Bielorussia: il caso Protasevich, tra doppi standard e intermittenze

Quello compiuto dalla Bielorussia per arrestare Roman Protasevich è certamente un atto di forza, ma non dissimile da operazioni analoghe – anche più clamorose – tentate o compiute da altri paesi nel passato recente.

Nel 2016 l’Ucraina compì un atto molto simile con un aereo di linea bielorusso (Belavia) a bordo del quale viaggiava l’oppositore di origine armena Armen Martyrosian. Nel 2014 e nel 2017 Polonia, Moldavia, Romania e Bulgaria misero in atto due operazioni simili per costringere all’atterraggio l’aereo su cui volava il direttore di Roscosmos Dmitry Rogozin (figura sanzionata dagli Stati Uniti), di fatto con le stesse modalità. Nel 2017 l’Ucraina compì un’altra operazione analoga – evidentemente concordata – facendo atterrare a Kiev “per problemi tecnici” un volo British Airways diretto in India per arrestare un cittadino brasiliano accusato di aver combattuto nei ranghi degli insorti di Lugansk e Donetsk.

Si potrebbe continuare a lungo, ma rispetto al caso in sé non dovrebbe stupire la politica della “tolleranza zero” da sempre sostenuta dalle autorità bielorusse nei confronti dei gruppi radicali e dei movimenti neofascisti. Dopotutto, il fatto che le proteste bielorusse degli scorsi mesi non siano degenerate in uno “scenario ucraino” – con una piazza tenuta sotto scacco da gruppi neofascisti – è largamente riconducibile ai risultati di questa politica.

Roman Protasevich organizza da anni le attività di gruppi radicali bielorussi con orientamento paramilitare. A dispetto di come è stato generalmente descritto, l’orientamento politico di Protasevich è attiguo alla galassia neofascista bielorussa e a quella di altri paesi dell’ex Cortina di Ferro (come Russia, Ucraina, Polonia e area baltica). Certa – e documentata – è la partecipazione attiva di Protasevich al Maidan ucraino così come i suoi rapporti con il “servizio d’ordine” di Maidan, gestito da gruppi neofascisti come Svoboda e Pravy Sektor. Secondo le informazioni diffuse da un canale Telegram bielorusso lo scorso anno, Protasevich avrebbe partecipato alle attività militari sul fronte del Donbass ucraino tra le fila del battaglione “Azov” – formazione paramilitare di orientamento neofascista -. Quello che dovrebbe sconcertare è l’intermittenza con cui l’Occidente promulga i valori antifascisti, quasi come se nei paesi dell’Europa orientale la crescita dei movimenti neofascisti fosse un fatto auspicabile e non avesse delle ricadute anche in Occidente.

Da oltre un anno l’Occidente tenta di delegittimare con ogni mezzo la Bielorussia, rifiutando ogni ragionevole dialogo e procedendo per forzature nonostante le aperture politiche di Lukashenko e della compagine governativa, perlopiù ignorate. Se si rifiuta ogni dialogo politico gli atti unilaterali rimangono gli unici strumenti a disposizione: chiudere le porte alla Bielorussia non può che spingere Minsk ad adottare questa linea di condotta. La politica dell’ingerenza sistematica e dei doppi standard è un vicolo cieco: si può solo auspicare che l’Italia si dimostri consapevole di ciò, rinunciando a posture che le si addicono davvero poco.

 

Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. Segue con attenzione le transizioni politiche che si stanno concretizzando in Bielorussia ed in Armenia. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”.

1 commento per “Bielorussia: il caso Protasevich, tra doppi standard e intermittenze

  1. alex1
    30 maggio 2021 at 17:34

    Non dimentichiamo due anni fa l’Italia andò a rapire Cesare Battisti condannato su una sentenza quanto meno “discutibile” emessa solo sulla base di confessioni, e residente legittimamente in Brasile, tramite la collaborazione di alcuni settori militari boliviani.

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