Dove va Cuba?

Raúl CastroLeggendo molti commenti ed articoli, sia in rete che altrove, riguardanti la nuova apertura degli Usa verso Cuba, l’impressione che ho ricevuto non è sicuramente positiva. Cerco di sintetizzarla: molti analisti non hanno capito che il problema principale non è il ristabilimento delle relazioni fra i due paesi di opposto orientamento politico, sociale ed ideologico – relazioni che con il PCC ( Partito comunista cubano ) al governo difficilmente si normalizzeranno – ma le modalità effettive di avvicinamento fra un paese imperialistico ( Usa ) e uno post-rivoluzionario ( Cuba ). Come e in che termini, dunque, è avvenuto il disgelo, se di disgelo si può parlare?

Chiariamo un punto importante: l’imperialismo sa che quando non si scontra contro un altro esercito regolare ma contro un popolo motivato ideologicamente ed inquadrato in determinate strutture di movimento, deve fare alcune concessioni ed arretrare; una guerra prolungata di tipo asimmetrico logora, del resto, i gradi Stati capitalistici. La storia ci offre esempi eloquenti in tal senso. Ne cito due: De Gaulle in Algeria nel 1962; Rabin nella Palestina occupata nel 1993. Utilizzerò tali circostanze storiche, sia pure con le dovute differenze – Algeria ’62; Palestina occupata ’93 – come parametri  per valutare la situazione di Cuba di oggi.

Parto subito da una ulteriore domanda: Obama ha compreso la lezione di De Gaulle e Rabin ? Forse, ma se così fosse si tratterebbe, comunque, di una ‘pax imperialista’ e quindi inizierebbe una forma di penetrazione imperialistica morbida. L’imperialismo fa il suo mestiere e non possiamo certo  chiedergli di cambiare natura, sarebbe ingenuo. Dunque, in conclusione, cosa deduciamo? Gli Usa, il grande gendarme imperialista mondiale, cercherebbero di occupare Cuba non con l’esercito ma “invadendo” l’isola con merci a basso costo.

Non sempre però le cose vanno come i dominanti vogliono che vadano e se ragioniamo sugli esempi storici sopra riportati il tutto diventa più chiaro. Procedo in estrema sintesi

Voglio dire subito, a costo di far arrabbiare molti, che Ben Bella nel ’62 dimostrò molta più moralità rivoluzionaria rispetto all’Arafat del ’93, l’Arafat del compromesso con l’occupante israeliano. In circostanze come le due citate – Algeria ’62; Accordi di Oslo del ’93 – emerge la linea di confine, imprescindibile, fra il nazionalismo ( o patriottismo ) di sinistra e l’antimperialismo radicale. L’antimperialista Ben Bella era consapevole di godere dell’appoggio di tutto il suo popolo, quindi sfruttò la tregua per dare inizio all’edificazione di una forma inedita di socialismo basato sulle comunità autogestite. Arafat, al contrario, cercò il dialogo con il ‘sionismo moderato’ lasciando cadere (c’è chi parla di tradimento…) quelle che erano le istanze della Rivoluzione palestinese, cosa che gli costò la rottura con Georges Habash e la sinistra anticapitalista.

Cosa mi preoccupa realmente ? Mi preoccupa l’atteggiamento di Raul Castro, molto più vicino a quello di Arafat che di Ben Bella.

Raul Castro ha trattato con eccessivo rispetto il Presidente Obama ( provocazione: lo stesso della destabilizzazione della Siria baathista ? ), un signore che ha intensificato, quasi nello stesso istante, le sanzioni verso il Venezuela bolivariano, paese che da quasi un anno respinge l’eversione fascista pilotata da Bogota e da Washington. Nello stesso modo Arafat ha tessuto oltre vent’anni fa le lodi di un uomo come Rabin, un militare che nell ’87, durante la prima intifada,  dichiarò di voler “spezzare le braccia” dei ragazzi e dei bambini palestinesi colpevoli di difendersi lanciando le pietre . Tutta la sinistra mondiale appoggiò l’Intifada eppure il leader dell’Olp strinse la mano al generale che si impegnò nella repressione di tale nobile esperienza. Questo, da democratici ed anticolonialisti, non possiamo dimenticarlo.

Raul Castro non ha replicato alla richiesta di Obama riguardante l’apertura di una ambasciata Usa a Cuba, eppure dovrebbe sapere che le ambasciate statunitensi non hanno mai ricoperto nessun ruolo diplomatico ma sono solo dei “covi di spie”. Nello stesso modo Arafat elogiò gli Accordi truffa di Oslo che attribuivano allo Stato imperialista israeliano gran parte dei territori rubati dopo l’aggressione del ’67.

Ben Bella, al contrario, non si fece illusioni per l’atteggiamento dialogante di De Gaulle. Si avvicinò, non a caso, all’Egitto del patriota arabo Nasser ma, da vero antimperialista di sinistra, guardò al progetto di Guevara e Ho Chi Minh: la Tricontinentale. Il grande rivoluzionario algerino trasformò il nuovo Stato indipendente in un’ avanguardia anticolonialista aprendo campi di addestramento per guerriglieri, non solo nord-africani, ma anche sudamericani, come confermò poco prima di venir meno alla giornalista Silvia Cattori.

Il leader cubano ha esaltato Francesco I meglio conosciuto come Papa Bergoglio, ma non sa Raul che il Vaticano è una potenza imperialista vera e propria ? La Chiesa non risponde solo al numero dei credenti presenti in un determinato luogo, ma, principalmente, ai suoi interessi economici come tutti gli Stati capitalisti ( un marxista dovrebbe saperlo,o no ? ). La domanda che dobbiamo porci non è “quanti cristiani ci sono a Cuba” ( e nulla avrei nei confronti ad esempio di chi segue la parola del socialista cristiano Ernesto Cardenal ) ma “quali interessi ha l’Opus Dei nel delocalizzare capitali nell’isola ?”. C’è la possibilità – ancora – di una penetrazione imperialista canadese o spagnola, essendo la Chiesa molto influente in quei paesi ? Abbiamo documenti, inchieste ed indagini che provano tutto questo ?

Arafat, nel ’93, non si pose il problema di una penetrazione economica dell’imperialismo israeliano, quindi della costruzione farsa di uno Stato palestinese fantoccio secondo quella che Edward Said chiamò la ‘seconda Nakba’. Ben Bella, invece, ruppe con la Francia dando un forte impulso alla socializzazione dell’economia; l’oppressione neocoloniale, del resto, è strettamente legata al modello economico liberista e penso che su questo punto possiamo concordare più o meno tutti.

Il PCC si è dimostrato disponibile a concedere alla Russia delle postazioni militari nell’isola agganciandosi al polo egemonico alternativo dei BRICS. Cosa ha comportato realmente tutto ciò? In estrema sintesi: mentre le FARC – solo per fare un esempio – incalzavano lo Stato neo-fascista colombiano, Cuba si è dimostrata più interessata a migliorare i rapporti con i governi social-populisti della Roussef in Brasile e dei Kirchner in Argentina.

E’ giusto utilizzare le contraddizioni interne al capitalismo ma la missione rivoluzionaria di Cuba ( ora raccolta dal Venezuela chavista ) non deve essere accantonata. Il sociologo marxista James Petras – sostenitore della guerriglia delle FARC – non a caso ha da poco tempo definito il governo del PT brasiliano come un governo “nemico dei lavoratori”.

Mai opportunismo di tal genere sfiorò Ben Bella: l’amico fraterno di Guevara non solo rifiutò la teoria sovietica della ‘coesistenza pacifica’ ma comprese la necessità di estendere il “foco guerrigliero” nelle “zone di tempesta” dei paesi coloniali e post-coloniali. Tale posizione non poteva che trovare il supporto di Ernesto Guevara il quale sottolineò come nel mondo arabo il conflitto principale fosse fra il sionismo bellicoso da una parte e il nazionalismo progressista più le nascenti Resistenze armate dall’altra.

La domanda finale che pongo è la seguente: Raul Castro seguirà la strada di Ben Bella o quella di Arafat ? La domanda non è per nulla da poco e la posta in gioco è altissima.

I popoli sudamericani ( a partire da quello del Venezuela ) hanno fiducia nella dirigenza del PCC, spetta ai suoi leader il compito di mantenere la barra della indipendenza nazionale, di classe e socialista, cosa che noi per primi auspichiamo.

 

9 commenti per “Dove va Cuba?

  1. Sandro Marroni
    21 dicembre 2014 at 16:24

    Alcune considerazioni:
    l’auspicio conclusivo del comunista antimperialista Zecchinelli e’ indubbiamente condivisibile e nessuno,in questo scorcio finale dell’anno del Signore 2014,conosce cosa accadrà’ a Cuba nei prossimi anni con assoluta certezza.Non mi preoccuperei minimamente pero’ di un eventuale riapertura dell’ambasciata Usa a Cuba.Infatti e’ sempre esistita in Cuba la Officina di Interesse degli Usa a Cuba,nel quartiere Vedado,oggi chiamata Sección de Intereses de los Estados Unidos en La Habana,vicino al Malecon tra Calle Calzada e L y M,di fronte alla quale,sul Malecon,il lungomare di L’Havana, Fidel negli anni ’90 fece costruire la Tribuna Antimperialista,che ospitava concerti e spettacoli di artisti cubani.L’Officina di Interesse e’ sempre stata a tutti gli effetti un ambasciata USA “non-ufficiale” ed ha sempre svolto le funzioni di un ambasciata.Per quanto riguarda le spie,ci sono sempre state.Quando vivevo nel Vedado,il mio vicino di casa era un cittadino americano,che viveva la’ con la moglie,e che passava a Cuba addirittura anni.Nessuno sapeva cosa facesse.Si mormorava fosse una spia,ma era tollerato,sapevano dove viveva e cosa faceva.L’intelligence cubana,ha dimostrato negli anni di essere sempre all’altezza della situazione.
    Raul sa perfettamente chi e’ Papa Bergoglio,perché’ Cuba ha sempre diplomaticamente utilizzato i propri crediti internazionali al meglio(emblematica la visita di Woijtila a Cuba negli anni ’90,che porto’ benefici di immagine sia alla rivoluzione che al Papa polacco),ma ha sempre tenuto sotto controllo la Chiesa e la Massoneria sull’isola,pur non avendo mai chiuso nessuna chiesa e nessuna loggia,dopo il 1959.Parlare di Opus Dei con Bergoglio e’ curioso perché’ Bergoglio,gesuita,appartiene alla corrente almeno apparentemente avversa all’Opus Dei (vicino al Papa emerito Ratzinger),ma chiaramente gli USA e i gesuiti sono uniti nel voler realizzare il NWO,dei quali sono rispettivamente il braccio armato e la mente occulta.Quel che ha sempre permesso a Cuba socialista di sopravvivere fino ad oggi e’ un organizzazione capillare e fedele ai principi rivoluzionari diretti da quadri all’altezza della situazione,una dissidenza marginale e numericamente ridicola ed esclusivamente orientata a lucrare sulla situazione(vedi il caso Yoani Sanchez) oltre ad una leadership carismatica e storica(Fidel era l’unico quadro che dirigeva la futura rivoluzione,quando inizio’).Ovviamente con gli ultimi avvenimenti,i pericoli di contaminazione e tradimento aumentano,ma la rivoluzione cadrà’ solo se i quadri dirigenziali la venderanno,come accaduto in URSS.Non prima.

  2. Fabrizio Marchi
    23 dicembre 2014 at 9:25

    Condivido, naturalmente, le perplessità e la preoccupazione di Stefano circa le prospettive politiche che potrebbero aprirsi a Cuba nel prossimo futuro.
    A mio parere il problema non è tanto di natura politica e geopolitica quanto economico e “culturale”, nel senso che un certo indebolimento della tensione ideologica, diciamo così, ha già da tempo fatto breccia nella popolazione e nella società cubane, e le aperture e le riforme economiche attuate negli anni, se da una parte hanno indubbiamente favorito una certa crescita economica, dall’altra hanno creato nuove contraddizioni. Basti pensare che il proprietario di un ristorante , i famosi “paladares” , o di un appartamento adibito a casa vacanze (case “particular”), oppure una giovane prostituta o semiprostituta (fenomeno che ha da tempo assunto dimensioni di massa a Cuba), guadagnano in un giorno quello che un dirigente di un’azienda pubblica, un generale dell’esercito o il primario di un ospedale guadagnano in un mese (il cui salario è di pochissimo superiore a quello di un operaio o di un insegnante). Tutto ciò, come dicevo, oltre a creare delle contraddizioni molto forti nel tessuto sociale, sta anche indebolendo la situazione dal punto di vista ideologico e culturale.
    Per dirla con una battuta, in Vietnam gli USA non sono riusciti a piegare con il napalm il popolo vietnamita ma ci sono riusciti con la Coca Cola e il Mc Donald (anche se formalmente il Vietnam è governato da uno stato partito comunista, proprio come in Cina…). E’ lecito pensare che la stessa strategia potrebbe avere la meglio anche a Cuba.
    Tornerò comunque sull’argomento con un articolo ad hoc perché il tema è importante dal momento che gli sviluppi cubani interessano l’intero quadrante latinoamericano.
    Condivido anche il giudizio storico politico su Ben Bella e su Nasser, due grandissimi leader della causa araba e del movimento anticolonialista e antimperialista di livello mondiale. Meno invece quello su Arafat che mi sembra senza alcun dubbio eccessivamente duro. Definirlo poi un traditore della causa palestinese, come hanno fatto alcuni, mi sembra veramente esagerato (e dico poco…).
    Intanto il contesto algerino era completamente diverso da quello palestinese. Nel caso dell’Algeria eravamo in presenza di un’ occupazione coloniale che ormai aveva le gambe corte, sia sotto il profilo politico che storico. Il colonialismo europeo era agli sgoccioli e stava mostrando la corda in tutto il mondo; da lì a poco tutto o quasi il continente africano si sarebbe liberato dall’oppressione colonialista, dall’Angola al Mozambico, dalla Rhodesia al Benin ecc. Non c’erano più le condizioni storiche e politiche per mantenere un’occupazione coloniale e militare da parte della Francia (così come da parte del Portogallo), profondamente lacerata al proprio interno sul da farsi, al contrario della società israeliana che è invece compatta nel mantenere l’occupazione di ciò che resta della Palestina storica. La Francia, inoltre, era sostanzialmente una potenza occupante, c’erano si dei coloni in Algeria, ma i cittadini francesi che lì risiedevano non erano stanzializzati e radicalizzati come invece quelli israeliani. Israele divide (occupandolo con la violenza ovviamente) lo stesso territorio con i palestinesi, il cittadino israeliano, specie quello delle ultime tre generazioni, si sente parte del territorio e del contesto (un po’ come i sudafricani banchi, per capirci) , vive la sua presenza in quei luoghi e in quelle terre in modo completamente diverso rispetto a come poteva viverla un cittadino francese in Algeria, senza contare poi l’elemento religioso e ideologico (sionismo) che fa il resto (elemento che era del tutto assente bell’occupazione francese del’Algeria) in base al quale quello stesso cittadino israeliano è convinto che quella terra che ha occupato ed espropriato ad altri gli appartenga per diritto divino.
    Volendo essere banali, cacciare i francesi e conquistare la propria indipendenza è stato infinitamente più facile per il popolo algerino rispetto alle difficoltà immani in cui si è trovato e si trova il popolo palestinese, peraltro abbandonato da tutti, a differenza di quello algerino. Per non parlare del quadro geopolitico internazionale che vede la questione palestinese al centro di un intricatissimo groviglio geopolitico internazionale, con gli interessi economici e politici di tutte le grandi potenze in ballo, a differenza della questione algerina che sostanzialmente riguardava soltanto la Francia e l’Algeria. La Francia si è ritrovata isolata di fronte al mondo e continuare a restare con la forza in Algeria le avrebbe comportato un danno enorme sotto tutti i punti di vista. Israele invece è sostenuta da tutto il mondo occidentale, USA in primis ovviamente, e può vantare un credito inestinguibile nei confronti del mondo occidentale e dell’Europa che è quello della tragedia dell’Olocausto, che Israele usa come alibi per perpetrare in eterno l’occupazione della Palestina.
    Insomma, contesti completamente diversi fra loro di cui non possiamo non tenere conto in sede di analisi storica e politica, anche sull’operato dei singoli personaggi che hanno fatto quella storia.
    Arafat è stato il leader indiscusso del popolo palestinese, è passato attraverso diverse fasi e ha mediato fra le varie anime politiche che componevano il variegato fronte palestinese. Ha superato momenti delicatissimi e difficilissimi (e drammatici), è stato assediato e poi cacciato da Beirut Ovest, in Libano, dall’esercito israeliano, dove l’OLP era riuscito a costruire una sorta di enclave, e poi di nuovo a Ramallah, in Cisgiordania, in casa sua, ha dovuto barcamenarsi nei rapporti con gli altri paesi arabi, ha cercato l’appoggio dell’URSS e poi al crollo di quest’ultima si è ritrovato solo, privo anche dell’appoggio della Siria di Assad padre che ha sempre avuto un rapporto estremamente contraddittorio con i palestinesi (ricordiamo l’intervento militare siriano contro i palestinesi quando questi ultimi stavano avendo la meglio in Libano sui fascisti falangisti e i cristiano-maroniti). Per non parlare della Giordana del servo degli americani (è il caso di dirlo, in questo caso) Hussein (10.000 palestinesi massacrati durante la tragedia che va sotto il nome di “Settembre nero”…) e di tutte le ambiguità delle varie monarchie e stati arabi. Solo l’Egitto di Nasser ebbe, come già ricordato, un rapporto leale con i palestinesi, prima dell’avvento di Sadat che abbandonò la causa araba e antimperialista per stipulare una pace separata con Israele e consegnarsi agli USA. Nessuno, mai, ha realmente appoggiato la causa palestinese; i palestinesi sono stati il popolo più solo e abbandonato del secolo scorso e anche di quello corrente. Pensiamo ad esempio all’appoggio avuto dal popolo vietnamita in tutto il mondo, non solo dai paesi socialisti (appoggio molto concreto, fatto di armi e finanziamenti) ma anche dalle opinioni pubbliche democratiche e dai movimenti di tanti e tanti paesi occidentali, compresa l’America che aveva visto aprirsi al proprio interno un vero e proprio fronte contro la guerra.
    E potrei continuare a lungo.
    Arafat è stato il fondatore dell’OLP, di Al Fatah, è innanzitutto grazie a lui che la causa palestinese è stata al centro dell’attenzione internazionale per decenni. La sua storia personale, così come quella di tanti altri leader di grandi movimenti , non è stata esente da errori e da contraddizioni, anche gravi in taluni casi, e a volte anche di cedimenti. Ma tutto ciò non può e non riesce ad offuscare il grande ruolo che egli ha giocato per il suo popolo e per la causa palestinese. Non è un caso che Israele abbia sempre tentato di farlo fuori in tutti modi, e se non lo ha fatto, quando ha avuto le condizioni per farlo è solo perché non sarebbe stata in grado di gestire politicamente il suo assassinio.
    Arafat resta un simbolo indiscusso per il popolo palestinese e personalmente credo che sia giusto che lo rimanga perché sulla bilancia della storia i suoi meriti, magari di poco, ma superano senz’altro i suoi errori e le sue contraddizioni.

  3. Stefano Zecchinelli
    23 dicembre 2014 at 17:14

    Posto questa mia breve nota che, in parte, chiarisce la mia posizione anche davanti le annotazioni degli amici e compagni Sandro e Fabrizio. Le questioni sollevate sono tante ed è certo che dobbiamo continuare a discutere.

    Cinque brevi Tesi sul dialogo fra gli USA e Cuba

    1. L’apertura statunitense nei confronti dello Statoindipendente e rivoluzionario cubano rappresenta una vittoria diplomatica delgoverno socialista di questa meravigliosa isola contro la principale potenzaimperialista mondiale.

    Cuba ha umiliato gli Stati Uniti d’America – come ha bendetto il presidente boliviano Evo Morales – dato che all’interno delle NazioniUnite il 99% degli aderenti si è dichiarato contro il blocco illegittimo.Quella che io chiamo la diarchia imperiale Usa – Israele siè trovata isolata.

    La resistenza, da questo punto di vista, è stata premiata.

    2. Gli USA hanno liberato tre dei restanti eroi ( in tuttoerano cinque ) impegnati nel contrastare la mafia anticomunista di Miami. Dal latosuo Cuba ha dovuto rilasciare 17 terroristi anticastristi e la spia Alan Grossil quale si scopre, proprio di recente, che ha la doppia cittadinanza:statunitense e – udite, udite – israeliana.

    Gli eroi cubani hanno avuto la solidarietà di tutta lasinistra internazionale, dei democratici e progressisti, mentre, le spie yankee,hanno visto le loro sorti vincolate alla politica cinica di Washington.

    Cuba ha dato una lezione di alta moralità rivoluzionaria agliStati Uniti e sicuramente a tutto il mondo occidentale.

    3. La fine del blocco è ancora in discussione, di certo ci saràun allentamento delle pressioni ma solo persone disinformate possono dire chesi tratta di un discorso chiuso . Bisogna precisare che l’apertura di unaambasciata USA è un rischio per Cuba, ma, per i rappresentanti della borghesiayankee, la discussione su ciò è ancora aperta.

    Che cosa ne deduciamo ? Semplice, la mafia di Miami, che suquesto argomento ha sempre avuto una forte presa sui governi nord-americani, siostina a non escludere un intervento militare contro lo Stato socialistaavverso ai loro interessi.

    4. Cuba non può che ottenere vantaggi dalla introduzione dinuove tecnologie, cosa che sicuramente avverrà con l’apertura dell’isola aimercati internazionali.

    Dall’altra parte l’apertura ai mercati implica (1) l’introduzione di possibili capitaliesteri in un sistema economico – nel caso cubano – statalista e (2) il rischio di una invasione da partedi merci a basso costo, cosa che comprometterebbe le economie autoctone.

    Io devo aggiungere, oltretutto, che l’introduzione di nuovicapitali potrebbe contribuire a creare una nuova classe media facile dastrumentalizzare con la retorica anticomunista dei mass media filo-yankee.Obama punta su questo fattore ? La propaganda nord-americana è insidiosa edaltri paesi antimperialisti ( es. l’Iran ) lo sanno alla perfezione.

    Il governo cubano, che per bocca di Fidel Castro hadichiarato ‘restiamo comunisti’ ( e meno male ! ), riuscirà a far fronte airischi pocanzi enunciati ? Tutti noi ci auguriamo di sì.

    5. Obama – come ha sottolineato il sociologo marxista JamesPetras – alterna una retorica liberale ad una prassi reazionaria. Se Obama –protagonista di aggressioni imperialistiche identiche a quelle dell’era Bush –fosse realmente interessato alla pace perché ha appena sanzionato il Venezuelachavista ?

    Le sanzioni statunitensi sono veleno contro la Repubblicabolivariana e di certo anche contro lo Stato cubano, quindi, tutto ciò mispinge a chiedermi se dietro questa apparente apertura non si nasconda benaltro.

    Cuba può avere dei vantaggi nell’immediato per la fine di unblocco da definire senza mezzi termini criminale, forse il tutto potrebbeaddirittura essere il trampolino di lancio per una nuova strategiarivoluzionaria da parte del PCC però – da analista e da antimperialista – devoanche farmi la domanda opposta: si tratta forse di un cambio di strategia daparte dell’imperialismo statunitense contro un governo rivoluzionario a luiavverso ?

    Domanda finale: Obama ‘dal bastone ha deciso di passare allacarota’ come siamo soliti dire qui in Italia ? Il dubbio è forte da parte mianon per spirito di contraddizione ma per il semplice motivo – come ho già dettoin un intervento precedente – che l’imperialismo fa il suo lavoro e mai cambiala sua natura.

    In conclusione una cosa per me deve essere certa: il governocubano qualora deciderà di aprirsi ai nordamericani dovrà farlo con moltacautela ed attenzione ne vale – ed il valore simbolico di Cuba in questo èaltissimo – l’unità sudamericana che noi tutti ci auspichiamo.

    Stefano Zecchinelli

  4. Maurizio Barozzi
    23 dicembre 2014 at 18:27

    Non fatevi illusioni, questo “cedimento” non è di adesso, è iniziato da anni. Non si fermerà qui, perché le leggi storiche sono spietate, e quindi, passo dopo passo, sarà totale, investendo ogni settore ed ogni politica. Cuba avrà avuto le sue buone ragioni per imboccare questa strada, ma considerate che gli USA la sfrutterannp oltiicae ogni o per farla pesare nelle pressioni verso il Venezuela, Ecuadror, ecc. E’ un colpo mortale alla solidarietà internazionale anti yankee. Il PCC, sono anni che è “comunista” solo di nome.

  5. karl
    26 dicembre 2014 at 11:48

    Ciò che non si comprende è, a mio avviso, che Cuba non è affatto, nè mai è stata, un paese ‘socialista’, nè antimperialista (a meno che – certo – non si sia sostenitori rossobrunisti dell’esistenza di un solo – sciocchezza colossale – ‘imperialismo’ sul pianeta: quello a stelle e strisce, giusto per intenderci). Piuttosto, e da sempre, Cuba è stata pedina nelle mani dell’imperialismo russo (emblematico, dopo i pluridecennali prestiti agevolati sovietici, è il recente ‘condono’ phtiniano del colossale debito contratto con la Russia dal paese caraibico: generosità pelosa, chiamasi al mio paese); imperialismo russo che per decenni e tuttora, nel cortile di casa statunitense, si è sempre posto, per ovvi motivi, come il diretto ‘concorrente’ di quello USA. Nonché scenario dei contrapposti interessi interimperialistici che dalla fine del II conflitto mondiale si sono fronteggiati sul pianeta; scenario che vede oggi, anche in quell’area ma non solo, nuovi competitors dal carattere ugualmente imperialistico (Cina in primis). E a dimostrarlo è non solo l’antimarxiana e antileniniana tesi del ‘possibile socialismo in un solo paese’, bensì l’integrale sopravvivenza, a Cuba, di tutte, e dicesi tutte, le categorie economiche che Marx individua essere proprie del capitalismo e niente affatto del socialismo, men che meno della cd. ‘fase di transizione’, ossia: lavoro salariato, estrazione di plusvalore e finalità di profitto, divisione in classi, gestione costi-ricavi propria delle aziende capitalistiche, persistenza del denaro (per di più, a Cuba, sotto le vesti della ‘doppia moneta’ interna), e via dicendo. Invito i compagni a questo interessante e dettagliato excursus storico su Cuba (includente le emblematiche ‘riforme’ del cd. nuovo corso di Raoul), scritto all’indomani dello storico ‘condono’ del debito cubano da parte della Russia di Putin. A dimostrazione di quanto ingenua – per voler essere ottimisti – sia la tesi di un “altissimo valore simbolico” (?!?!) di Cuba inteso come espressione di ciò che essa non è mai stata, ossia un paese ‘socialista’. http://www.leftcom.org/it/articles/2014-09-21/il-“condono”-del-debito-cubano-contesti-e-retroscena

    • Fabrizio Marchi
      28 dicembre 2014 at 15:59

      Caro Karl, in linea teorica quanto dici è senz’altro condivisibile. In linea teorica appunto…
      Se è per questo, se partiamo dal tuo assunto, non è mai, e dico MAI realmente stata realizzata una società non dico comunista ma neanche pienamente socialista. Tutt’al più sono esistiti degli stati – penso all’URSS e ai paesi del blocco sovietico, ma anche a Cuba (per la Cina maoista c’è necessità di un discorso a parte…) – dove un’economia statalizzata (capitalismo di stato) garantiva uno stato sociale più o meno efficiente per tutti (in base al livello di sviluppo di questo o quel paese, è ovvio che quello della DDR o dell’Ungheria, ma anche di Cuba, era complessivamente superiore ad esempio a quello della Romania o della Mongolia), all’interno di una società comunque organizzata in classi, anche se in forme diverse (e senz’altro molto meno parossistiche) rispetto a quelle capitalistiche occidentali (quando scrivo occidentale mi riferisco a tutto il mondo non “socialista”, quindi anche il mondo sudamericano, asiatico ecc.). Sono sufficienti un’economia statalizzata e uno stato sociale (più o meno efficienti o sgangherati, non è ora questo il punto..) per far sì che uno stato e una società possano essere definiti comunisti o pienamente socialisti? Direi senz’altro di no. Specie nel momento in cui – e su questo hai in parte ragione – continuavano a persistere alcune di quelle categorie proprie di un sistema capitalistico. Io dico però che hai ragione solo in parte perché se è indiscutibilmente vero che in quei paesi la classe operaia non dirigeva proprio un bel nulla e non era nelle condizioni di esercitare nessun potere (che anzi subiva) sia sotto il profilo politico che su quello dell’organizzazione del lavoro, della produzione e in generale dell’economia, è altrettanto vero che si era solo parzialmente in presenza di un’espropriazione di plusvalore in senso capitalistico tradizionale. Certamente la burocrazia al potere godeva dei vantaggi e dei privilegi che la sua posizione all’interno della società le garantivano, però sarebbe errato definirla come una classe “borghese” o capitalistica. Il ceto burocratico dominante (composto in buona parte da ex proletari), per quanto privilegiato e con condizioni di vita, ai vari livelli della scala gerarchica, sicuramente superiori a quella della massa del popolo, non accumulava profitti, non espropriava plusvalore dal lavoro operaio, o quanto meno solo in minima parte. Certamente, da un certo punto di vista, nel momento in cui il lavoratore non era in grado di esercitare alcun controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza (controllo che era esercitato esclusivamente dalla burocrazia del partito-stato), e nel momento in cui era lo stato che decideva dove questa ricchezza doveva essere investita (o come doveva essere ridistribuita), è ovvio che siamo in presenza di un meccanismo che comunista certamente non è, e che tuttavia sarebbe errato definire di tipo capitalistico tout court. La società sovietica, o meglio le varie società sovietiche, ciascuna con le proprie peculiarità date dal differente contesto culturale e storico, erano costituite da una miscela di elementi che ora sarebbe troppo lungo e complesso spiegare. Di certo però – e su questo siamo d’accordo – non erano società comuniste, per lo meno se prendiamo come paradigma di riferimento il pensiero marxiano (di Marx). Questo è poco ma sicuro.
      Ora però si aprirebbe (e personalmente l’ho già aperta in tutt’altre occasioni) una discussione interminabile sulla possibilità o meno di realizzare pienamente un’idea, in questo caso quella marxiana (ma vale per tutte, non certo solo per quella marxiana). E io dico subito che è oggettivamente impossibile perché uno iato fra teoria e prassi è assolutamente inevitabile e fisiologico dal momento che la realtà (contesto storico sociale e culturale, ambientale, naturale ecc.) si da costantemente nel suo darsi e non a priori. Di conseguenza non ha nessun senso fare riferimento ad un’idea a priori, come se questa esistesse al di là del contesto dato, e vivesse di una sorta di vita propria (una sorta di idea in senso “platonico”). La realtà è data da ciò che concretamente si determina e anche le idee vivono e si manifestano nella forma storica attraverso la quale di volta in volta prendono corpo. Ergo, anche il comunismo che si è fatto stato (così come il comunismo come movimento sociale e politico complessivo) è ciò che storicamente e concretamente si è determinato.
      Questa è, in estrema sintesi la mia analisi sull’esperienza storica del cosiddetto “socialismo reale”. Non sono d’accordo sula natura imperialista o “socialimperialista” (contraddizione in termini) dell’URSS. L’Unione Sovietica era sicuramente una potenza egemone ma non imperialista. Il mantenimento di tutti i paesi satelliti (ivi compresa Cuba) costava all’URSS molto più di quanto non ne beneficiasse in termini economici. C’era un ritorno dal punto di vista geopolitico ma certamente non economico. Cuba stessa costava un’enormità all’URSS, soprattutto dal punto di vista energetico.
      L’esperienza del socialismo reale va dunque letta per quella che è stata, senza celebrarla, naturalmente, come ancora si ostinano a fare alcuni (veterocomunisti “devoti” che non si differenziano in nulla dai fedeli militanti di qualsiasi altra chiesa), ma anche senza demonizzarla, come invece per ovvie ragioni fa sistematicamente l’apparato mediatico-politico d costruzione del consenso occidentale.
      L’esperienza sovietica, con tutte le sue magagne strutturali (che tu stesso hai evidenziato e che in parte ho sottolineato anche io sopra), le sue storture, i suoi orrori, le sue deviazioni (di cui certamente non aveva l’esclusiva…) ha consentito a masse enormi di popolazione di fare comunque un grande balzo in avanti sotto tutti i punti di vista. I paesi “socialisti”, pur con tutte le loro contraddizioni, hanno dato una spinta enorme alla lotta dei popoli di tutto il mondo per liberarsi dal giogo del colonialismo e per conquistare la loro indipendenza. Lo stesso movimento operaio occidentale (ma io direi le masse popolari occidentali ed europee in particolare) hanno potuto godere dal dopoguerra fino a pochi anni fa, di uno stato sociale relativamente robusto e di un tenore di vita mediamente molto alto, proprio grazie al deterrente rappresentato dall’esistenza dell’URSS. Crollata quest’ultima, il capitalismo non ha più ostacoli di nessun genere sul suo cammino, e fra le altre cose (leggi uno stato permanente di guerra imperialista) , ha cominciato a distruggere lo stato sociale che era il risultato di un compromesso che le sinistre occidentali hanno potuto conquistare anche e soprattutto al fatto che alle loro spalle (anche di quella parte della sinistra socialista e socialdemocratica che gli era ostile…) c’era una “cosa” chiamata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
      L’esperienza cubana rientra in qualche modo nell’esperienza del socialismo reale, anche se indiscutibilmente ha una sua peculiarità e specificità, perché mentre il “socialismo” nella DDR, in Polonia e negli altri paesi dell’est è stato portato dai cingoli dei tank sovietici, a Cuba c’è stato un processo rivoluzionario reale, pur con tutte le sue contraddizioni, e non sono d’accordo nel buttare tutto a mare…

  6. karl
    29 dicembre 2014 at 1:09

    http://www.leftcom.org/it/articles/1974-07-01/urss-un-analisi-marxista
    Se vogliamo davvero distinguere e soprattutto ‘comprendere’ le differenze. Perché ad un comunista non interessa spacciare welfare e capitalismo di stato per socialismo. Nè sul ‘piano teorico’, nè su quello pratico. Nei periodi di boom economico qualsiasi capitalismo che si rispetti, ossia giunto ad un sufficiente grado di sviluppo, è capace di garantire welfare. Allora? Peccato che questo si fondi sempre sull’estorsione di plusvalore (e così era anche in urss e nei altri cosiddetti ‘socialismi reali’). E peccato che al sopraggiungere della sua ennesima crisi strutturale il welfare vada a farsi benedire. Più nel dettaglio – e nel quadro di un’analisi marxiana e non spicciola (o altrimenti detta dei sottili quanto inconcludenti “distinguo’) risponderò con calma.

    • Fabrizio Marchi
      29 dicembre 2014 at 9:33

      Karl, insisti nel volermi dimostrare che l’URSS e i paesi del blocco sovietico non erano comunisti. Ma io sono d’accordo con te su questo punto e te l’ho anche spiegato. Quindi mi pare francamente inutile proseguire su questa strada…
      Non ho ancora letto il documento che hai postato e lo farò volentieri ma credo di aver già capito la tua posizione e la tua collocazione nell’universo comunista…
      Che dirti, io vedo la politica (quindi anche la politica internazionale) come un processo complesso all’interno del quale è giusto collocarsi e prendere posizione, pur nella consapevolezza delle contraddizioni in cui ci si imbatte. Abbiamo fatto la stessa discussione tempo fa a proposito del Venezuela chavista con un compagno che sostanzialmente sosteneva che anche il Venezuela non fosse un paese socialista e che addirittura lo stesso Chavez fosse un populista mezzo fascista. Personalmente gli ho risposto che pur essendo consapevole che il Venezuela non è certo un paese pienamente socialista (così come Cuba), credo però che svolga una funzione complessivamente positiva in questa fase storica (oggi senz’altro più di Cuba) e che per questa ragione vada sostenuto.
      La politica è anche questa, caro Karl, altrimenti si fa del “purismo” ideologico, che può anche essere fatto, per carità, però si deve sapere che si sta facendo quello, e non politica. Come ripeto, abbiamo fatto tante altre volte questa discussione, e abbiamo portato infiniti esempi (e francamente diventa anche un po’ noioso ripetersi). Se adottassimo il tuo metro non si dovrebbe sostenere la resistenza palestinese oggi appoggiata, finanziata e armata in larga parte dai Fratelli Mussulmani e dal Qatar (uno stato capitalista e imperialista a base confessionale), non avremmo dovuto sostenere l’Egitto del “nazionalista borghese” Nasser, non avremmo dovuto sostenere il movimento indipendentista irlandese così come tanti altri movimenti anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo che solo in parte o in minima parte, se non a volte per nulla, avevano caratteristiche autenticamente di classe e/o marxiste.
      Che si fa? Diciamo chi se ne frega e voltiamo le spalle alla lotta dei palestinesi di Gaza perché non sono sulla giusta e corretta linea marxista di classe e si fanno strumenti del Qatar o dei Fratelli Mussulmani? Per non parlare poi del Donbass…
      MA a me ragionare in questo modo sembra politicamente molto infantile, ti dico la verità, e anche un po’ estremista, come diceva qualcuno che se ne intendeva…

  7. Stefano Zecchinelli
    29 dicembre 2014 at 21:30

    Il castrismo nasce come parte integrante della strategia rivoluzionaria mondiale, attaccare Cuba, la rivoluzione anticolonialista e poi socialista del ’59 ed il movimento che è nato da questa esperienza è inaccettabile.

    Il carattere rivoluzionario del castrismo è confermato da Ernesto Guevara nel suo Messaggio alla Tricontinentale. Dice il Che:

    ‘Queste le nostre aspirazioni: distruzione dell’imperialismo con l’eliminazione del suo principale baluardo, il dominio imperialista degli Stati Uniti d’America, assumendo come tattica la liberazione graduale dei popoli, a uno a uno o a gruppi, trascinando il nemico a una difficile lotta fuori dal suo terreno liquidando le sue basi di sostentamento, cioè i territori che gli sono soggetti’.

    Le critiche al revisionismo di Raul Castro non si fanno in nome di qualche presunto dogmatismo marxista ( lasciando stare fenomeni folcloristici come il ‘comunismo libertario’ ), gli antimperialisti, al contrario, guardano alla lezione teorica di Guevara ed al suo lascito teorico. Quello che ‘Il Che’ disse e fece è il punto più alto del marxismo rivoluzionario, cercare altrove non serve. Distruggere e denigrare, come qualcuno vuole fare, una esperienza rivoluzionaria è servilismo verso il gendarme mondiale: gli Usa.

    Se Marx ed Engels hanno sistematizzato la loro critica alla economia capitalistica storicizzando le organizzazioni sociali ed i modelli produttivi, Lenin ci ha dato non solo uno studio esemplare sulle dinamiche repressive dello Stato borghese ma anche uno strumento per scardinarlo: il Partito comunista.

    A Trotsky dobbiamo contributi importanti come (1) la teoria della Rivoluzione permanente, (2) il programma transitorio, (3) l’analisi dello stalinismo e del fascismo. Cosa dobbiamo al castrismo ? Semplice, l’aver tenuto insieme (1) la costruzione del partito rivoluzionario, (2) con la costruzione di un esercito proletario ( su questo sono stati importanti anche i contributi di Mao e Giap oltre, ovviamente, Trotsky ) a partire dalla guerriglia, estendendo il tutto al contesto inedito della Latino America. Non è poco e, per capire, come Il Che e Fidel siano arrivati a tanto, è bene ripercorrere la loro complessa formazione culturale: dall’abbandono del nazionalismo progressista, alla scoperta di un autentico antimperialismo di classe. DIscorso complesso che non farò in questa sede.

    In America Latina l’influenza della Cuba socialista è stata enorme. Prendiamo il fondatore del Prt-Erp, Mario Roberto Santucho e leggiamo quello che dice:

    No se refiere específicamente al viejo problema planteado por el Leninismo-trotskysmo y luego por el Maoísmo, de la relación entre el partido y el ejército. Esa discusión, en las condiciones actuales de América Latina es tan inútil como la vieja discusión del huevo y la gallina. El castrismo se encontró, como dirección revolucionaria ante una realidad objetiva que se le imponía: en América Latina no existen partidos revolucionarios fuertes; crearlos es una tarea que exige, en la época del gendarme mundial del imperialismo, una estrategia política y militar desde el inicio mismo de toda actividad revolucionaria

    http://marxists.org/espanol/santucho/1968/febrero.htm

    E’ in questo contesto che il castrismo deve essere valutato – un contesto atipico, quello del Sudamerica – non partendo dalle categorie dogmatiche degli intellettuali occidentali. Quindi l’internazionalismo concreto che ne è seguito è stato quello, negli anni ’70, della Giunta Rivoluzionaria Latino-Americana contro le dittature militari. Quattro organizzazioni guerrigliere si unirono: Prt-Erp argentino, MIR cileno, Eln boliviano e Tupacamaru uruguayani. Riportare Cuba a sinistra significa rimetterla davanti la necessità di riproporre tali metodi di lotta, non denigrarla in nome degli schemini di Damen, Mattick o Bordiga di cui agli operai di tutto il mondo, non frega assolutamente nulla !

    Tali critiche le considero controproduttive.

    Stefano Zecchinelli

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