Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?

“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo,  indirettamente, anche di Negri) – e perché creerà – secondo Negri –  le condizioni per il passaggio ad una società libera dalla schiavitù del lavoro salariato (magari, diciamo noi…), anche grazie alla Tecnica che “libera” e “libererà” masse sempre più crescenti dalla schiavitù del lavoro, e quindi, in ultima analisi, verso una società comunista, sia pure di là da venire. Un passaggio, questo, che non prevede mediazioni (lo Stato, la Politica, i Partiti o la conquista del Potere Politico) ma è il risultato di un processo di fatto inevitabile, anche se ovviamente non del tutto spontaneo. Spetterà ai nuovi “lavoratori salariati cognitivi”, cioè la punta più avanzata del mondo del lavoro perché situata nel punto più alto dell’organizzazione capitalista della produzione, condizionare e indirizzare tale processo nella direzione auspicata, anche mobilitando le cosiddette “moltitudini”, cioè tutta quella vasta gamma di nuovi soggetti, le donne, evidentemente considerate come una “categoria” oppressa e discriminata in quanto tale (nessuna novità rispetto alla narrazione femminista di sempre e da tempo uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia dominante), i migranti e tutti coloro che in forme diverse sono sottoposti al rapporto di produzione capitalistico (mi scuso per la estrema semplificazione  ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti).

Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto che da allora il processo di globalizzazione capitalista sia stato imposto attraverso la guerra imperialista permanente (con tutti gli effetti del caso…) sembra essere un particolare secondario e non influire sul giudizio complessivamente positivo dello stesso (e infatti, come noto, i centri sociali che fanno riferimento all’area “negriana” non si sono particolarmente distinti, per usare un eufemismo, nel sostegno alla Siria o al Donbass…). E che questa guerra totale abbia tentato di disintegrare e molto spesso disintegrato stati, nazioni, popoli, comunità, etnie, culture, identità, sembra esserlo ancor più (secondario).  Ma questo non ha nessuna importanza per Negri e compagni, perché i concetti di stato e ancor più di nazione sono considerati come pura “barbarie”, come vicende tribali “che hanno causato solo disastri”. Cosa in gran parte vera, perché non c’è dubbio che certo nazionalismo, in particolare quello che ha dominato in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo (ma anche nei secoli precedenti) abbia rappresentato la bandiera ideologica (falsa coscienza) per giustificare le guerre imperialiste e la dominazione coloniale. Non c’è però altrettanto dubbio che è esistito anche un nazionalismo “progressista” – penso proprio ai movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo (fra cui anche molti movimenti comunisti dove l’elemento di classe si sovrapponeva a quello nazionale, basti pensare al Vietnam o a Cuba) a partire da quelli arabi ma non solo – che proprio sulla rivendicazione dell’identità culturale e nazionale (e talvolta religiosa) dei popoli fondava la sua ragion d’essere, come è inevitabile che sia. Del resto è risaputo che per fiaccare la resistenza di un popolo sottomesso è necessario distruggere le sue radici e la sua storia, in altre parole la sua identità (una parolaccia, per i post-operaisti e per tutta la “sinistra” contemporanea, sia essa liberal o radical…), cosa che le varie dominazioni coloniali hanno sempre cercato di fare nel modo più lucido e sistematico. A poco o nulla serve ricordare che anche per Lenin e i bolscevichi la “questione nazionale” non era affatto sottovalutata (Lenin, in un suo scritto “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” scrive, fra le altre cose, che “Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E’ necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola”). Ma tutto ciò rappresenta, al meglio, per i post-operaisti, solo zavorra se non peggio, un ostacolo sul cammino della liberazione totale dell’umanità e del “desiderio”.

In questa visione delle cose, è importante rilevarlo, il concetto di internazionalismo proletario, finisce inevitabilmente a confondersi e a sovrapporsi completamente con quello di “cosmopolitismo”, cioè con una sorta di neo universalismo (neo) kantiano, naturalmente distorto e piegato alle esigenze ideologiche e politiche delle elite capitaliste dominanti. L’orizzonte è appunto quello della distruzione di ogni identità culturale, statuale, nazionale (che non è detto che debba avere necessariamente un carattere reazionario; erano forse reazionari gli indiani americani, gli aborigeni australiani, gli algerini e tutti i popoli che hanno combattuto e talvolta vinto contro il dominio coloniale?) e l’abbattimento di ogni ostacolo, sia esso di ordine politico o culturale, che possa essere di impedimento al processo di globalizzazione capitalista, che significa di fatto la globalizzazione dei mercati ma niente affatto dei diritti (il capitalismo convive allegramente con le monarchie semifeudali saudite, con la società divisa in caste indiana, con lo stato-partito cinese, e gli stati occidentali stanno gradualmente adeguando il loro sistema di garanzie sociali sul modello di quelli asiatici per poter essere competitivi con questi ultimi ). Ma quello che non si capisce, a questo punto, è quale possa essere il terreno e anche lo spazio politico e fisico per poter sviluppare una conflittualità antagonista (di classe) dal momento che si esclude, per coerenza, l’ipotesi di una rottura e di una uscita dal sistema. Le ricadute concrete, infatti, in termini politici, di questa concezione, si traducono nella scelta di  rimanere all’interno delle strutture del dominio capitalista, cioè l’UE e l’eurozona, escludendo a priori la possibilità che un processo politico e sociale all’interno di uno degli stati membri (ad esempio l’affermazione politica ed elettorale di un fronte democratico, popolare e socialista) possa portare quello stesso stato a recuperare la sua autonomia politica e sottrarsi, sia pure parzialmente, ai diktat delle elite capitaliste globaliste dominanti. Viceversa – sostengono i nostri amici – il sistema dovrebbe essere cambiato dal “di dentro”, cioè attraverso quel processo cui facevo cenno in apertura. La qual cosa, dal mio punto di vista, è quanto meno contraddittoria. Come si può infatti pensare di esercitare una egemonia e addirittura cambiare radicalmente una istituzione che è strutturalmente un progetto capitalista e imperialista?  La vicenda greca è significativa da questo punto di vista (e non a caso Negri difende le scelte politiche sia di Tsipras che di Varoufakis) e in tal senso rimando ad un mio vecchio articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/la-necessita-della-mediazione-e-il-coraggio-della-rottura/

Come dicevo, la globalizzazione, attraverso la guerra e il saccheggio sistematico delle risorse dei paesi del terzo mondo ha portato alla distruzione e alla spoliazione di intere aree, creando il fenomeno, non certo nuovo, della migrazione di grandi masse, che in moltissimi casi hanno perso anche quel poco che avevano, verso le “metropoli” occidentali.

Naturalmente questa massa di manodopera costituita dagli immigrati va a premere sui lavoratori occidentali e a fungere come da arma di ricatto su questi ultimi, con due ricadute, entrambe funzionali al capitale:

  • l’abbassamento del costo del lavoro, con conseguente riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la distruzione o la riduzione ai minimi termini del welfare e dei diritti sociali e ultimamente (vedasi l’attacco delle oligarchie finanziarie europee alle Costituzioni democratiche dei vari stati scaturite dalla guerra contro il nazifascismo e considerate obsolete), anche di quelli civili;
  • la competizione fra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati, la cosiddetta “guerra fra poveri” che, ovviamente, viene alimentata ad arte dalla variante neo populista di destra del sistema capitalista (Trump, Le Pen, Salvini e neo destre sia dell’ovest che dell’est europeo).

Nello stesso tempo, la globalizzazione ha provocato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione: le imprese dei paesi sviluppati vanno a produrre nei paesi del terzo mondo dove il costo del lavoro è bassissimo, i lavoratori sono completamente privi di diritti (e di certo le imprese e le multinazionali occidentali non fanno nulla per portarglieli, alla faccia di chi sostiene che la globalizzazione capitalista avrebbe portato diritti e democrazia…), non esistono sindacati, e ci sono governi “amici” che alla bisogna chiudono tutti e due gli occhi e che sono complici di questo processo di sfruttamento complessivo dei lavoratori  e dei “loro” stessi popoli.

Ma – si dice – la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita di milioni e milioni di persone. E grazie al cavolo, mi verrebbe da dire, non faccio certo fatica a crederlo. Perché è evidente che questo processo ha visto la crescita in taluni contesti, ma non in tutti, di una nuova classe borghese che prima era molto ridotta e in taluni casi non esisteva neanche. Il problema è che – se la teoria del valore (e del plusvalore) di Marx non è una fantasia dell’autore – se c’è qualcuno che si arricchisce, logica vuole che ci sia qualcun altro che si impoverisce o che comunque venga sfruttato da coloro che si arricchiscono sul suo lavoro e alle sue spalle. Che sia dunque un liberale e un liberista a sostenere che il processo di globalizzazione capitalista ha migliorato, in termini assoluti, le condizioni di vita di una parte, comunque minoritaria, della popolazione mondiale, è del tutto normale, logico e comprensibile. Non lo è per nulla se a sostenere tale tesi è un comunista.

Negri non può non accorgersene, ma ovviamente cade in contraddizione. Al minuto 1,25    dell’intervista, Paragone osserva che la globalizzazione è stata dominata dal neoliberismo che ha “livellato” (nonché ridotto…) i diritti dei lavoratori, e naturalmente Negri non può che confermare. Ora però la vedo dura sostenere che la globalizzazione è stata un fatto assolutamente positivo e contestualmente riconoscere (né potrebbe essere altrimenti…) che questa ha portato ad una riduzione e ad un livellamento (in basso…) dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Anche in questo, nulla da dire se a sostenere tale tesi fosse un pensatore liberale-liberista, ma non dovrebbe essere questo il caso di Negri.

Veniamo ora ad un’altra questione fondamentale sulla quale mi pare che ci sia, forse, e sottolineo forse, una divergenza di opinioni all’interno dell’area post-operaista (per lo meno restando alla sua intervista a “La Gabbia”, non ho ascoltato il suo intervento al seminario) e gli altri due maggiori esponenti e intellettuali di quell’area, cioè Paolo Virno e Franco Berardi (Bifo) che invece ho ascoltato in diretta.

Negri sostiene che la classe operaia occidentale, o ciò che resta di essa, sia ormai un ceto sociale residuale, pervaso da pulsioni egoiste, ridotta in queste condizioni dai padroni e dalle socialdemocrazie (e su questo ha in larghissima parte ragione se non fosse che, a mio parere, anche una certa “sinistra” “radical, antagonista e femminista”, cioè quella che anche lui rappresenta, ci ha messo del suo…) che difende in modo corporativo le proprie posizioni (cioè il posto di lavoro e una certa sicurezza sociale…). Bifo ci va giù in modo molto più pesante (forse perché non era in televisione…) e parla espressamente di “classe operaia “nazionalistizzata” e nazificata”, e per questo facile preda del populismo. Il quale populismo – spiega Virno – è “il fascismo postmoderno”. Anche in questo c’è sicuramente del vero, però mi sembrerebbe un grave errore liquidare la questione in questo modo e affidarsi alle sorti magnifiche e progressive dei lavoratori cognitivi della Silicon Valley (ripetutamente evocati e individuati da Bifo come la possibile avanguardia del processo rivoluzionario…) e delle cosiddette “moltitudini desideranti” (che siano desideranti non c’è alcun dubbio, si tratta di capire se questo desiderio prenderà spontaneamente una strada rivoluzionaria o comunque di rottura rispetto all’ordine sociale esistente oppure sarà fagocitato dal capitale, molto abile, anche e soprattutto dal punto di vista ideologico/psicologico, a “giocare” la sua partita proprio su quella naturale e legittima aspirazione alla soddisfazione del desiderio…).

Ora, se è da lodare il tentativo di individuare in alcuni settori di lavoratori, quelli più “avanzati” perché si trovano – come dicevo – nel punto più alto dell’organizzazione e della divisione capitalista del lavoro (e quindi sono provvisti di “know how”, di un differenziale di sapere che li pone in una condizione “privilegiata”, in termini di capacità cognitive, rispetto ad altri), l’avanguardia o comunque i possibili soggetti di un altrettanto possibile processo di trasformazione, mi sembra un gravissimo errore liquidare tutti gli altri (anche con un certo malcelato disprezzo, che si avverte chiaramente e che non dovrebbe appartenere a chi si professa comunista), dandoli per perduti e regalandoli di fatto al neo populismo di destra.

E a questo punto ci sono altri due gravissimi errori che vengono a mio parere commessi. Intanto non è affatto detto che quel differenziale di sapere di cui sono provvisti quei “lavoratori cognitivi” si trasformi necessariamente in coscienza di classe. E’ anzi, purtroppo, assai più probabile il contrario, e cioè che proprio per la loro condizione “privilegiata” vengano ideologicamente fagocitati dal capitale. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade. Abbiamo visto l’ “evoluzione” di quel ceto giovanile e intellettuale che nel ’68 era stato individuato come la possibile avanguardia di un processo rivoluzionario e che ha finito per essere completamente o quasi assorbito dal capitale che addirittura ha fatto sue, sia pure rivisitandole pro domo sua, le rivendicazioni  e le aspirazioni di cui si faceva portatore.

Oltre a quei “lavoratori cognitivi”, sia pure ormai molto diffusi e cresciuti esponenzialmente di numero, esistono ancora larghe masse di lavoratori generici, non qualificati e sottoccupati, accanto a quei settori di vecchia classe operaia e di piccola e piccolissima borghesia che una volta avremmo detto “proletarizzata” o in via di “proletarizzazione” (proprio a causa della globalizzazione celebrata anche da Negri…). Le periferie e le grandi aree metropolitane di tutte le grandi città europee, ma anche delle province profonde, sono popolate da questa gente che si sente, a ragione, sempre più esclusa e che in gran parte vota in massa per le forze politiche neo populiste di destra (ma non solo di destra).

Ora il problema, a mio parere, è in questa fase quello di lavorare alla costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi), e naturalmente superare il conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati (lavoro, quest’ultimo, di una grandissima difficoltà, e pur fondamentale). Se non si fa questo lavoro, se non gli si prosciuga il brodo di coltura, il neo populismo di destra continuerà a crescere e ad aumentare in misura esponenziale i suoi consensi. In una parola: ad essere egemone. E’ quindi anche e soprattutto in quel “brodo” che oggi i comunisti devono lavorare, senza avere timore di sporcarsi le mani, perché quella gente, anche quella ormai completamente priva di una coscienza politica e di classe, che straparla contro gli immigrati ritenendoli responsabili del loro disagio, è la loro gente, la nostra gente, non dimentichiamolo mai, altrimenti siamo destinati a deragliare, e in larga parte è purtroppo già avvenuto.

Mi pare, quindi, che l’atteggiamento dei post-operaisti, in tal senso, e in particolare quello di Virno e Bifo, sia profondamente sbagliato e, mi sento di dire forse presuntuosamente, assai poco socialista e comunista.

Per la verità Negri nella sua intervista a Paragone assume una posizione diversa perché al giornalista che gli chiede perché in tutto questo contesto non esplodano delle ribellioni, Negri risponde (minuto 7) che “Non è vero, che le ribellioni ci sono, almeno dal 2011 ad oggi, e che vengono chiamate “populismi”, ma che in realtà – spiega sempre Negri – sono ribellioni”.

Mi pare (e mi auguro) che qui ci sia una diversa interpretazione rispetto alle posizioni molto nette di Bifo e Virno che invece bollano senza possibilità di appello i populismi come fenomeni apertamente neofascisti e razzisti. Però, come ripeto, questa è una mia personale interpretazione sulla base di quello che ho ascoltato (cioè gli interventi di Bifo e Virno e l’intervista di Negri) e che mi auguro abbia un riscontro effettivo.

Un’ultima nota, questa volta solo parzialmente critica, perché sono del tutto d’accordo con Negri relativamente al suo giudizio sulla Sinistra storica quando dice:” La Sinistra ha fallito quando nel 1914 ha votato il debito di guerra per fare la prima guerra mondiale, ha fallito nel ‘39 e poi nel ’53 quando si è allontanata dal Marxismo. E’ un corpo ormai defunto ma questo non significa che non ci sia una forte, continua, solida ribellione nella vita di tutti i giorni”.

Manca però un punto fondamentale: l’autocritica. Di cantonate, oltre che di brillanti intuizioni, Negri e compagni ne hanno prese, e a mio parere quelle che stanno prendendo oggi sono assai più pericolose di quelle prese nel passato, per le ragioni che ho tentato di spiegare. Forse un pizzico di umiltà (che non hanno mai avuto), ma soltanto un pizzico, potrebbe essere di aiuto per tutti, anche per loro stessi.

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12 commenti per “Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?

  1. giulio Larosa
    23 gennaio 2017 at 13:45

    Si vede che Toni Negri oltre a non aver mai svolto manco cinque minuti di lavoro produttivo non ha mai fatto un giretto nei paesi del terzo mondo.
    Le metropoli del terzo mondo sono strapiene di miserabili che vivono di immondizia, prostitute bambine e bambini, sono tornate perfino malattie come la lebbra che erano sparite 20 anni fa….. Questo vuol dire stare meglio? Ma poi che vuol dire meglio? Le tecnologie migliorano le condizioni di vita, per cui e’ impossibile fare paragoni col passato. esempio: se prendo una polmonite, faccio una penicillina, vado in giro con una automobile o un treno o un autobus riscaldato mentre l’imperatore augusto di polmonite moriva e poteva spostarsi al meglio in una specie di gelida carrozza. Con questo che vuol dire che me la passo meglio di un imperatore?
    Sarebbe ora che Negri e compagni si levassero di torno, o meglio leviamoli di torno noi, qui in questo sito ma non solo leggo interventi di gran lunga piu’ interessanti e profondi delle ispirate scemenze di Negri.

    • Emilio
      25 gennaio 2017 at 3:17

      Sono pienamente d’accordo.
      Vorrei fare delle osservazioni sul fatto che viene insultato Malthusiane e viene trascurato il suo pensiero che nella sua semplice linearità dice delle verità innegabili.
      La maggior parte dei problemi del mondo deriva da un aumento demografico folle!
      Urbanesimo esasperato, inquinamento, miseria diffusa, concentrazione di ricchezza in poche mani, cambiamenti climatici, migrazioni epocali,sono tutti frutti avvelenati di uno sviluppo insostenibile.
      Se poi ,a quanto pare la “decrescita” è difficilissima da realizzare non si capisce perché gli economisti continuano a volere un fenomeno perverso come la crescita demografica che non è altro che una droga pericolosissima.
      Si continua a parlare di Marx quando è evidente che più persone ci sono e più è basso il loro “prezzo” al mercato degli schiavi !

  2. armando
    23 gennaio 2017 at 14:45

    Sono sostanzialmente d’accordo nella critica agli “accelerazionisti” alla Negri o alla BIfo. Finiscono per fare il gioco del capitale, ma questo viene da lontano, ossia da una concezione teorica secondo la quale il capitalismo genera dentro di sé il comunismo, per arrivare al quale basterebbe “soltanro” prendere il potere per usare diversamente quelle tecnologie che permetterebbero, nientemeno, che l’abolizione del lavoro.
    Su un passaggio del commento sono in disaccordo, perché finisce per accreditare il postoperaismo: Il tentativo di individuare nei lavoratori “cognitivi” l’avanguardia di classe non è, a mio parere, per niente “lodevole”. E ciò per più ragioni, teoriche in quanto quel tipo di lavoratori non è in niente assimilabile all’operaio massa della fase fordista del capitalismo su cui insisteva l’operaismo originario di Tronti e dei Quaderni Rossi. inoltre, il “general intellect” di cui parlava anche Marx, nella versione negriana appare come “operario sociale” che sarebbe già in possesso autonomo di cognizioni e saperi di per sé sufficienti a trasformarsi in comunismo. Non è così, e proprio perché la tecnologia, come ogni sapere, non è neutra, contiene già in sé i rapporti di produzione allo stesso modo in cui (marx) la produzione cooperativa a cui da luogo il capitalismo non è una forma di comunismo nata nel seno del capitalismo ma la forma particolare in cui si manifesta il rapporto di produzione capitalistico, di cui porta il “marchio di fabbrica”. Troppo “frammento sulle macchine” e letto in modo unilaterale, secondo me. Poi, sul piano pratico, vorrà dire qualcosa che le rivoluzioni del novecento, da quella d’Ottobre a quella cinese fino all’avventura castrista sono state tutte rivoluzioni che ahnno visto protagoniste le masse “contadine”? Secondo me si, vuol dire. E qui si innesta il Marx “antimoderno”, che ipotizzò la possibilità che il socialismo potesse nascere sulla base delle antche comunità rurali russe senza passare attraverso la fase del capitalismo. Ipotesi che si fondava sull’esistenza, in quelle comunità, di forme di proprietà comune che viceversa, lo sviluppo capitalistico avrebbe eliminato per privatizzare tutto, terra e strumenti di produzione. In ciò, mi si permetta di dire, in contrasto parziale anche col successivo pensiero di Lenin. Insomma la faccenda è complessa, e qui si innesta il discorso sul “populismo” e su quella sua forma particolare sudamericana, che andrebbe rivalutato, come fa Carlo Formenti nel suo ultimo interessante libro, il quale, sempre secondo me, ha altre insufficienze (su cui avrò modo di tornare), ma non certo quella di notare come oggi il conflitto di classe si manifesta fra “alto e basso”. basterebbe questa sola affermazione per porre il postoperaismo fra le mosche cocchiere del capitale e del liberismo (neo, ordo o come si vuole) del quale assume anche il concetto di post-umano a significare un nuovo tipo d’umanità modellato dalla tecnologia, immemore di ogni sua precedente tradizione e forma culturale e perfino sessuale. Sarebbe questo il comunismo secondo il Negri-pensiero? A me sembra l’incubo totalitario delle nuove elites del potere, economico e politico. Molto più una sorta di anarcocapitalismo alla Haiek che un marxismo sia pure critico. Tutto ciò che va in senso contrario o che rallenta il processo sia benvenuto (senza per questo appiattirsi o credere in nuovi miti), purchè generi approfondimenti e messe in discussioni anche dei “dogmi” marxisti o presunti tali, derivanti dalla sua lettura solo in senso “progressita”, certo anch’essa legitttima ma non l’unica possibile o almeno l’unica presente nell’opera del barbuto di Treviri.

  3. armando
    23 gennaio 2017 at 14:49

    Sarà un caso, aggiungo, che i postoperaisti fautori dell’Impero a stelle e strisce siano intervistati volentieri dai media mainstream?

  4. Daniele
    23 gennaio 2017 at 17:12

    Toni Negri. Può esistere una persona più odiosa di Toni Negri?

  5. 23 gennaio 2017 at 18:30

    Tutte le volte che mi è capitato di discutere con “compagni” che nelle loro affabulazioni introducevano dei virus tra gli studenti, tra gli sfrattati, tra gli operai più sprovveduti, avevo intravvisto un fideismo acritico messianico che mi impediva di essere realmente in dialogo con loro e accumunato nella lotta.

    Alludo naturalmente ai rivoluzionari che ho incontrato nel mio esilio dall’isola nel famoso CentroNordest italico. In precedenza le esperienze ugualmente tragiche con i “compagni” revisionisti che, in fabbrica, in miniera, negli appalti narravano di una “rinascita” della Sardegna che avrebbe dovuto abbandonare agricoltura e pastorizia ed entrare finalmente nel nuovo mondo con ciminiere che si sarebbero diffuse nelle campagne e presso le città.

    Venendo spesso alle mani, io che di natura sono tranquillo come un pinguino della Groelandia, nell’isola e nel famoso CentroNordEst.
    Le idiozie e le scelleratezze dei compagni hanno perseguitato tutta la mia carriera di sindacalista e di politico.
    Notando tra l’altro, in particolare tra i rivoluzionar una scarsissima conoscenza dei testi marxisti
    Competenze di cui dispone ampiamente Antonio Negri che, tirando per il collo Hegel e trasformando Marx in una polpetta avvelenata, se avrebbe fatto bene in passato, dopo aver detto qualcosa di buono a moderare il suo interventismo. penso che ora farebbe bene a starsene zitto e a non proferire
    più bestialità.
    Fabrizio, seppure in doverosa sintesi, ha delineato, abbastanza chiaramente i punti centrali del paradigma teoretico di Antonio Negri.
    Ciò che appare insopportabile nel suo “comunismo” come luogo di arrivo ultimo dello Spirito hegeliano è l’assenza della lotta di classe vera e dura, della lotta di classe che non è un pranzo di gala ma il luogo dove gli oppressi abbattono con la violenza la classe dominante e che solo dopo una lotta che ci depuri in parte del lordume ideologico e culturale della classe prima egemone, si potrà costruire il comunismo e uscire, come dice il famoso tedesco, dalla preistoria dell’umanità

  6. Antonio Martone
    23 gennaio 2017 at 20:49

    Il pensiero di Negri, ispirato fondamentalmente da una lettura forse frettolosa di Spinoza, ma soprattutto dalle interpretazioni che ne hanno dato nel secolo scorso Deleuze e Guattari, mi è sempre parso anni luce distante dalla politica reale. Oggi più che mai… Esso traduce, a mio parere, uno dei vizi capitali dell’intellettuale – in modo particolare di quello della sinistra snob e salottiera -, ossia la distanza dalla vita reale e concreta delle masse.
    Nello specifico, convengo con Marchi sia quando questi ritiene che la pretesa “rivoluzione” data dalla mondializzazione costituisca – diciamolo pure – una solenne sciocchezza (mi sembra ben argomentata da Marchi la tesi dell’estrema minoranza di coloro che se ne sono avvantaggiati, oltre che dello sfruttamento dei senza diritti all’interno di un mondo che vorrebbe essere una nuova forma di universalismo cosmopolitico), sia quand’egli sostiene la necessità di strappare gli individualismi impauriti delle classi subalterne del contemporaneo alla destra populista per rimettere le masse sulla carreggiata delle lotte per l’emancipazione.
    La prospettiva sulla biopolitica adottata da Negri, puntando tutto sulla tecnica e sul lavoro cognitivo, mostra di ignorare totalmente la specifica forma di individuo, oltre che la struttura psichico-antropologica di esso, che si è venuta formando nella soggettivazione occidentale da – almeno – due secoli a questa parte. Sono convinto – pertanto – sia necessario abbandonare del tutto questo pensiero, oltre che il suo lessico (le moltitudini) e, sulla base di una diversa genealogia del Moderno, puntare a nuove forme di lotta politica.

  7. anio fusco celado
    23 gennaio 2017 at 20:59

    Condivido appieno, Fabrizio Marchi, ancora una volta siamo sulla stessa onda, e me ne rallegro…

  8. Alessandro
    23 gennaio 2017 at 21:09

    Titolo e articolo magistrali, in riferimento all’analisi dell’intervento televisivo di Negri che anch’io ho seguito in diretta, mentre sugli altri interventi non sono informato.
    Per Negri la nazione è una barbarie tout court e ciò che la supera è da accogliere positivamente, come nel caso della globalizzazione, che oltrettutto fa anche cadere qualche briciola di benessere negli ex Paesi del Terzo mondo, oggi “in via di sviluppo”, nell’attesa che la stessa globalizzazione da capitalista si trasformi in comunista, spurgandosi quindi dei suoi attuali difetti.
    Trovo Negri interessante da ascoltare, una voce fuori dal coro, sicuramente stimolante, ma la sua visione presenta limiti evidenti che sono chiaramente evidenziati nell’articolo di Fabrizio e nel commento di Armando poco sotto.

  9. renato
    24 gennaio 2017 at 18:57

    Negri afferma con orgoglio che “potere operaio” già nel ’69 paveva previsto il declino della classe operaia a causa dell’automazione. Il declino c’è stato (in Italia e in molti paese sviluppati) ma sopratutto a causa della delocalizzazione. Il che significa che la calsse operaia è quanto mai numerosa e importante a livello mondiale. Ci interessa solo il nostro “giardino”? E che globalisti siamo?

  10. armando
    15 febbraio 2017 at 14:50

    Il problema centrale, a mio parere, è il seguente: se, come credono Negri e co. il capitalismo genera in sé il comunismo (non per volontà, ovviamente, ma perché, in sintesi riduttiva, porterebbe a compimento tramite la tecnica il “general intellect”, e si tratterebbe dunque, semplicemente, di prendere il potere), allora del capitalismo va accettato anche tuitto “il resto”, che non è poi affatto un resto ma ciò che lo contraddistingue sul piano culturale e antropologico. Insomma quell’uomo nuovo che sta formando conforme alla sua logica e alla sua antropologia. Camatte definiva “antropomorfosi del capitale” la colonizzazione mentale degli individui che li porta a pensarsi come particella di capitale. Questo accade! Altro che lavoratori cognitivi come classe rivoluzionaria trainante. Ma se non si accetta la bufala che il comunismo sorge nel seno del capitalismo, va ripensato anche tutta la così detta sovrastruttura che il capitalismo genera e che, ovviamente, logicamente e per buon senso, non è affatto trasportabile tal quale nella nuova società. Allora la domanda diventa: che tipologia di soggetto genera il capitalismo neoliberista o come lo si voglia definire? E, in un ipotetico comunismo, quel tipo di soggetto, che è poi il deleuziano desiderante (ma desiderante cosa?), sarebbe compatibile? Se la risposta è no, allora finalmente anche la sinistra può iniziare a ripensare fino in fondo alcuni suoi dogmi, ed anche iniziare a spiegarsi perché viene sempre più abbandonata dal popolo che, intuitivamente, si rivolge all’offerta “meno peggiore”, ossia a quella che, nonostante le sue molte contraddizioni, i suoi difetti ed anche le illusioni di poter tenere insieme capitalismo e diritti sociali, almeno non tratta quei ceti popolari ancora attaccati a certe tradizioni culturali e antropologiche, come dei perfetti sottosviluppati mentali e poveri idioti, quando non direttamente oscurantisti odiatori dei sacri “diritti civili”., razzisti etc. etc. etc.

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