Il caso Reyhaneh Jabbari: USA e Israele ordinano e i giornalisti europei obbediscono

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La condanna a morte in Iran della giovane Reyhaneh Jabbari, come era prevedibile, ha scatenato una nuova Crociata islamofoba (trasversale) da parte dei soliti noti – ‘Il Giornale’, ‘Libero’, ‘Repubblica’, Corsera e più o meno tuti gli altri – contro la Repubblica islamica. Ovviamente la propaganda occidentale, del tutto subordinata alle direttive di Washington e alle necessità geopolitiche dell’imperialismo statunitense, occulta e mistifica alcune questioni rilevanti sia, nel caso specifico, riguardanti la giovane Jabbari,sia sull’ordinamento giuridico dello stato iraniano.

In questo articolo cercherò quindi di sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni costruiti ad hoc proponendo una differente interpretazione dell’accaduto.

Nessun giornalista occidentale si è premurato di consultare i capi d’accusa e le prove raccolte dal Tribunale iraniano. I giudici iraniani avevano rilevato che la giovane aveva acquistato un coltello da cucina due giorni prima dell’omicidio. La vittima Morteza Abdolali Sarbandi, inoltre, pare essere stata colpita alle spalle. Si può parlare realmente di legittima difesa? Il Tribunale iraniano non afferma solo questo ma anche che “Jabbari avesse inviato un sms ad un amico nel quale lo informava che avrebbe ucciso l’uomo, con ciò dimostrando che l’omicidio era premeditato e che l’affermazione della donna di volersi difendersi dallo stupro è senza fondamento”.

Mi chiedo: un giornalista onesto può iniziare una nuova Crociata – di chiaro stampo islamofobo, quindi razzista – senza verificare in modo scrupoloso tutte le fonti? I giornalisti de “La Repubblica” (e di tutti gli altri media) hanno consultato i documenti dei giudici iraniani (scritti evidentemente in lingua persiana)? Cosa si nasconde di fronte a tante fretta?

Se ne deve dedurre che i mass media sono funzionali a determinati interessi geopolitici (il termine esatto sarebbe imperiali e imperialisti), e certamente questo modo di agire ha molto poco a che vedere con la democrazia, il pluralismo e soprattutto con una corretta informazione.

Il mondo occidentale, già quattro anni fa, davanti al caso Sakineh, dimostrò tutta la sua incoerenza; Sakineh, una uxoricida, fatta per passare per adultera.

Ora che Sakineh è a piede libero, l’apparato mediatico occidentale rettifica forse la sua propaganda anti-iraniana? Tutt’altro…Personalmente, al contrario, mi chiedo per quale ragione una uxoricida non avrebbe dovuto scontare la sua pena.

I giornalisti europei, il più delle volte visceralmente avversi all’Islam, insistono sul fatto che secondo la legge islamica l’adulterio verrebbe punito con la lapidazione. Nessuno si premura di dire che queste vergognose esecuzioni avvengono anche e soprattutto nelle petrolmonarchie alleate degli imperialismi (chiamiamo le cose con il loro nome!) statunitense ed israeliano ma non di certo in Iran (per la cronaca, nessun giornalista ha mai ricordato come, storicamente, anche secondo la legge ebraica, chi si macchiava di adulterio doveva  essere punito in questo modo barbaro).

Come al solito, siamo di fronte ad una informazione scientemente “indirizzata”. Eppure si dovrebbe sapere che lo stato di Israele, ad esempio, a differenza anche di diversi paesi islamici, è una specie di gulag a cielo aperto; basti vedere la percentuale di popolazione carceraria in proporzione al numero di abitanti.

Come ci ha spiegato Thierry Meyssan (giornalista e attivista di sinistra francese):

Succedendo alla dittatura dello Shah di Reza Pahlavi, la Repubblica islamica si era prima di tutto preoccupata di porre fine all’arbitrio e di creare lo Stato di diritto il più possibilmente rigoroso. Per quanto riguarda i reati giudicabili, da lunga data il sistema giudiziario prevede il diritto di appello. In ogni caso, la Corte di Cassazione viene incaricata automaticamente di verificare la legittimità della procedura. Il sistema giudiziario offre, quindi, garanzie di molto superiori a quelli dei tribunali francesi, e gli errori sono molto meno frequenti”.

http://www.voltairenet.org/article167006.html

Ciò detto, non c’è dubbio sul fatto che il sistema giudiziario in Iran sia duro, ma la pena di morte solo raramente trova applicazione dato che dalla sentenza all’esecuzione debbono trascorrere cinque anni per poter dare la possibilità ai familiari della vittima di perdonare il colpevole, interrompendo in tal modo l’iter che lo porterebbe all’esecuzione della sentenza di morte.

Non ci risulta che tutto ciò avvenga negli Stati Uniti. E allora ? Come sempre l’occidente vede solo ciò che vuole vedere.

Una domanda: in virtù di quale superiorità morale e di quale coerenza gli Usa e Israele si permettono di accusare l’Iran  per la violazione dei diritti umani?

Gli Usa hanno una popolazione carceraria che è superiore a quella dell’Iran e della Cina messi insieme; il sistema penitenziario, fra le altre cose, è in gran parte controllato da lobby private e centinaia di uomini ogni anno vengono giustiziati dopo aver trascorso anni nei cosiddetti “bracci della morte”.

Con quale patente morale questi signori si arrogano il diritto di emettere giudizi?

Per quanto riguarda Israele, ricordiamo cosa scrisse poco tempo fa James Petras (sociologo e docente in diverse università americane e canadesi):

“Israele, i cui sostenitori statunitensi si ostinano a definire “l’unica democrazia del Medio Oriente”, è infatti il più grande carceriere della regione.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselm, tra il 1967 ed il dicembre 2012, sono stati detenuti nelle carceri israeliane oltre 800.000 palestinesi, vale a dire oltre il 20% della popolazione. Oltre 100.000 sono stati costretti alla “detenzione amministrativa” senza accuse specifiche né un vero e proprio processo. Quasi tutti sono stati torturati e brutalizzati. Attualmente Israele ha 4.881 prigionieri politici in carcere. E questo stato ebraico sarebbe quello scelto da Dio… Il maggiore carceriere, tuttavia, è il “proprietario” di 1,82 milioni di palestinesi che vivono a Gaza in una prigione virtuale a cielo aperto. Israele ne limita i viaggi, il commercio, la pesca, l’edilizia, la manifattura e l’agricoltura attraverso blocchi di polizia e politiche restrittive per aria, mare e terra. Inoltre i 2,7 milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati (Cisgiordania) sono circondati da mura simili a prigioni, soggetti ad incursioni militari quotidiane, arresti arbitrari ed aggressioni violente da parte delle forze armate israeliane e dei coloni ebrei impegnati nella spoliazione continua dei beni degli abitanti palestinesi”.’

http://www.infopal.it/obama-trasformare-il-medio-oriente-il-gulag-americano/

Gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran sono molto simili alle vecchie “missioni civilizzatrici” delle potenze coloniali europee, Gran Bretagna in testa, con la sola differenza che Cecil Rhodes non si sarebbe mai sognato di eliminare un avversario politico con un drone (a differenza di Bush e Obama).

Ciò detto, è evidente che la pena di morte deve essere sempre combattuta e respinta, e noi ci auguriamo che l’Iran possa continuare quel processo di decolonizzazione iniziato nel 1979 (con tutte le contraddizioni del caso) e avanzare sulla strada della  democratizzazione politica e sociale e ovviamente anche dell’introduzione dei diritti civili per tutti e per tutte che non possono certo essere imposti o “esportati” con guerre “umanitarie”. Del resto giustizia sociale e democrazia, intesa anche come tutela delle minoranze, camminano di pari passo e non possono essere separate.

3 commenti per “Il caso Reyhaneh Jabbari: USA e Israele ordinano e i giornalisti europei obbediscono

  1. Alessandro
    28 ottobre 2014 at 0:13

    In un’epoca di sbornia neofemminista come quella attuale, qualsiasi iniziativa, anche la più riprovevole, può essere accettata dalla comunità occidentale se fatta per “liberare” le donne dall’oppressione del maschio. Anche in questo caso non si strumentalizza un episodio che vede vittima un uomo, bensì una donna, scelta tutt’altro che casuale, perchè la presa sull’opinione pubblica risulta assai maggiore, visto anche il ruolo che la componente femminista riveste all’interno delle redazioni dei giornali e nei media in genere e quindi la sua capacità di amplificare a dismisura certe notizie, trascurandone altre giudicate non utili. Il neofemminismo come lasciapassare per qualsiasi demonizzazione e conseguente distruzione del “diverso”.

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