La base dottrinaria del governo nordcoreano

Il presente articolo non è, in nessun modo, una forma di elogio o condivisione del Governo nordcoreano, del quale critichiamo, anche se dal nostro punto di vista (comunque di occidentali) che non corrisponde alla cultura politica e sociale specifica alla storia della Corea, la natura dinastica della trasmissione del potere, la repressione politica soffocante, la segmentazione in caste della società, che di fatto produce diseguaglianze e meccanismi di cooptazione per fedeltà politica alla famiglia dominante, nonché il militarismo esasperato che sottrae risorse all’economia civile ed al benessere degli abitanti. Si tratta soltanto di un tentativo di analizzare in modo più obiettivo la natura dottrinaria e teorica sulla quale si fonda il potere in quel Paese, cercando di dare un contributo alla comprensione della realtà nordcoreana, distorta e poco compresa in Occidente.

La base ideologica della Corea del Nord è rappresentata da due dottrine, strettamente correlate fra loro: la Juche ed il Songun. La prima parola, che è una declinazione coreana di un vocabolo cinese, letteralmente traducibile come “soggettività”, nel senso di “autosufficienza”, viene elaborata a partire dagli anni ‘30, ed appare ufficialmente nello storico discorso di Kim Il Sung del 1955. La seconda significa, più o meno, “priorità militare”, ed è apparsa, come elemento distinto e saliente della Juche, nel Rodong Sinmun, l’organo ufficiale di stampa del partito dei lavoratori, il 7 aprile 1997.

Classificare semplicisticamente questo corpo dottrinario molto complesso nel marxismo-leninismo o nello stalinismo è un errore grossolano. Si tratta in realtà di una revisione dei principi del marxismo-leninismo, influenzata da elementi di confucianesimo politico. Il presupposto della Juche è che “l’uomo è padrone del mondo e può realizzare qualsiasi cosa”. Si tratta in realtà di una differenza centrale rispetto al materialismo storico: la storia non viene mossa dalla dinamica dialettica delle forze sociali di produzione, cioè dalla dialettica delle classi sociali, ma dall’uomo, come elemento costitutivo di una massa popolare. Nelle parole di Kim Jong Il: “molti Paesi hanno applicato il principio marxista-leninista di concezione materialistica della storia in modo troppo dogmatico, fallendo nel processo di avanzamento continuo della rivoluzione (…) il socialismo a modo nostro è un socialismo antropocentrico” (Shin, 2006).

Prima dell’elaborazione del Songun, quindi, nell’idea originaria di Juche, la società è costituita da una massa che non ha una stratificazione gerarchica interna in classi sociali che si contendono fra loro il valore prodotto dal ciclo produttivo, ma è armonicamente costituita da strati sociali, che non sono sovraordinato l’uno all’altro, né in competizione: i contadini, gli operai e i samuwon, ovvero i tecnici e coloro che esercitano una professione di concetto o intellettuale, e che non sono sovraordinati ai primi, e non hanno dunque nessun particolare privilegio socio-economico, ma, anzi, si collocano in una posizione di servizio, fornendo al resto del popolo gli strumenti culturali, scientifici ed intellettuali necessari per il suo progresso.

Le conseguenze di un socialismo fondato su un concetto di massa popolare come motore della storia, e non di specifiche classi sociali alienate dal processo produttivo, sono duplici, ed entrambe allontanano dal marxismo-leninismo, e più in generale anche dal socialismo:

a) il ruolo del leader. Venendo a mancare una funzione propulsiva di una specifica classe sociale, viene anche meno il concetto leninista di partito come élite dirigente del proletariato. La guida delle masse non può quindi essere assunta collettivamente da un partito, e ricade sul leader illuminato, che (in teoria) emergerebbe per le sue superiori virtù morali, intellettuali e per la sua capacità di dare l’esempio con la sua vita (anche se ovviamente la natura familistica e dinastica della trasmissione del potere vanifica questa presunta naturai lluminata del leader). E’ il concetto confuciano di “junzi”, cioè di saggio, di uomo superiore, che, nel sistema confuciano, piuttosto conservatore sul piano sociale, in cui ognuno ha un posto predeterminato e tendenzialmente inamovibile dentro il corpo sociale, merita lealtà assoluta e rispetto. Finendo quindi, ancora una volta in linea con gli insegnamenti di Confucio, per divenire un essere semi-divino, cui attribuire una reverenza di tipo religioso. Il leader è il “primo cervello” dell’intelligenza collettiva delle masse, e trasferisce al suo successore per linea di sangue, educato alle virtù dello junzi, questa sua intelligenza superiore. Di fatto, il leader diventa, simbolicamente, il capo-famiglia dell’intera nazione, alimentandosi dei concetti neoconfuciani di pietà filiale e rispetto delle obbligazioni reciproche dentro la famiglia. Ciò spiega come la morte di un leader provochi autentiche manifestazioni di dolore nel popolo nordcoreano, e come il sistema di potere sia così forte e resiliente, perché affonda le radici dentro una tradizione popolare ancora viva di legami affettivi familiari, in un Paese che, prima dei Kim, era fondamentalmente feudale;

  1. b) l’autosufficienza nazionale. Si ragiona in termini di massa popolare e non di classe, ed in termini di parametri storico-culturali, per definizione specificamente nazionali, e non economicistici, che possono essere transnazionali. Ciò porta il concetto di nazione ad avere lo stesso livello di importanza di quello relativo al socialismo Se lo sforzo è quello di costruire un processo rivoluzionario modellato sulle specificità storiche del proprio Paese, allora inevitabilmente il concetto di nazione, ovvero di massa popolare unita da una storia ed una identità culturale comune, prevale su ogni internazionalismo. Di conseguenza, la rivoluzione non può essere vincente se non si raggiunge uno stato di autonomia politica, economica e culturale, e non può essere “esportata”, come pensa l’internazionalismo proletario, perché non si può applicare meccanicamente un modello ad un contesto storico e culturale diverso.

Se l’obiettivo è quello dell’autosufficienza nazionale, allora la funzione della difesa nazionale diventa cruciale per garantire il mantenimento degli obiettivi rivoluzionari, ed il loro avanzamento. E qui veniamo al secondo pilastro della dottrina politica nordcoreana, ovvero il Songun. E’ superficiale criticare, secondo gli schemi occidentali, l’enorme spesa militare nord coreana, sostenendo che essa distoglie risorse dallo sviluppo delle risorse alimentari e dei servizi sociali. I sottufficiali ed ufficiali dell’Esercito popolare rappresentano una classe sociale a sé stante, distaccandosi dall’originario concetto di unità delle masse della Juche. Classe sociale identificata come avanguardia della Rivoluzione, perché “solo la classe militare possiede i requisiti di lealtà, spirito rivoluzionario, coesione e esprit de corps necessari per far avanzare la Rivoluzione” (Byung Chul Koo, 2007). Si tratta in fondo di un insegnamento maoista: “il potere politico proviene dalla canna di un fucile”, e concepisce quindi il processo rivoluzionario nordcoreano come un “work in progress”, non come un risultato statico ottenuto. E’ chiaro che se manca una concezione primaria del ruolo propulsivo del proletariato, solo le forze Armate possono avere la forza d’impatto e la disciplina per essere propulsore della Rivoluzione.

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Fonto foto: Huffington post (da Google)

 

1 commento per “La base dottrinaria del governo nordcoreano

  1. armando
    11 aprile 2017 at 12:17

    Molto interessante e istruttivo. Del resto, anche nel maoismo esistevano elementi non propriamente derivanti dal marxismo leninismo. Giustamente tutto ciò non deve significare appoggio e “giustificazione” di un regime di dittatura dinastica, ma serve a spiegare le dinamiche interne. Detto questo, c’è anche da aggiungere una cosa rispetto agli armamenti nucleari coreani. Chi decide quali paesi possono dotarsi di armi atomiche e quali no? Chi decide quali sono gli stati “pericolosi” e quelli pacifici?
    Come al solito, sono gli Usa a pretendere di distribuire patenti di ammissibilità. Come se non fossero stati loro gli unici a sganciare, senza necessità militari, due atomiche sulla popolazione civile inerme, cioè un atto di terrorismo come fu terrorismo il bombardamento convenzionale che rase al suolo letteralmente Dresda.
    Si disse che c’era la superiore esigenza di sconfiggere il nazismo e il Giappone suo alleato. Bene, ma se prendiamo per valida quella spiegazione, ci spieghino lo sdegno per Aleppo mentre si tace di Mosul. Ci dicano allora che l’Isis e il Daesh non vanno toccati più di tanto e che il solo vero cattivo dell’area mediorentiale sarebbe Assad. Non lo faranno, ovviamente, anche perché hanno dalla loro parte tutta la stampa mainstream, compresi quegli stupidi del Fatto Quotidiano, che soffre di unp strabismo fuori dal comune.

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