Israele: dai sefarditi “rubati” ai lager per falasha

Lo Stato israeliano, oltre a non voler attenuare le politiche imperialistiche contro il popolo palestinese, non rinuncia nemmeno al razzismo interno: contro gli ebrei sefarditi ed i falasha etiopi. Qualche giorno fa il capo della polizia, Roni Alshich ha rilasciato questa vergognosa dichiarazione: “Studi in tutto il mondo mostrano che gli immigranti sono più coinvolti nel crimine di altri settori della popolazione”. “E’ naturale per le forze dell’ordine essere più sospettosi di un israeliano (ebreo di origine) etiope”. Lo Stato che ha coperto i traffici di eroina di Mayer Lansky, uno dei più spietati boss della mafia statunitense, adesso, con la solita ipocrisia, si lamenta di improbabili ‘’crimini’’ commessi dagli ebrei etiopi, gruppo etnico deportato in Israele a seguito di banditesche operazioni militari.

I falasha, affascinati dal ‘’mito della terra promessa’’ e della riscoperta quattordicesima tribù camitica, hanno ceduto alle lusinghe del sionismo israeliano; una parte di essi, per tamponare l’esclusione sociale, ha scelto la strada dell’arruolmento nell’IDF diventando mercenari dell’imperialismo di Tel Aviv; altri – certamente in maggioranza – finiscono nei lager della nuova ‘’galera patria’’.

Foto: nena-news.it

 Il governo Netanyahu si è dimostrato debole e refrattario nel chiudere il Centro di reclusione per migranti Holot, tuttora operativo. Questo centro ‘’era stato voluto con forza dal governo Netanyahu per placare le proteste degli israeliani che chiedono l’espulsione immediata  di tutti i migranti africani (sudanesi ed eritrei in maggioranza). Holot infatti allontana i clandestini dai rioni popolari di alcune citta’’ 1. L’appello dei giudici che hanno chiesto la ‘’riesamina della politica likudista’’ è, come al solito, ipocrita; mentre il sionismo di destra getta la maschera trasformando Israele in una prigione a cielo aperto, uno Stato ‘’per soli ebrei fascisti’’, quello di ‘’sinistra’’ vorrebbe un regime imperialistico capace di ricorrere a molteplici protesi ideologiche. Negli anni ’60 i ‘’sionisti di sinistra’’ sproloquiavano sul ‘’socialismo del kibbutz’’ omettendo di dire che questa ‘’via socialista’’ ( fra molte virgolette ) non rifiutava il colonialismo e l’espulsione degli arabi, sostituiti da manodopera israelita, dalle loro terre. Oggi, il ‘’sionismo di sinistra’’, parla di diritti umani guardandosi bene dal rinunciare all’imperialismo ed alla dittatura delle lobby in occidente. Lenin, nel 1917, bollò questa posizione come ‘’social-imperialista’; truffaldina e belligerante non una ma ben due volte.

L’imperialismo israeliano ha sempre considerato il continente africano uno sbocco ‘’naturale’’ del suo neocolonialismo, una terra da depredare e un mercato da conquistare; Cam, nell’ambiguo ‘’mito biblico’’, era il figliò di Noè a cui Jahvè rese la pelle nera punendolo per aver visto il padre ubriaco. Noam Chomsky, prima della sua svolta liberale, spiegò che negli anni ’60 Israele aveva teorizzato l’alleanza di Tel Aviv con tre orrende dittature militari: la Turchia, l’Iran dello Scià Reza Pahlevi e l’Etiopia imperiale. Il collante ideologico doveva essere il ‘’sionismo religioso’’. Domanda: la ragione, storica e politica, della discriminazione anti-falasha propria del ‘’sionismo di destra’’ risiede in antichi retaggi religiosi? Netanyahu oggi chiude i falasha nei lager ma negli anni ’60 furono i ‘’laburisti atei’’, Ben Gurion e Golda Meir, a guardare all’Etiopia come ad una antica terra biblica da conquistare. Il copione è sempre lo stesso: il ‘’sionismo di sinistra’’ offre gli spunti ideologici ed inizia i lavori, quello di destra li porta a termine mostrandosi al mondo con le mani sporche.

Sappiamo anche delle politiche di sterilizzazione, denunciate dal quotidiano liberale Haaretz: ‘’A dicembre, intervistate da Vaacum su IETV, trentacinque donne etiopi hanno raccontato di come, mentre si trovavano nei centri di transito etiopi in attesa di essere ammesse in Israele, fossero state avvicinate da assistenti sanitari israeliani che le hanno obbligate ad assumere un contraccettivo, spiegando che era una condizione strettamente necessaria per entrare nel Paese. Altre hanno invece raccontato di come fosse stato loro detto che si trattava di un semplice vaccino’’. Inutile ripeterci: Israele – a destra come a sinistra – resta una pianta malata di razzismo e sciovinismo.

 

La storia del fratello di Gideon Levy

Il giornalista Gideon Levy, qualche giorno fa, ci ha offerto una testimonianza interessante che riguarda direttamente la sua famiglia. L’articolo di Levy è breve, ciò nonostante si tratta di un documento prezioso, quindi vale la pene leggerlo tutto:

“Nel  1967, non molto tempo dopo la guerra, io e  mia madre siamo andati  a un incontro con l’infermiera dell’ Istituto “Ironi Aleph “ per regolarizzare l’iscrizione . L’infermiera,dopo aver chiesto informazioni sanitarie, ha improvvisamente fatto un accenno all’esistenza  di  un mio  fratello maggiore. Mia madre ha taciuto a lungo e, alla fine,  ha risposto con gli occhi abbassati: “E’ morto” . Io non ho capito più niente. Più tardi siamo andati a casa senza parlare. Durante la serata i miei genitori mi hanno detto che erano dispiaciuti per avermi nascosto per tutti questi anni l’esistenza di un altro figlio. Si chiamava Dan ed era morto per una malattia, non ricordo quale, dopo solo sei settimane di vita. I miei genitori hanno  lasciato  il corpicino all’ospedale senza riportarlo a casa. Il personale ha spiegato loro che non aveva una tomba poiché era morto senza essere circonciso.  

Un bambino non circonciso  non ha  una tomba? Ho chiesto al rabbino Benny Lau  che ha negato  che ciò  sia contemplato dalla legge ebraica . Non abbiamo più parlato di mio fratello morto, non è stato più menzionato nella mia casa. Probabilmente, dopo quello che avevano passato in Europa, né mia madre né mio padre  erano in grado di affrontare un’altra prova o di porsi  domande

Quando ho letto l’articolo del mio collega Ofer Aderet sulla scomparsa  di altri bambini, ho cominciato  a chiedermi: “Dove sei   Dan? Sei vivo  Dan?  Forse ora hai un altro nome,  Sei nato nei  primi anni  del 1950  e forse  risiedi in un’altra città, in un altro Paese? Puoi metterti in contatto con me?” Tom, mio  figlio, aveva un anno quando è morto nel  1988  ed è  sepolto nella sezione dei bambini  nel cimitero di Kiryat Shaul a Tel Aviv. Per anni la sua tomba è stata circondata da una recinzione arrugginita che delimitava le sepolture dei bambini anonimi. Poi un giorno una mano invisibile ha coperto  la sezione per l’infanzia con un pavimento di cemento. I nomi sono stati incisi su quelle lastre di pietra, a volte senza qualsiasi ulteriore informazione: data, nomi dei genitori. Un pensiero è vivo nella mia mente ora: forse mio fratello Dan è sepolto lì  accanto al mio piccolo figlio Tom.

Abbiamo chiamato nostro figlio Dan. Ha già 30 anni”. 3

Gideon Levy è uno dei pochi giornalisti israeliani che, seppur non radicalmente antisionista dal momento che vorrebbe ‘’democratizzare” Israele’ lasciando intatte gran parte delle istituzioni esistenti, riconosce la Nakba, e ha scritto importanti critiche ai ‘’sionisti di sinistra’’ del partito Meretz. Per questa ragione resta a metà strada fra una posizione ‘’moderatamente antimperialista’’ e le ambiguità dei ‘’socialdemocratici’’ o, sarebbe meglio scrivere, ‘’social-imperialisti’’. Tutte cose che non gli impediscono di essere uno dei migliori giornalisti, almeno come cronista, di tutto il Medio Oriente. Domanda: la triste storia di suo fratello e dei bambini rubati, lo spingerà, una volta per tutte, a rimettere in discussione i miti di fondazione dello Stato israeliano? Israele è uno Stato sionista e, da quello che vediamo, si ostina a non voler abbandonare l’ideologia razzista ed ultra-nazionalista che, da sempre, lo connota.

Nel 1951, il laburista Simon Peres, un ‘’sionista di sinistra’’ che la sera si allieta ascoltando Noa, visionò un’ operazione di eugenetica degna del Dr. Mengele. Vennero sottoposti a radiazioni ultra-violente 100.000 bambini sefarditi e 94.000 di essi riportarono gravi menomazioni. Domanda: come si può pensare di dialogare con chi crede nella superiorità razziale?

Gilad Atzmon è uno dei pochi studiosi, insieme allo storico Shlomo Sand, ad aver spiegato che gli ebrei ‘’non costituiscono una razza’’ – tranne che nei sogni di Hitler e dei sionisti – quindi bisogna opporsi, con tutte le forze, ai piani razzisti e guerrafondai dei nazionalisti di Tel Aviv. Secondo Atzmon: ‘’L’identità ebraica contemporanea consiste in tre elementi principali: quello religioso, quello nazionalista e quello razzista. I sionisti hanno interesse a confondere il più possibile i tre elementi, e questo costituisce una truffa intellettuale. Quando attacchi la loro politica nazionalista, ti accusano di essere razzista; se attacchi le loro tendenze razziste, pretendono che è tutto semplicemente il frutto della loro innocente religione. Il mio modello della “terza categoria” suggerisce un modo di attaccare il sionismo oltre all’ebraicità, in quanto visione tribale, esclusiva e “suprematista” del mondo’’ 4. I falasha mettono in crisi gli ultra-nazionalisti perché sono la dimostrazione lampante che non è mai esistito un ‘’popolo ebraico’’; quello a cui storicamente abbiamo assistito, dal ’48 in poi, è la costruzione di un ‘’popolo israeliano’’ estremamente eterogeneo, in cui i conflitti di classe, col tempo, non potranno essere contenuti tanto facilmente. Shlomo Sand, con la sua opera, L’invenzione del popolo ebraico, ha smontato gran parte dei miti sionisti, senza ricevere nessuna replica accademica rispettabile per la fondatezza delle argomentazioni 5. Come disse Spinoza: ‘’l’insulto – e i sionisti israeliani in questo sono maestri senza eguali – non è unargomento’’.

Possiamo dibattere su come risolvere il ‘’problema mediorientale’’ ma una cosa è certa: per la sua natura di classe Israele è un buco nero del diritto e della politica internazionale. Difficile sperare di potergli imporre – almeno in tempi brevi – una ‘’democratizzazione’’ o ‘’rilegalizzazione’’ dall’alto. E’ stata l’ONU ha tradire innumerevoli volte il popolo palestinese, quindi la risposta all’imperialismo sionista non può che arrivare dai popoli arabi, dal mondo del lavoro e dagli oppressi. C’è un grande assente che da decenni manca sul terreno della conflittualità sociale: il proletariato israeliano e con esso i falasha, ancora incapaci di prendere una posizione chiara. Chi vuole può provare ad aspettarli, me compreso.

1.

http://nena-news.it/israele-migranti-corte-suprema-ordina-centro-prigione-holot/

2.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/01/israele-laccusa-di-haaretz-immigrate-etiopi-rese-sterili-con-farmaci-imposti-nei/485579/

3.

https://frammentivocalimo.blogspot.it/2016/08/gideon-levy-dagli-articoli-sui-bambini.html

4.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=33394

5.

https://www.youtube.com/watch?v=Q6_xrgPGG1o

 

1 commento per “Israele: dai sefarditi “rubati” ai lager per falasha

  1. alfio
    5 settembre 2016 at 2:50

    effettivamente, a differenza dell’ iran che ha sostanzialmente un regime teocentrico che tra
    l’altro si rifa’ piu’ ad una cultura politica persiana anziché islamica , da cui l’islam stesso ha
    cooptato in epoca medievale determinate strutture istituzionali,israele e’ un regime realmente
    teocratico in cui non essere ebrei anche se israeliani significa essere fondamentalmente cittadini
    di serie b soprattutto se arabi.
    il sogno dei sionisti, tra l’altro a mio parere non esiste una reale discontinuita’ tra la destra e la sinistra sionista, essere sionisti e’ un po’ a livello ideologico come essere americani ,prescinde
    cioe’ da una mera appartenenza politica,
    e’ biblico piu’ che politico anche se le due cose si legano inestricabilmente.
    essi cioe’ vorrebbero replicare nella realta’ quello che e’ contenuto sostanzialmente nei libri
    di ezra e neemia in cui viene auspicata dalla classe dirigente di Israele appena tornata dall’esilio
    babilonese con il consenso politico dei persiani una omogeneità etnica e razziale di tutti gli israeliti, i quali pero’ dovettero fare i conti con una realta’ ben diversa fatta di appartenenze’ culturali e religiose molto diverse e conflittuali talche il loro e’ rimasto un pio desiderio che pero’
    ebbe comunque una forte valenza politica ed identitaria ad uso interno e cioe’ tra gli stessi ebrei residenti in Israele, come se la allora classe dirigente attraverso un testo scritto quindi dall’alto valore ideologico volesse far intendere che i ‘ veri ebrei’ sarebbero stati solo quelli che si fossero adeguati a determinate leggi e costumi religiosamente orientati come ad esempio il divieto dei
    matrimoni misti., leggi e costumi che pero’ rimasero sostanzialmente inevasi. per fortuna.

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