Osservatorio settimanale sugli eventi del mondo (1): fatti, ragioni, conseguenze, “morali della favola”

ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN RUSSIA

L’opposizione avanza a Mosca e si afferma in alcune province della Siberia. Putin, rappresentato da Russia unita e in molti altri casi da liste senza etichetta, vince nell’insieme del paese e, in particolare, a San Pietroburgo. La sua popolarità scende nei sondaggi ma si mantiene nettamente sopra al 50%. Crescono, nell’area di opposizione, i liberaldemocratici di Zhirinovski (in realtà una formazione ipernazionalista che di liberaldemocratico ha solo il nome) e il partito comunista di Zhuganov. Questo, anche in virtù delle indicazioni di Navalny: votare per chiunque sia il meglio piazzato per battere il candidato del potere.

Ora, questi due partiti non contestano affatto Putin come attentatore alle libertà individuali e allo stato di diritto e men che meno per la sua contrapposizione all’Occidente; lo contestano perché non abbastanza nazionalista e, soprattutto perché il suo regime alimenta le disuguaglianze ed è sordo alle esigenze del popolo. L’invito di Navalny nasce dunque dalla consapevolezza che l’essere l’idolo e il punto di riferimento dei media occidentali non gli giova affatto all’interno del proprio paese; e che il tallone d’Achille del regime non è il suo autoritarismo e la sua ideologia ma l’inefficienza e la corruzione del suo sistema economico-sociale.

E’ lì che si perdono o si vincono le elezioni. Elezioni, con la ricerca costante del consenso che, per inciso, rimangono un punto essenziale di differenziazione tra fascismo e democrazia illiberale: là, il popolo è il piedistallo passivo del potere assoluto e carismatico; qui è una fonte di legittimazione tutt’altro che acquisita  e costantemente anzi ossessivamente ricercata.

Insomma, anche in Russia, e ancor più nelle altre democrazie illiberali, le elezioni contano. E, attenzione, il loro esito non è scontato in partenza.

 

ROTTURA DELLE TRATTATIVE TRA STATI UNITI E TALEBANI

Le trattative tra Stati Uniti e Talebani erano state avviate sin dagli inizi dell’attuale Amministrazione, con periodici annunci di aver fatto buoni passi avanti e di essere, anzi, vicine ad una conclusione positiva. La settimana scorsa, invece, si sono bruscamente interrotte; anche se voci autorevoli, sulle due sponde, le danno come semplicemente sospese. Motivazione formale della rottura: i recenti attentati terroristici in cui sarebbe morto un soldato americano. Subito dopo questo annuncio John Bolton è stato rimosso dal suo incarico di dirigente del Consiglio Nazionale di Sicurezza ( o si è dimesso, come afferma l’interessato; ma è poi la stessa cosa).

Le motivazioni della ( temporanea ? )rottura sono speciose. Perché, durante la lunga trattativa, il conflitto è continuato e da ambo le parti e con episodi anche più cruenti, senza determinare interruzioni nel negoziato. Pure lo stop ( analogo a quello verificatosi nelle trattative con Kim) era nelle cose; e cioè nella visione che dei rapporti internazionali ha l’establishment americano, repubblicano ma in notevole misura anche democratico. Una visione intrisa  di moralismo a senso unico; di un mondo diviso tra Bene e male, Buoni e Cattivi in cui non si possono raggiungere accordi con i secondi perché di loro non ci si può fidare e perché del loro punto di vista non si può tenere alcun conto. E’ su questa barriera insuperabile che stanno andando a monte tutti i possibili accordi. In questo senso la vicenda afghana non è una novità; mentre lo è, eccome, il siluramento di Bolton.

Qui entra in gioco la radicale diversità di visione e di temperamento tra Trump e il suo (ex) stretto collaboratore.

Ambedue sono reazionari. Ambedue disprezzano le regole e le istituzioni internazionali. Ambedue sono decisi a difendere , contro tutto e tutti, gli interessi americani. Ma Bolton è un guerrafondaio e Trump vuole “riportare i ragazzi a casa”in Afghanistan, Siria e, all’occorrenza anche in Europa. E, ancora, Bolton è un fanatico mentre a Trump piace esibire la pistola ma per arrivare ad un accordo. Pistolero arrogante nella forma; commerciante nell’animo. E in questo, per dirla tutta, più a sinistra del blocco che lo sostiene; non certo in politica interna ma certamente in politica estera.

E allora, statene certi, tolto brutalmente di mezzo Bolton, non ci sarà alcun via libera ad interventi armati né per togliere le castagne dal fuoco a Guaidò né per sbarazzare Israele e l’Arabia Saudita dal loro arcinemico né altrove. E il negoziato interrotto in Afghanistan riprenderà, magari in forma diversa. Anche perché l’alternativa è una guerra senza fine che l’Occidente non è in grado di vincere.

Dati i tempi calamitosi, è già qualcosa.

 

FRANCIA. IL SINDACO DEL  VILLAGGIO

Il sindaco di La Bussière, piccolo villaggio di 300 abitanti nell’ovest della Francia, ha deciso di riaprire la scuola elementare chiusa dal 1991. Presenti ai corsi 11 allievi dai tre agli undici anni. Coinvolto nell’iniziativa, soldi, lavori, l’intero paese. La scuola privata e “fuori norma” è stata riconosciuta dalle autorità competenti. Da ora in poi, impegno del governo, nessuna chiusura di una scuola senza l’assenso del sindaco.

A La Bussière non c’era più niente. Rimasti un agricoltore, un elettricista, una piccola fabbrica di mobili e un caffè/ristorante ( per il turismo estivo) di proprietà del sindaco. E poi un paio di donne di città, venute a cercare lì le ragioni di un nuovo impegno di vita; nello specifico, nell’insegnamento.

L’abbandono. Il grande dramma vissuto dalla Francia profonda nel corso di questi anni. E che ha trovato, prima nel lepenismo, poi nei gilet gialli e ora nelle autorità locali ( ci sono 35 mila sindaci e nessuno si sogna, come da noi, di ridurne il numero…) uno sbocco politico. Ma che non ha trovato ancora una risposta.

Oggi le scuole di villaggio ( all’insegna del “fai da te”) rappresentano poco meno dell’1% della popolazione scolastica. Anche se crescono rapidamente. Statisticamente è pochissimo; culturalmente, e politicamente, può essere molto.

 

OCCIDENTE E TERZO MONDO

Venti milioni per l’Amazzonia. Vari miliardi per Turchia, Niger e ora Ruanda per trattenere i profughi a casa loro o a casa d’altri. Qui c’è qualcosa che non va.

 

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1 commento per “Osservatorio settimanale sugli eventi del mondo (1): fatti, ragioni, conseguenze, “morali della favola”

  1. Silvio andreucci
    13 settembre 2019 at 13:56

    Da non marxista, ritengo che ai comunisti europei non conviene osteggiare Putin, conviene appoggiarlo.rappresenta una forte barriera​ a livello geopolitico mondiale contro l’imperialismo Yankee che tende a porsi come planetario.la federazione Russa di Putin ha salvato la Russia dall’asservimento e subordinazione all’Occidente atlantico centrico che si stava avverando durante l’era di Boris eltsin.la federazione Russa di Putin ha garantito un multipolarismo contro lo strapotere Yankee, ergendosi a difesa di Cuba,del Venezuela chavista,appoggiando la Repubblica cinese popolare dalle orde sovversive filoyankee di Hong Kong, ovunque Putin ha garantito le sovranità nazionale contro la prevaricazione Yankee (il lupo perde il pelo,ma non il vizio.trump non ha rinunciato all imperialismo mondiale,ha solo mutato strategia sostituendo ibombardamenti democratici e umanitari dei Neo-cons con gli embarghi, Bolton è ancora più guerrafondaio, tanto da far impallidire lo stesso trump è). non capisco come nella cerchia neocomunista in Italia gruppi come potere al popolo continuano a fare i “duri e puri”,si rifiutano di appoggiare Putin perché lo considerano un dittatore imperialista.non è ragionevole questo atteggiamento a sinistra.bisogna prendere esempio dall’Unione sovietica che nel corso della “guerra di Suez”appoggio il colonello Nasser contro Israele, Francia e inghilterra.e vero che Nasser non era un comunista,ma era pur sempre schierato nel campo antimperialista.la stessa Unione sovietica volle appoggiare nel corso della guerra delle malvinas dell’82 ilnazionalista argentino galtieri contro Inghilterra e usa.quindi,il fatto che molti neocomunisti rifiutino Putin è questione di mancanza di pragmatismo o di stupido nostalgismo

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