Sfruttamento selvaggio e violenze sui lavoratori: il caso Grafica Veneta

Da qualche giorno un caso sta facendo scandalo nel nostro paese: si tratta del caso Grafica Veneta, azienda di prestigio nel campo editoriale finita sotto indagine per accuse di caporalato. I particolari che emergono da questa storia sono scabrosi, da fare impallidire gli operai di qualche stabilimento industriale del terzo mondo: l’assunzione dei dipendenti era subappaltata alla BM Services, una società di lavoro interinale che ha svolto un ruolo fondamentale in questa storia. Stando alle prove emerse i dipendenti di Grafica Veneta avrebbero lavorato dodici ore al giorno senza avere tutele e ferie, gli stessi dipendenti erano anche costretti a versare ai fornitori di mano d’opera (la BM Service) parte dello stipendio per pagare l’alloggio in case dell’organizzazione nelle quali arrivavano ad ammassarsi venti persone per appartamento (nelle carceri c’è maggiore spazio vitale).

A svolgere le indagini sono stati i carabinieri di Cittadella in collaborazione con il nucleo carabinieri tutela del lavoro di Venezia e il nucleo operativo di Mestre: nove sono le ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei kapò pachistani della società di reclutamento forza lavoro, due gli arresti domiciliari invece nei confronti dei due dirigenti dell’azienda padovana Giorgio Bertan e Giampaolo Pinton.

Alla luce di un caso così scandaloso non è possibile evitare tutta una serie di considerazioni sociali e politiche sulle condizioni del nostro paese e sulla sempre più netta lontananza, sia  pratica che teorica, tra l’effettiva realtà che viviamo e i principi della costituzione italiana. Una repubblica fondata sul lavoro che si fa palcoscenico per scandalosi fenomeni di sfruttamento e schiavismo, partendo dalle terribili condizioni dei dipendenti agricoli (ricordiamo tutti la storia di Paola Clemente), passando per lo sfruttamento di mano d’opera nei ristoranti (come fece emergere la famosa puntata di Report “sotto le stelle”) ed arrivando a questo nuovo scandalo nel settore editoriale.

Se si riflette su ciò, l’Italia sembra essere diventato quel paese fondato sulla promessa del lavoro, ma nel quale poi la politica tende ad infiammare il popolo con tutte le possibili questioni pur di non dover affrontare la dignità e la tutela dei lavoratori. Allo stesso tempo non si contano le volte che i rappresentanti politici, sia del centro sinistra che del centro destra, si sono messi in bocca la parola lavoro. Matteo Salvini (leader del partito che amministra proprio la regione Veneto) spende le  parole “lavoratori” e “lavoro” come un adolescente spende i gettoni in sala giochi: solo lo scorso 18 Giugno faceva dichiarazioni riguardo ai cinquemila lavoratori del porto di Venezia: “E’ fondamentale non mettere a rischio i posti di lavoro” annunciava a gran voce il capitano (più assimilabile a Schettino che ad Acab). Non che dal centro sinistra ci sia una condotta contraria o differente, ricordiamo ancora tutti il modo truffaldino con cui Renzi sostenne di aver creato il fatidico “milione di posti di lavoro” tramite il Jobs Act che si dimostrò solo in un secondo momento funzionale a precarizzare il lavoro e a privare i lavoratori di potere contrattuale.

Purtroppo, questa attenzione per la condizione del lavoro e dei lavoratori in Italia tende successivamente  a svanire, sia nei fatti che nelle narrazioni: così a fronte di una media di mille morti annuali sul posto di lavoro vediamo che la copertura del problema da parte dell’informazione mediatica non arriva ad essere un decimo rispetto a quella dedicata ad agomenti che sviano, quali possono essere il femminicidio a sinistra o gli sbarchi a Lampedusa per il centro destra. A fronte di fenomeni di dislocazione delle sedi e degli stabilimenti (che porta, come sappiamo, alla cancellazione di numerosi posti di lavoro in nome del profitto aziendale) la copertura mediatica interviene anche quì poco, per poter deviare l’attenzione su altri argomenti fantoccio, che dovendo essere gettati negli occhi di tutti gli elettorati necessitano ancora una volta essere per tutti i gusti. E allora via così con la Murgia che paragona i maschi ai figli dei mafiosi, vai con la propaganda contro Cuba (che appena un anno fa ci inviava i propri medici) e vai con la notizia salva tutti del poveraccio immigrato che ha comesso il crimine del momento.

Qualcuno potrà ritenere arbitraria questa mia associazione tra le tematiche che la politica utilizza per dividere e la costante e sistematica indifferenza nei confronti delle questioni socialmente rilevanti, ma l’unica arbitrarietà che riproporrò di tutta risposta a questa accusa è quella che sembra caratterizzare tutta la politica nel suo approccio al tema lavoro, approccio che si traduce in un degrado avallato, se non quasi voluto, delle condizioni dei lavoratori.

Il filosofo politico Costanzo Preve parlava infatti da tempo di una dicotomia destra sinistra che non si regge su nessun’altra cosa che non siano le differenze culturali tra elettori, una dicotomia che politicamente (anche a causa dell’assenza di sovranità monetaria e quindi della possibilità di fare o non fare wellfare) non significa più nulla, in quanto sfaccettatura colorata e carosellica di un unico grande sistema, quello che egli chiamava capitalismo post borghese (inteso come terza fase dialettica del capitalismo) ma che con i termini attuali potremmo meglio identificare nel Neoliberismo.

“Nel neoliberismo che vorrei” (per fare il verso allo spot di una nota marca di merendine) il mito del selfmade man, ben incastonato in ogni singola anima, promuove e permette di far girare un sistema nel quale la filosofia (quindi il pensiero circa i giudizi di valore delle cose) è perennemente subordinata alla ragione del capitale e quindi alla totale mercificazione di ogni aspetto della vita umana e sociale. Non devono destar sorpresa tutte quelle dinamiche per mezzo delle quali i poteri privati si possono permettere di calpestare il bene pubblico: la lobby del petrolio riesce a negare le conseguenze del riscaldamento globale e delle immissioni, la necessità di fare clickbait porta i venditori di informazione a scrivere qualunque castroneria allarmistica (fregandonesene delle conseguenze portate dall’informazione svenduta) e la privatizzazione dei sistemi ospedalieri ha portato i loro manager a risparmiare su mezzi, materiali e terapie. Non ci si deve quindi sorprendere se a tre giorni dallo scandalo di Grafica Veneta, il presidente della regione, il leghista Zaia ha tentato goffamente di difendere l’azienda accusata piuttosto che condannarla: perchè facendo leva (per non dire strumentalizzando) su un argomento sensibile come la pandemia, ci ha potuto correggere tutti nei nostri maliziosi pensieri. In fondo come dice anche Zaia “Grafica Veneta vicenda gravissima, ma non si dimentichi quanto ha fatto con le mascherine”: riferendosi ai 13 milioni di mascherine che l’azienda, in caso di emergenza, fabbricò per la regione… Cosa importa se poi ha calpestato costituzione e diritti dei lavoratori.

Fonte foto: PadovaOggi (da Google)

2 commenti per “Sfruttamento selvaggio e violenze sui lavoratori: il caso Grafica Veneta

  1. Mario Galati
    31 luglio 2021 at 11:48

    Far pagare (caro) ai lavoratori l’alloggio fornito dal datore di lavoro è una vecchia pratica per ridurre ulteriormente i salari. Era il cosiddetto “cottage sistem”, di cui parlava Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra. Al cottage sistem si associava il “truck sistem”, ossia, far fare la spesa (a caro prezzo) ai lavoratori nei negozi del padrone associata alla fabbrica. Come si vede, da metà ottocento ad oggi abbiamo fatto molti progressi.
    E pensare che c’è ancora gente che non capisce nulla dei rapporti di forza e pensa che ogni avanzamento e progresso non sia altro che un naturale sviluppo della ragione umana o, addirittura, del dipanamento spontaneo e progressivo del potenziale liberatorio del liberalismo.

  2. Mario Galati
    31 luglio 2021 at 11:50

    Nei negozi del padrone “associati’ alla fabbrica; non “associata”, come vorrebbe il t9.

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