottare queste tesi di Marx come una sorta di manifesto o tanto meno farle proprie, dato che vanno contestualizzate storicamente e sono sicuramente inadatte ad una precisa analisi storica e storiografica. D’altra parte, ritengo, altresì, che oggi in Israele vada ben distinto il sionismo classico (quello che appunto tende a tutelare l’esistenza dello stato di Israele) dal neosionismo territoriale, associato a pratiche violente e repressive. Israele c’è anche se è stato costruito come una sorta di stato-ghetto ed è comunque uno stato che ambisce ad essere democratico, anche se poi nei fatti stenta ad esserlo, bisogna quindi evitare che coloro che, anche nella loro impostazione di base, non sono movimenti democratici, in Israele e altrove, impedisceno il consolidarsi e l’evolversi di questa democrazia, che tende tra l’altro, anche mediante la costruzione di muri, in definitiva inutili, ad autoghettizzarsi. Perché, in ultimo, l’antisionismo ad oltranza non fa che alimentare forme improprie, settarie e razziste di neosionismo territoriale. Tralascio le considerazioni sulla cultura e religione ebraica che mi porterebbero molto lontano, ma che pur considero basilare per lo sviluppo complessivo della civiltà umana e della stessa democrazia, nella sua evoluzione da concetto maschile e territoriale a concetto universale

    • Fabrizio Marchi
      25 luglio 2017 at 19:29

      Allora…ci sono tanti ebrei antisionisti che contestano l’idea che debba esistere uno stato ebraico e ancor più che questo si dovesse costruire su un territorio abitato da altri. Il fatto che oggi Israele esista e sia una realtà di fatto è un altro discorso. Nessuno pensa ormai (neanche più Hamas) di dover o poter buttare a mare gli israeliani. Lo stesso discorso può essere applicato anche agli USA, nati sul genocidio dei pellerossa e anche ad altri stati.
      Per quanto riguarda il sionismo, questo è sicuramente la seconda cosa che hai citato, e cioè “una tendenza nazionalista ad espandere i territori ebraici a danno di altri”. (tue parole). Non è un mistero per nessuno che Israele non abbia ancora confini definiti (per sua stessa volontà) perché il suo orizzonte è quello dell’espansione. I suoi stessi simboli, la bandiera nazionale, stanno lì a significarlo. Quindi il discorso non si pone.
      E non si pone neanche quello della violenza israeliana come risposta alla violenza dei palestinesi o di movimenti antisionisti. Sono i palestinesi a vivere occupati in un regime di apartheid violento e razzista, e non gli israeliani. E in quanto occupati e sottoposti a tale regime hanno tutto il diritto di ribellarsi, ed eventualmente anche di utilizzare il terrorismo (fermo restando che il terrorismo di stato israeliano è dieci volte più violento e sanguinario di quello palestinese). E non sono certo stati i palestinesi per primi nella storia a far ricorso al terrorismo…Ti ricordo, a te che sei un socialista storico, che anche Craxi, in uno dei suoi più celebri interventi alla Camera (peraltro da presidente del Consiglio), sostenne il diritto dei palestinesi alla lotta armata (criticò l’uso del terrorismo perché secondo lui non avrebbe favorito la causa palestinese, ma non la lotta armata in quanto tale…)
      https://youtu.be/8as9n_J-Pvo
      Il discorso, quindi, non regge. Sarebbe come a dire che il regime razzista bianco sudafricano reagiva violentemente in risposta alla violenza dei movimenti antiapartheid. Non regge…
      Il discorso sull’antisionismo che alimenterebbe il sionismo (quello che fai tu) non regge sotto ogni punto di vista. E’ come dire che l’antifascismo alimentava il fascismo e via discorrendo. Suvvia…Che poi l’antifascismo (che è una cosa serissima…) sia stato utilizzato in modo ipocrita e strumentale nel corso dei decenni e anche oggi per coprire ideologicamente il sistema politico a guida democristiana e oggi l’attuale, è tutt’altro discorso ancora sul quale sono ovviamente d’accordo. Ma è un’altra cosa.
      Dopo di che nessuno ha mai detto che ogni ebreo che emigra in Israele è un sionista, così nessuno ha mai detto che Muntzer era un socialista (il socialismo non era ancora nato…). Resta il fatto che il sionismo, piaccia o meno, è tuttora l’ideologia di riferimento dello stato di Israele.
      Su Marx. Non ho voluto decontestualizzare un bel nulla. Sono un convinto sostenitore della necessità di contestualizzare storicamente sempre tutto. Il riferimento a Marx non era inteso in quel senso. Volevo soltanto evidenziare l’atteggiamento strumentale di chi criminalizza coloro che si battono per i diritti del popolo palestinese (quello che è stato privato del diritto all’autodeterminazione, non dallo spirito santo, ma dallo stato di Israele), come è successo a noi, che siamo stati inseriti in quella vergognosa lista di proscrizione che di fatto è una segnalazione ai servizi israeliani. Lo stesso Marx fu accusato di antisemitismo per quell’articolo, né più e né meno di come succede a noi e ad altri, anche se il contesto storico, ovviamente, è completamente cambiato.
      In particolare rispetto a quest’ultimo punto, in tutta franchezza e amicizia, caro carlo, mi pare di poter dire che non hai colto il senso dell’articolo. Forse un pizzico di faziosità su un tema assai delicato come quello israelo-palestinese su cui alcuni socialisti da sempre hanno una posizione ambigua.

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