Israele e Sudafrica: somiglianze e differenze

Se volessimo far paragoni storiografici per analizzare in maniera specifica il caso di Israele nel suo rapporto con l’autoctono popolo palestinese, bisognerebbe fare riferimento al colonialismo bianco e occidentale che caratterizzò buona parte dell’800 e parte (almeno sino agli anni ’60) del secolo scorso. Anche se dovremmo retrodatare il tutto alla colonizzazione ispano-portoghese dell’America centro-meridionale, che si basava su una “supremazia di fede” di stampo cattolico che spiega in una certa misura anche quello che avviene in Israele, dove una lettura falsata della Torah e dei testi sacri giustifica certe esaltazioni fanatiche di una parte del colonialismo sionista, alle cui fondamenta vi è un forte senso di pregiudizio razziale, come coscienza – ovviamente falsa – della presunta superiorità “biologica” della propria “razza”. Un fenomeno tipicamente moderno, sviluppatosi verso la fine del XVIII secolo; una base teorica per giustificare una politica nazionalistica e colonialistica.

Un fenomeno, quindi, che non nasce con il nazismo ma in senso ai regimi liberali e borghesi, che verso gli anni ’70 dell’800 iniziarono a spartirsi il continente africano per accaparrarsi le risorse, all’origine di quell’imperialismo analizzato e denunciato da Lenin nel saggio L’imperialismo fase suprema del capitalismo. Scritto e pubblicato a Zurigo in piena prima guerra mondiale, nel 1916, parlando del capitale monopolistico, Lenin scriveva: «L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché […si ebbe] la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza […]. Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo.» Analisi che, oltre alle tesi di Karl Marx e Friederich Engels, si ispira agli studi del socialista inglese John Atkinson Hobson (1858-1941), che nel saggio Imperialismo. Uno studio, descriveva la politica estera statunitense come « …il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso incremento del capitale, che non può trovare impiego in patria e ha bisogno di mercati stranieri per i beni e gli investimenti».

L’odierna politica del governo di Tel Aviv – «i cui confini – riporta il direttore di questo giornale, Fabrizio Marchi – non sono ancora stati volutamente definiti perché è loro ferma intenzione continuare ad espandersi e rubare altra terra agli arabi, il cui atto di fondazione è un’aggressione a mano armata nei confronti del popolo palestinese» –[1] si inscrive perfettamente nel contesto del colonialismo otto-novecentesco, un fenomeno che ha numerosi nessi col triste e famoso caso del regime boero del Sudafrica. Infatti, vi sono molte similitudini fra Sudafrica e Israele: entrambi gli stati hanno ricevuto il plauso di una gran parte delle destre populiste occidentali che sostengono di difendere il “popolo bianco”. Infatti, sia i boeri che i coloni sionisti – da non confondere con gli ebrei nel loro complesso (fra l’altro numerosi ebrei progressisti e democratici hanno condannato le violenze di Tel Aviv ai danni dei palestinesi) sono stati glorificati entrambi dall’ala etnonazionalista della Lega Nord (il viaggio recente di Salvini ne è una prova), che ha lodato le politiche del regime bianco: «Sulla sicurezza e la gestione dell’immigrazione abbiamo solo da imparare, anche dal Sudafrica», spiegava il vicepresidente dei deputati leghisti Gianluca Pini – presente anche in Israele col leader del Carroccio –, annunciando il voto favorevole della Lega alla ratifica dell’accordo Italia-Sudafrica per la cooperazione tra forze di polizia, visto che «Il Sudafrica ha maturato esperienza e competenza in materia di gestione dell’ordine pubblico nelle enclave etniche. Non è da escludere quindi che il nostro Paese, esposto al rischio ghettizzazione a causa di flussi migratori incontrollati, possa prendere esempio anche dai sudafricani».[2]

Spulciando la rete, si trovano siti nazisteggianti (come quello di Stormfront.org, ormai chiuso dai magistrati per incitazione all’odio razziale) dove gruppi filo-hitleriani elogiano Federico Prati e Silvano Lorenzoni, i cui interventi sono ospitati sul sito dei Giovani Padani (www.giovanipadani.leganord.org) o, nel caso di Prati, anche sul quotidiano ufficiale del partito La Padania. Parliamo di due militanti politici di estrema destra che non fanno mistero delle loro idee nazionalsocialiste, che bazzicano gli ambienti della Lega Nord. Prati, in un delirante scritto simile al Mein Kampf, si definisce etnonazionalista, predica l’esistenza di razze umane diverse da preservare in tutto e per tutto e rispolvera la teoria del pensiero völkisch – elaborata fra le due guerre mondiali negli ambienti della Konservative Revolution e fatta propria dal nazismo –, secondo cui i gruppi umani si caratterizzerebbero per un particolare legame di sangue e suolo con la terra natia, lì dove giacciono gli antenati, che li renderebbe geneticamente diversi gli uni dagli altri. Senza contare la strumentalizzazione degli assalti alle fattorie dei bianchi in Sudafrica, definendole come un “genocidio boero” – smentiti peraltro anche da diversi studi che mostrano come il movente politico o razziale fosse rinvenibile solo in un numero estremamente limitato di casi, appena il 2%, e che solo il 60% degli attacchi alle fattorie è rivolto contro bianchi – che ha spinto, l’11 novembre 2011, gli europarlamentari Philip Claeys del Vlaams Belang, Andreas Mölzer Freiheitliche Partei Österreichs, o FPÖ, e Fiorello Provera della Lega Nord, a presentare una dichiarazione scritta sugli “omicidi” di agricoltori in Sud Africa!

All’inizio il neonato governo di Tel Aviv – spiega un dossier pubblicato online su Limes – non intrattiene buoni rapporti con Pretoria «Desideroso di conquistare l’appoggio delle nazioni africane per controbilanciare l’ostilità dei paesi arabi, il governo di Gerusalemme criticò in più occasioni il sistema dell’apartheid votando all’interno delle Nazioni Unite numerose risoluzioni di condanna contro il regime sudafricano.» Però, prosegue l’articolo «mentre l’atteggiamento del governo israeliano verso le politiche di Pretoria era critico, quello della stessa popolazione ebraica residente in Sudafrica nei confronti dell’apartheid era invece assai più sfumato: la gran parte di essa non assunse infatti posizioni apertamente ostili alle discriminazioni razziali poiché la maggioranza nera era percepita come potenzialmente favorevole al comunismo.» Quindi, una comunità, quella ebraica, che senz’altro non stravede per il partito di governo, il National Party, che aveva al suo interno vasti settori filonazisti e antisemiti, ma che si sentiva comunque rassicurata dal fatto che le misure discriminatorie varate dal governo non erano rivolte nei suoi confronti.

Le cose, però, cambiano nel 1967. Infatti,

«La guerra dei Sei giorni portò a un sensibile peggioramento dei rapporti con i paesi del continente e solo il Sudafrica (al pari di quanto fece nel 1956) lasciò i propri porti aperti alle navi israeliane. Fu con il conflitto dello Yom Kippur del 1973 che i rapporti tra Pretoria e Gerusalemme si intensificarono notevolmente: mentre 29 dei 33 Stati africani con i quali Israele intratteneva dei rapporti ruppero le relazioni diplomatiche, il Sudafrica espresse tutto il proprio sostegno prima di nominare un ambasciatore a Gerusalemme. Negli anni successivi vennero varati progetti di cooperazione in campo scientifico ed energetico, favoriti gli scambi turistici e culturali e, cosa ancor più importante, avviata la collaborazione sul piano militare e della sicurezza. Gerusalemme fornì al Sudafrica una serie di equipaggiamenti militari e sistemi per il controllo elettronico delle frontiere, ripagati da Pretoria con forniture di carbone e altre importanti materie prime. Gli scambi proseguirono anche dopo che le Nazioni Unite ebbero imposto l’embargo militare al Sudafrica, una misura interpretata da Israele come riguardante solamente i contratti futuri e non quelli già in essere. Tale interpretazione avrebbe causato non pochi attriti con Washington, dopo che il Congresso approvò misure anti-apartheid in base alle quali gli Usa avrebbero dovuto sospendere le forniture militari agli Stati che intrattenevano rapporti economici con Pretoria. A rafforzare i legami contribuì inoltre la visione ideologica coincidente. I nazionalisti sudafricani guardavano con ammirazione agli israeliani in quanto oppositori del dominio britannico proprio come i boeri, mentre sia gli ebrei sia i calvinisti afrikaaner tendevano a vedersi come un popolo eletto che, in nome della propria fede, aveva patito sofferenze e subìto persecuzioni».[3]

 

Entrambi i due stati occidentali (retti da un’élite che si percepisce come “eletta dal Signore”), accomunati dalla repressione ai danni dei movimenti indipendentisti e di liberazione autoctoni, sostenuti direttamente o indirettamente dall’URSS e dai paesi del Patto di Varsavia – avevano i rispettivi servizi d’intelligence che intrattenevano fra loro un regolare scambio di informazioni, come apparve evidente quando il premier sudafricano Balthazar J. Vorster – il quale, ironia della sorte, era stato internato per via delle sue palesi simpatie naziste durante la guerra – effettuò nel 1977 una visita non ufficiale in Israele dove ebbe modo di incontrare le massime cariche politiche dello Stato ebraico. Idem come sopra per una collaborazione su temi come il nucleare – con Pretoria che fornì denaro e materiale fissile a Israele ricevendo in cambio assistenza tecnica per i propri programmi atomici e industriali –, anche se il regime sudafricano verrà poi mollato negli anni ’80 da Tel Aviv perché “impresentabile”.

Ma i due regimi – entrambi “democratici”, riconosciuti dall’Occidente e ai tempi anticomunisti – applicano anche metodi non molto diversi nella repressione della popolazione autoctona. Come spiega benissimo Samir Amin in Unequal Development, nel Sudafrica del XIX secolo, il capitalismo colonialista espropria le comunità rurali africane della terra, per sfruttare l’enorme ricchezza mineraria del paese. La popolazione originaria  fu relegata in zone aride, senza nessun altra possibilità se non quella di trasformarsi in manodopera a basso costo per le miniere e le fattorie europee (ergo, prestare la propria forza lavoro ai colonialisti) e, in seguito, per la nascente industria sudafricana. L’esproprio trasformò lentamente le società civili dei vari paesi africani in una massa di manodopera di riserva, con una perdita graduale della loro indipendenza e portò, in ultima istanza, alla creazione dell’apartheid e dei cosiddetti Bantustan.

Tuttavia, a differenza della colonizzazione sionista, il regime sudafricano boero ricevette un certo grado di opposizione a livello internazionale. Infatti, durante l’esproprio e la conversione del Sudafrica in un regime formalmente democratico ma sostanzialmente fondato sulla supremazia razziale (dei bianchi), l’opinione pubblica internazionale fu sensibilizzata alla causa sudafricana e da una campagna coordinata dai movimenti di liberazione dei neri sudafricani (di cui facevano parte anche alcuni bianchi) per protestare contro l’inumano e razzista sfruttamento a cui era appunto sottoposta la maggioranza nera della popolazione. Come dimenticare, ad esempio, pellicole di denuncia come Grido di libertà, di Richard Attenborough (Usa, 1987), basato su due libri del giornalista anti-apartheid sudafricano Donald Woods, che narra della persecuzione e dell’omicidio del militante Stephen Biko? Oggi, invece, è il regime razzista di Tel Aviv (sul quale sono stati realizzati pochissimi film di denuncia; cito Valzer con Bashir, di Ari Folman, un film d’animazione del 2008, dove il regista coraggiosamente narra con estrema crudezza e drammaticità la sua esperienza di milite dell’Israelian Defence Force in Libano nei primi anni ’80 e la sua diretta testimonianza del massacro di Sabra e Shatila del 1982 ai danni di palestinesi e sciiti libanesi, perpetrata da miliziani filofascisti delle Falangi libanesi col benestare e la copertura di Ariel Sharon e dell’esercito israeliano) a essere condannato per l’oppressione del popolo arabo, una politica genocida per un popolo ghettizzato e recluso nella Striscia di Gaza. L’apartheid di fatto imposto in Palestina da Israele è forse, da un certo punto di vista, anche più pesante di quello perpetrato del regime sudafricano, dato il massiccio uso di armi pesanti, cacciabombardieri ed elicotteri, che mietono vittime tra i civili indifesi, nonché l’uso scellerato della pratica della demolizione delle case e della detenzione delle famiglie di chi è sospettato di essere un militante di un movimento di opposizione o di una organizzazione palestinese.. Entrambi i paesi avevano peraltro politiche simili relative alla cittadinanza,  finalizzate a rinchiudere senza processo gli oppositori, a limitare la libertà di movimento e il diritto a vivere nella propria casa con la propria famiglia. Tutto ciò ha portato note personalità del Sudafrica come l’arcivescovo Tutu, Blade Nzimande e John Dugard ad accusare apertamente Israele di violare i diritti umani e democratici.

La segregazione razziale nei due paesi ha molte somiglianze: quella sudafricana concedeva piena cittadinanza formale e sostanziale solo ed esclusivamente ai sudafricani di razza bianca, relegando la maggioranza nera nelle cosiddette “homelands, terre indipendenti”, i famigerati Bantustans, mentre il regime sionista concede a tutti gli ebrei sparsi nel mondo il diritto alla cittadinanza nello Stato d’Israele, negandola però agli abitanti originari di quella terra, utilizzando però (i due regimi non sono identici) la fede religiosa come collante identitario per determinare la cittadinanza stessa (alla faccia della democrazia occidentale tanto sbandierata e dello stato di diritto!) e non la razza.

Israele, inoltre, usa strutture repressive – come avveniva più o meno in Sudafrica col controllo della viabilità dei neri entro i confini dello stato– per segregare i palestinesi, come il sistema dei checkpoint. Lo stato israeliano ha costruito nel corso del tempo un complesso sistema di insediamenti e di strade per soli israeliani, la “barriera di sicurezza”, cioè il muro che tiene prigionieri milioni di palestinesi, oltre a una serie di norme che governano la vita quotidiana palestinese e che sono progettate specificatamente per restringere le libertà personali di vita e di lavoro con l’alibi della “difesa” dal terrorismo, ieri quello dei gruppi laici o marxisti legati ad al-Fatah e all’Olp, oggi quello di Hamas. Dal 1967 – proprio quando i rapporti fra i due stati s’infittiscono – Israele ha imprigionato un quarto della popolazione maschile palestinese ed oggi nelle sue prigioni sono detenuti circa 11.000 palestinesi, moltissimi dei quali privi di assistenza legale, incarcerati per “crimini” quali l’entrare illegalmente in Israele (reato di “immigrazione clandestina”… vi ricorda nulla? La Lega Nord e la Bossi-Fini!). Non si contano poi le famiglie palestinesi separate perché sprovviste dei permessi necessari per vivere insieme, permessi che Israele non rilascia più dal lontano 2000 (con l’avvento dei falchi del Likud, amici di Alleanza Nazionale prima e della Lega Nord oggi), politiche che colpiscono anche quell’istituzione, la famiglia, che una certa destra populista sostiene di difendere.

Durante gli anni dell’apartheid, il Sudafrica fu sottoposto a forti pressioni da parte della comunità internazionale e di organizzazioni multilaterali come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che approvò numerose risoluzioni nei confronti di quel paese a causa del trattamento disumano dei neri. Questo fu di aiuto alla lotta di liberazione dei neri sudafricani, mentre oggi ai palestinesi è negato perfino questo, dal momento che gli USA,  condizionati come sono dalle forti lobby filo-israeliane che la fanno da padrone, continuano ad utilizzare il loro diritto di veto per assicurarsi che i loro più grandi alleati in Medio Oriente sfuggano alla critica della comunità mondiale. Ergo, il politicamente corretto passa anche di qui.

[1] http://www.linterferenza.info/editoriali/chi-non-ci-e-permesso-criticare/

[2] http://www.leganord.org/notizie/le-news-2/12647-immigrazione-pini-ln-abbiamo-da-imparare-anche-dal-sudafrica

[3] http://www.limesonline.com/lontani-ma-a-volte-vicini-storia-dei-rapporti-tra-israele-e-sudafrica/56691

2 commenti per “Israele e Sudafrica: somiglianze e differenze

  1. ndr60
    13 aprile 2016 at 10:29

    Ottima rivisitazione dei rapporti Israele/Sudafrica: anch’io credo che la “apartheid” dei Palestinesi sia assai peggiore di quella subìta dai non bianchi sudafricani. Noto inoltre che, mentre il boicottaggio (anche sportivo) era accettato e visto dai paesi occidentali come un’arma di pressione verso il regime sudafricano, quello odierno verso Israele è un tabù.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.