Cosa fu la primavera di Praga?

Salve, Signor Fabrizio Marchi, approfitto di questo sito per porre un quesito “storico” che le avevo già rivolto tempo fa su Uomini Beta, ma che non è in effetti di facile risposta.
Sono appassionato di storia e da anni ripenso all’ esperienza della Primavera di Praga. L’ ho sempre considerata un grande tentativo di realizzare un socialismo democratico, quasi alla pari con quello di Allende.

In quest’ ottica ho sempre ritenuto, come molti, che l’ invasione sovietica del 21 Agosto 1968 sia stata la radice del male che un ventennio dopo portò l’ Urss alla dissoluzione. Ma, riguardando meglio alcuni documenti, emerge anche un’ altra possibile lettura. E cioè, la primavera di Praga come anticipo della perestrojka di Gorbaciov. Di quest’ ultima sappiamo ormai che non fu una riforma del socialismo ma la sua liquidazione, la restaurazione del capitalismo. Ecco, io, pur continuando a ritenere che tra le due esperienze ci sia un abisso (nella primavera c’era la partecipazione attiva del popolo, c’era un programma definito, c’era una genuina spinta verso una democrazia radicale, non borghese), non posso non far notare che c’erano anche delle somiglianze, come la spinta verso l’ apertura all’ economia di mercato, la riscoperta del lato positivo di una certa disuguaglianza, l’ idea della concorrenza. Certo, nel caso di Dubcek il modello di riferimento era quello jugoslavo. Gorbaciov invece non ne aveva nessuno palese. Il suo modello sostanziale alla fine è stata la Thatcher.
Ecco, so che è arduo, ma siccome anche la storia ha una sua importanza, che cosa fu davvero la Primavera di Praga?

 

19 commenti per “Cosa fu la primavera di Praga?

  1. Pappagallus sibiricus
    18 aprile 2015 at 10:30

    Cosa fu la Primavera di Praga? Perche`non pensare che non fu altro che una delle prime Rivoluzioni Arancioni…?

    • armando
      18 aprile 2015 at 14:37

      Perchè, credo, non fu fomentata artificialmente dagli USA e perchè il popolo ceco ci credeva davvero.

  2. Fabrizio Marchi
    18 aprile 2015 at 15:55

    Anche se può sembrare paradossale, condivido sia il punto di vista di Pappagallus che quello di Armando.
    Che gli USA e la NATO abbiano sempre fatto di tutto per destabilizzare tutti quei governi o regimi non sottomessi o non allineati al loro dominio, in tutto il mondo e in ogni quadrante geopolitico, nessuno escluso, è sicuramente vero. Dal sud est asiatico al medio oriente, dall’America latina all’Europa dell’ est fino all’Africa, la strategia è sempre stata e continua ad essere quella di destabilizzare con ogni mezzo e strumento utile, economico, militare, culturale e financo religioso, a seconda della bisogna e del contesto, come si suol dire, ogni stato che non sia allineato alla volontà dell’impero. Penso sia del tutto inutile fare l’elenco di tutti i colpi di stato e di tutte le manovre di destabilizzazione concepite, organizzate e manovrate dalla CIA e dai vari servizi di intelligence di questa o quella potenza occidentale.
    Questa attività c’è sempre stata ed è tuttora in corso, anzi, oggi che non ci sono più ostacoli (cioè da quando l’URSS è crollata) questa strategia è molto più diretta e palese. Si bombarda e si invade un paese con tanto di bandiera. In altri casi in casi, invece, vedi le cosiddette “primavere arabe”, si continua a lavorare dietro le quinte e a servirsi delle forze in loco.
    Tuttavia, sarebbe un errore grave di valutazione pensare che le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto siano state soltanto opera di manovre della CIA, perché grandi masse popolari sono scese in piazza in quei paesi contro dei regimi totalitari, peraltro appoggiati dagli stessi USA e dall’occidente fino a pochi mesi prima, per reclamare democrazia e giustizia sociale.
    Lo stesso ragionamento, anche se il contesto era molto differente, vale in buona parte anche per le rivolte e i sommovimenti popolari polacchi, ungheresi e cecoslovacchi dell’epoca sovietica che hanno coinvolto anche in quel caso vasti settori popolari e operai che in buona sostanza rivendicavano più o meno quello che rivendicavano anche quelli arabi e cioè più giustizia sociale, più democrazia e più libertà, queste ultime purtroppo soffocate da regimi di tipo stalinista, burocratici e asfissianti. Certo, i contesti sono completamente diversi, sia sotto il profilo politico che sociale e culturale e non voglio certo fare paragoni azzardati e impropri. Voglio però dire che sarebbe sbagliato interpretare fenomeni complessi solo nell’ottica della trama, del complotto di potere o della manovra imperialista.
    Anche la “primavera di Praga” non fa eccezione e ha visto la compresenza di diversi elementi. Rispetto alla rivolta ungherese del ’56 e anche ai moti polacchi, ebbe un carattere sicuramente molto meno popolare, di massa e di classe; al contrario di quanto comunemente si pensa, la rivolta ungherese del ’56 ebbe anche una fortissima componente di classe e vide la partecipazione attiva dei consigli di fabbrica e operai e di moltissimi comunisti e socialisti (il che non toglie, ovviamente, che ci fu anche la presenza di forti componenti reazionarie che molto probabilmente avrebbero finito per prevalere, ma tutto va ascritto alle contraddizioni di quel sistema burocratico e stalinista che generò quella situazione, non alla “cattiva coscienza” della masse popolari…) .
    Al contempo però, a differenza di quanto accadde in Ungheria e in Polonia, il processo e la volontà politica di democratizzazione (appunto la cosiddetta “primavera”) partirono dall’alto, dai vertici del partito, e incontrarono il favore di tutta l’intellighenzia e di gran parte della società civile cecoslovacca, in particolare dei ceti “medi”, tecnici e intellettuali . Difficile dire quale sarebbe potuto essere lo sbocco qualora l’URSS non fosse intervenuta. Personalmente credo che la Cecoslovacchia alla fine sarebbe uscita dal patto di Varsavia perché in quello specifico contesto le forze che spingevano in tal senso, sospinte dall’Occidente, avrebbero prevalso rispetto a chi lavorava ad una “social democratizzazione”, ad una “via nazionale (o jugoslava o comunque una terza via) al socialismo”. Quindi in un’ottica squisitamente geopolitica, l’URSS aveva le sue ragioni. Del resto dubito assai che all’epoca un paese occidentale, anche volendo, avrebbe potuto staccarsi dalla NATO e tanto meno aderire al patto di Varsavia….
    In conclusione sarei cauto ad avvicinare la primavera praghese con le cosiddette “rivoluzioni arancioni” e in particolare con quella ucraina. In quest’ultimo caso siamo di fronte ad un vero e proprio colpo di stato organizzato dagli USA e dalla UE che non hanno esitato a servirsi della peggior teppa nazifascista (come hanno sempre fatto…) pur di portare avanti il loro disegno di destabilizzazione dell’area in funzione antirussa.
    Che poi ci fosse un condizionamento e una pressione culturale e anche politica da parte dell’occidente sull’’opinione pubblica cecoslovacca dell’epoca non c’è alcun dubbio. Però, come ripeto, mi sembrano situazioni differenti che solo in parte possono essere accostate.
    Penso purtroppo, per rispondere anche all’autore dell’articolo, che la situazione complessiva del blocco sovietico, fosse troppo incancrenita e sclerotizzata per poter essere strutturalmente riformata. Forse (e dico forse…) il tentativo cecoslovacco, proprio perché non partiva da un’ingerenza esterna ma dall’interno dello stesso partito comunista, avrebbe potuto avere degli sviluppi positivi. In fondo in Ungheria, dopo la repressione dei moti, si andò proprio in quella direzione. Ma forse, per la stessa ragione, avrebbe potuto rappresentare un pericolo ancora maggiore per il potere sovietico…

  3. Armando
    18 aprile 2015 at 23:39

    E poi c’era Yalta e le zone d’influenza concordate che sconsigliavano ingerenze troppo dirette e palesi. Ne sarebbe andato dell’equilibrio mondiale. Dopo la caduta dell’urss gli Usa credono di poter fare tutto dappertutto. Meno male che c’è Putin, finché regge. Ma io spero di si perché la Russia ha una identità culturale forte, con cui anche Stalin dovette fare i conti (e servirsene in funzione antinazista), tradizione politica e una classe dirigente che Putin ha saputo ricostituire dopo il disastro di Èltsin.

  4. Francesco Alarico della Scala
    20 aprile 2015 at 20:29

    Ho come l’impressione che il concetto di “burocrazia”, di derivazione trotskista, analogamente a quello maoista di “revisionismo”, venga troppo spesso usato come una sorta di contenitore indifferenziato per raggruppare tutti i difetti del socialismo reale, come una facile etichetta per semplificare i problemi oggettivi con cui un partito comunista al potere inevitabilmente deve confrontarsi. Ma sono certo che non è assolutamente questa l’intenzione di Fabrizio, che non è affatto il tipo da liquidare il socialismo reale in modo sommario.
    Come altri hanno già rilevato prima di me, nella “primavera di Praga” confluirono parecchie tendenze: l’opposizione al vecchio Novotny e il disagio giovanile, la sincera volontà di approfondire la democrazia socialista e render più dinamico il sistema sociale, il nazionalismo slovacco e l’antisovietismo, il sionismo e gli umori filoccidentali, ecc. La dirigenza precedente aveva trascurato di far progredire la teoria al passo con le nuove condizioni, aveva tollerato la penetrazione di punti di vista aclassisti sulla storia del paese e sulla sua cultura, aveva peccato di eccessivo ottimismo nel dar per superate la lotta di classe e le maggiori difficoltà, non aveva riformato il meccanismo economico, producendo pertanto un grave rallentamento della crescita economica nei primi anni ’60 ed un calo dei consensi verso il partito.
    È comprensibile che, dopo tutto questo, in Dubček e nel suo gruppo si riponessero grandi speranze di rinnovamento; lo stesso Brežnev salutò con favore l’avvicendamento alla guida del partito del gennaio 1968. Il nuovo programma del partito prevedeva l’estensione della democrazia socialista, una revisione del problema nazionale, e così via – tutte istanze legittime e positive. Tuttavia, già a marzo si manifestarono le prime avvisaglie della catastrofe: la limitazione della censura e l’ampliamento della libertà d’espressione avevano finito per dar voce alle forze antisocialiste che, forti della possibilità di agire allo scoperto, si stavano riorganizzando, nonché al nazionalismo e al risentimento contro l’URSS. La democratizzazione finiva per prendere il sopravvento sul centralismo, disgregando l’apparato del partito, che gradualmente si trasformava in un semplice circolo di discussione, in un’associazione le cui unità erano ormai indipendenti dal centro e libere di agire contro di esso. Esponenti del sionismo locale prendevano il controllo dei grandi mezzi di comunicazione e li sfruttavano per diffondere propaganda antisovietica e nazionalistica, particolarmente nociva in un periodo in cui il Patto di Varsavia doveva fermamente unirsi contro il riarmo della Germania occidentale. Tutti questi effetti collaterali destarono viva preoccupazione a Mosca e nelle capitali degli altri Stati socialisti, e fino ad agosto inoltrato fu un susseguirsi di incontri bilaterali e multilaterali, telefonate, lettere aperte e trattative tra i partiti dei paesi socialisti, che più volte ricevettero dai cecoslovacchi rassicurazioni e promesse di arginare la marea nazionalista e antisocialista; le ripetute inadempienze alimentarono i sospetti verso Dubček e il suo gruppo. Paradossalmente, uno dei pochi che ebbero fiducia in Dubček fino all’ultimo fu Brežnev, che tentò in vano di convincerlo a tornare sui suoi passi fino al 13 agosto, una settimana prima dell’intervento militare.
    Nella sua intervista del 20 agosto 1998 al Corriere della Sera Vasil Bilak, allora leader della fazione filosovietica nel Partito comunista cecoslovacco, ricorda un significativo scambio di battute occorso tra Brežnev e Dubček presso la Casa della cultura dei ferrovieri di Čierna nad Tisou. “Compagni – esordì Brežnev – occorre evitare che la situazione degeneri”. “Le vostre paure sono infondate – spiegò Dubček – la linea del partito ha l’appoggio del popolo”. E rovesciò sul tavolo un pacco di attestazioni di solidarietà da parte di organizzazioni sociali, politiche e culturali. Brežnev non le degnò di uno sguardo e replicò: “Se è per questo, caro Sašenka, posso fare arrivare dall’URSS quattro milioni di lettere di questo tipo”. “Ma – obiettò Dubček – le nostre sono spontanee, genuine, non le abbiamo fabbricate noi”. “Tanto peggio – ribatté Brežnev – questo significa che non avete la situazione sotto controllo. Non dovrete sorprendervi se reagiremo negativamente”.
    In queste brevi e stringate dichiarazioni, volutamente paradossali ed esagerate, è a mio avviso racchiusa l’essenza del dissidio tra i due leader: laddove Dubček pone la democratizzazione al di sopra di tutto ed è disposto a correre il rischio di perdere il controllo delle forze da lui stesso liberate, Brežnev, pur non avversando in linea di principio la democratizzazione, intende anzitutto preservare il ruolo guida del partito in ogni sfera della vita sociale, sia pur esercitato per via indiretta e in maniera meno invadente che nel passato.
    Dopo l’intervento militare del Patto di Varsavia al vertice del Partito comunista cecoslovacco fu posto non il suddetto Bilak, leader dei filosovietici, bensì lo slovacco Husák, precedentemente incarcerato durante gli anni ’50, e la trasformazione della Cecoslovacchia un uno Stato federale fu comunque condotta in porto: la “normalizzazione” non si limitò alla pura repressione del dissenso, ma accolse invece queste ed altre legittime istanze della “primavera”. Negli anni ’70, inoltre, la rinnovata attenzione allo sviluppo dell’industria leggera e la crescita del PIL pro capite (che nel 1979 superava quello italiano) elevarono considerevolmente il tenore di vita del popolo. Ma ciò non bastò a cancellare lo spiacevole ricordo dell’intervento militare, purtroppo percepito da molti come un’invasione. Pertanto, il mio punto di vista coincide con quello di Fidel Castro e di Kim Il Sung: benché l’intervento militare fosse ormai inevitabile, pena l’allontanamento della Cecoslovacchia dal campo socialista ed una “controrivoluzione pacifica”, sarebbe stato auspicabile che i comunisti cecoslovacchi fossero stati in grado di risolvere da soli i propri problemi, contando sulle loro forze interne, anziché affidando la difesa del socialismo agli eserciti stranieri.
    Gli eventi cecoslovacchi del 1968-69 provocarono molte polemiche in seno al movimento comunista internazionale e le ragioni dell’intervento dei cinque paesi socialisti furono spesso travisate. La colpa di ciò ricade in primo luogo sul PCI e gli altri partiti comunisti, specie quelli occidentali, i quali, piuttosto che compattarsi attorno al campo socialista, preferirono fomentare la polemica con Mosca (chiudendo invece un occhio su Washington…) e non ruppero il silenzio mediatico sulle ragioni dei sovietici (esposte, ad esempio, nel dettagliatissimo editoriale della Pravda del 22 agosto 1968), contrariamente a quanto era accaduto nel 1956. Non sta a me evidenziare la scarsa lungimiranza politica di una simile scelta.
    Un approfondimento a parte meriterebbe il nefasto ruolo del sionismo nella crisi cecoslovacca, descritto per esempio nel volume Questione ebraica e socialismo reale (Edizioni all’insegna del Veltro, 2011). Ma per ora mi fermo qui.
    Rivolgo un caloroso saluto a Fabrizio e agli altri compagni, coi quali mi scuso per la mia assenza, dovuta a prolungati problemi di salute.

  5. 21 aprile 2015 at 12:31

    Effettivamente, dopo essere stata per me un mito per tanti anni, la Primavera di Praga oggi non mi affascina più. Questo dopo Gorbaciov e ciò che il mondo è diventato oggi. L’ Urss era stata costretta a crearsi una fascia di paesi satelliti a causa della guerra fredda scatenata dall’ Occidente nel 1946-47 con la cortina di ferro e la dottrina Truman. Nessun paese normale avrebbe potuto accettare l’ umiliazione che gli occidentali volevano imporre ai sovietici con la loro unificazione unilaterale della Germania. Per cui Stalin ritenne di dover creare una rete di satelliti; magari esagerando, come nel caso jugoslavo. Ma, nella sostanza, nessun’ altro paese si sarebbe potuto comporatre diversamente. Piuttosto fu Gorbaciov 45 anni dopo a capitolare vergognosamente.
    Per quanto riguarda il PCI, credo che, nonostante le conseguenze negative, non potesse fare a meno di condannare l’ intervento in Cecoslovacchia. Troppo forte sarebbe stata la pressione mediatica negativa. Infatti il PSIUP, che approvò l’ invasione, scomparve, mentre il PCI continuò a crescere negli anni successivi. Era meglio mantenere l’ equivoco che la Primavera di Praga era stta un germoglio di un nuovo socialismo stroncato da una cattiva Urss stalinista piuttosto che dire che era una rinascita capitalista. La menzogna non sempre è negativa. Anche Fidel Castro la usò; se avesse detto fin dall’ inizio che la sua era una rivoluzione socialista gli Stati Uniti sarebbero subito intervenuti a Cuba e avrebbero fatto piazza pulita della guerriglia. I sovietici invece dovevano aver capito subito cos’era il riformismo cecoslovacco. Peccato che quando arrivò Gorbaciov non c’era un altro paese socialista che potesse invadere l’ Urss per salvare il socialismo.

  6. 21 aprile 2015 at 19:07

    Aggiungo comunque un’ altra cosa. Il fatto che la Primavera di Praga tendesse al capitalismo non significa che in quella fase non siano state formulate delle idee originali che potrebbero servire per superare il capitalismo senza ricadere nel modello sovietico. L’ idea di una pianificazione non centralizzata e della democrazia aziendale potrebbe essere effettivamente giusta. Si potrebbe prendere dalla Primavera di Praga ciò che era socialista (la democrazia radicale) ed escludere ciò che era capitalista (la concorrenza, il mercato, la tecnocrazia).

  7. armando
    21 aprile 2015 at 19:22

    Amici, ma cosa voleva (e vuol dire oggi) essere un paese socialista, su cosa si misurava il tasso di socialismo? E cosa era il campo socialista? MI sembrano domande pertinenti, specie per l’attualità.

  8. 22 aprile 2015 at 8:12

    Armando, se si guarda alla miseria del mondo di oggi, dominato dalla globalizzazione neoliberista e monetarista, è evidente la differenza con il mondo di mezzo secolo fa nel quale esisteva, nei paesi più avanzati, un elevato livello di welfare e diritti sociali non indifferenti. E molti paesi del Terzo Mondo, appena indipendenti, avevano fatto effettivi progressi. Vuoi mettere con la disperazione di oggi, con le guerre, i massacri, che c’erano anche allora ma non a questo livello? MIlioni di persone in fuga, l’ ecatombe continua nel Meditarraneo, la miseria e il razzismo che avanzano nel Primo Mondo? E la scomparsa della democrazia? La minaccia, più seria oggi rispetto a mezzo secolo fa, di una terza guerra mondiale? Quando c’era il campo socialista il capitalismo aveva un freno. Oggi la bestia è libera di fare quello che gli pare e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

    • Armando
      22 aprile 2015 at 16:30

      D’accordo, ma io chiedevo cosa significa oggi, paese socialista. Non basta, per questo, essere contrari agli Usa, altrimenti ci sarebbero molti paesi socialisti.Il tema mi interessa sia dal punto di vista teorico, sia politico, nel senso delle alleanze di chi con chi.

  9. 22 aprile 2015 at 19:49

    A mio avviso oggi di paesi socialisti non ve ne sono. Per paese socialista si dovrebbe intendere un paese che al suo interno non è influenzato dai grandi poteri finanziari globalizzati. Un paese sottratto al potere delle multinazioanli, dei grandi monopoli e del capitale in genere. Oggi esistono dei paesi, soprattutto in America Latina, retti da governi di sinistra e socialisti che tentano di sottrarsi a questi poteri ma comunque non sono ancora in grado di sottrarsi del tutto alla loro influenza, anche se il loro obiettivo è quello. Lo stesso si può dire, credo, per l’ attuale governo della Grecia. Anche Cuba mostra di risentire della globalizzazione e io penso che anche la Corea del Nord non ne sia immune. Cosa significa socialismo in generale? Credo una società che ripartisce le risorse, una società dove non c’è il potere di pochi proprietari e megnati che accumulano la ricchezza a danno degli altri. Se guardo alla componente socialista della Primavera di Praga, quella che, in base agli interevnti qui svolti, alla fine avrebbe perso, vedo che il suo progetto era quello di una pianificazione decentralizzata, dove le imprese erano indipendenti ma non troppo. Si facevano concorrenza nel quadro di una pianificazione generale. Ecco, rilevo da un libro (Cosa fu la Primavera di Praga, Francesco Leoncini, editrice Cafoscarina) qual’ era il progetto dei riformisti di Dubcek:

    1) Una pianificazione a grandi linee (invece che particolareggiata) dell’ economia nazionale;
    2) Un meccanismo di mercato regolato (cioè coordinato soprattutto dalla politica economica statale);
    3) La partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni sui problemi economici (soprattutto mediante la creazione dei consigli d’ impresa dei lavoratori).

    Ecco, mi sembra un sistema che è l’ opposto di quello che oggi domina nel mondo. I lavoratori non hanno alcun potere, non c’è traccia di regolazione statale nè tantomeno di piano. Abbiamo un liberismo assoluto che si traduce nel potere assoluto del capitale finanziario del tutto sagnaciato dall’ economia reale, che anzi distrugge l’ economia reale.

    Forse la Primavera non era capitalistica; ho ancora dubbi. Di sicuro, tra tutte le crisi del socialismo reale di quell’ epoca, essa è la più interessante; Ungheria e Polonia erano movimenti di destra; la Primavera non si sa…………..

    • armando
      24 aprile 2015 at 19:28

      Proprio dalle tue parole ricavo la necessità di approfondire il tema. Perchè la tua definizione si può attagliare a regimi sociali ed economici diversi, certamente diversi da ciò che si è sempre inteso per socialismo in senso forte, posto che non significhi socialdemocrazia. E’ un terreno, secondo me, del tutto aperto.

  10. Aliquis
    27 aprile 2015 at 13:19

    Credo non sia facile ottenere definizioni certe su niente; forse non è nemmeno auspicabile. La storia passata è andata come è andata. Adesso siamo di fronte al liberismo più spietato e basta, che è una forma dittatoriale ben peggiore dei titalitarismi passati, anche se a me non piace l’ esopressione totalitarismo perchè fuorviante. Non esiste più nè la socialdemocrazia nè il socialsimo in senso forte; le mie simpatie personali vanno a quest’ ultimo concetto perchè ho sempre pensato in termini fortemente collettivisti. Al massimo potevo apprezzare certe socialdemocrazie autentiche, come quelle scandinave, come “transizione”, passaggio a società autenticamente socialiste; le “terze vie” eurocomuniste e dubcekiane le intendevo allo stesso modo. Ovviamente però quelle esperienze appartengono ad un altra epoca. Nel mondo di oggi, di fronte alla globalizzazione tecnocratica e liberista, mi sento trascinato verso idee totalmente opposte, di integrale uguaglianza. Io stesso non so se sono nel giusto. Ma, come nel vecchio socialismo reale i dissidenti, per reazione meccanica, arrivarono a rifiutare del tutto il socialismo, mettendo nello stesso calderone dello stalinismo ogni socialismo, io oggi, di fronte alla trasformazione radicale dello stesso liberalismo in puro liberismo senza democrazia, mi chiedo se la radice del male non risieda nel liberalismo stesso e nelle stesse rivoluzioni borgesi dei secoli passati che esaltavano i diritti dei singoli individui a danno della collettività. Forse ogni ideologia che promuove l’ individuo contiene in sè la radice del male che ha portato alla globalizzaione di un potero privato che mangia gli Stati stessi distruggendo la sovranità e ogni principio di solidarietà e fratellanza? Forse esagero, ma potrebbe la stessa triade rivoluzionaria essere un’ associazione sbagliata? Visto che oggi regna di questa triade (libertà, uguaglianza, fratellanza) soltanto la libertà, e che tale libertà assoluta è forse il più terribile fondamentalismo mai esistito, cinico, spietato, distruttore, forse solo i principi di uguagalianza e fratellanza visto che è già impliciti in essi il concetto di vera libertà? Forse si dovrà espellere il pricipio di libertà individuale per raggiungere una società giusta?
    Sto esagerando? Forse. E’ che ho cominciato a considearare il liberismo come una forma di entropia; l’ entropia di solito è associata con la morte. La sintropia è il concetto opposto; e poichè sintropia e olismo sono complementari, comincio a pensare che il loro opposto, riduzionismo e individualismo siano il negativo.

  11. armando
    28 aprile 2015 at 15:33

    Il concetto di libertà non può mai essere inteso in senso assoluto senza degenerare in arbitrio e oppressione. Quindi la libertà individuale deve trovare un limite. Le rivoluzioni borghesi hanno avuto un merito: negare, peraltro precedute dal cristianesimo, che il destino di ogni persona fosse predeterminato dalla nascita (le caste), e un limite enorme. L’hanno, appunto, assolutizzata in senso individualistico, in modo che quelle differenze negate in teoria si riproducessero nella pratica in altra forma. Conta relativamente poco l’uguaglianza, peraltro teorica, ai nastri di partenza, se al traguardo constato che “uno su mille ce la fa” e gli altri 999 rimagono nella merda. Il mercato come regolatore “naturale” degli interessi e come “mano invisibile” per cui facendo gli interessi propri si fanno quelli della società intera, si è rivelato un’autopia non meno dannosa dello Stato che riesce a regolare tutto e tutto ingloba in sè delegittimando ogni autonoma espressione della società civile. Fra questi due poli esistono, per me, ampi spazi ancora da riempire anche teoricamente. Le social democrazie hanno tentato di farlo in tempi di vacche grasse, ed economicamente con successo. Ma al prezzo della tendeza all’omologazione di ogni differenza e di ogni identità (fra cui quella sessuale) e della liquefazione della società e di ogni suo slancio spirituale. Io credo che se si parte dal concetto che l’essere umano agisce essenzialmente per interesse comunque declinato (che pure esiste e non mi scandalizza), non si riesce ad andare lontano.

  12. Aliquis
    28 aprile 2015 at 19:08

    Tutto giusto Armando, condivido.
    La mia era una provocazione; così come i dissidenti sovietici si lamentavano dello Stato, finendo di fare di tutta un erba un fascio, ho voluto provare a farlo io con il Mercato. Si, il problema a mio avviso, come diceva Marx, è che per fare una società di liberi e di uguali bisogna sbarazzarsi di entrambi; o, almeno, toglierli ogni carattere assoluto. Le socialdemocrazie ci sono arrivate vicine secondo te? E i loro limiti sono quelli che hai indicato tu? Io non credo. Le socialdemocrazie, anche nel loro periodo migliore (i Trent’anni gloriosi) e nei luoghi più avanzati (Scandinavia, Gran Bretagna, Austria) non sono mai uscite dalla logica del capitalismo. Hanno lasciato il potere ai monopoli, al capitale privato, e l’ economia ha continuato a funzionare in funzione dell’ accumulazione di profitto privato. Attraverso la leva fiscale questo capitale veniva redistribuito in una grossa parte tra tutta la popolazione di quei piccoli paesi, poco popolati, ricchi di risorse e prosperi. Ma tutto avveniva comunque sotto il controllo del capitale interno e internazionale, in una logica consumista; i più deboli avevano prestazioni elevate ma i ricchi stavano comunque assai meglio di loro. Tutto ciò esisteva perchè c’era il pericolo sovietico; la socialdemocrazia salvò il capitalismo. Quando i capitalisti non ne hanno avuto più bisogno tutto questo si è deteriorarato; ciò non toglie che in Svezia si continui a vivere meglio che in Germania, ma comunque anche quei paesi sono oggi inseriti nella globalizzazione.
    Credo invece che il paese che si avvicinò di più al socialismo sia stata la Jugoslavia di Tito. L’ autogestione delle fabbriche avveniva nel quadro di un sistema di mercato regolato. Non vi era proprietà dello Stato ma nemmeno proprietà privata; c’era la proprietà sociale. Era un modello alternativo sia al capitalismo dei monopoli occidentali che al capitalismo di Stato sovietico. Certo, politicamente lo Stato era autoritario, anche se meno che negli altri paesi dell’ Est, e questo fu il limite che portò alla fine di quell’ esperienza. Ma il progetto della Primavera di Praga era proprio quello di combinare una nuova forma di democrazia politica ampia e partecipata con il socialismo autogestito di tipo jugoslavo. Non a caso una settimana prima dell’ invasione russa Tito si recò in visita a Praga, accolto calorosamente dalla popolazione. I dirigenti cecoslovacchi gli chiesero informazioni sull’ autogestione e lui rispose invitandoli a venire in Jugoslavia. Non ci poterono andare, il 21 Agosto arrivarono i carri armati. Come sarebbe il mondo oggi se quella invasione non ci fosse stata? Immaginiamo un’ Europa federale costituita com’era la Federazione Jugoslava, con un sistema socioeconomico come era quello jugoslavo e un sistema politico sviluppato dall’ abbozzo contenuto nel Programma d’ Azione del Partito Comunista di Cecoslovacchia dell’ Aprile 1968. E poi immaginiamo l’ impatto di una simile Federazione Socialista Europea sul resto del mondo. Avrei voluto vivere in un mondo del genere.

  13. armando
    29 aprile 2015 at 14:27

    Aliquis, non volevo certo fare l’esaltazione delle socialdemocrazie, che possedevano tutte le pecche che hai indicato tu, con in più quella di un’ideologia del progressismo nei così detti diritti umani immancabilmente tradotta in esaltazione del femminismo e mortificazione degli uomini. Ho solo detto che particolari contingenze storiche hanno fatto si che in quei paesi ci fosse un sistema di welfare molto sviluppato, al prexxo che ho però indicato.
    Non so se lo scenario da te prospettato possa essere definito socialista, ma non mi importa delle classificazioni. Funzionasse, si potrebbe chiamare come si vuole. Detto ciò, si pongono due problemi.
    1) Funzionamento dell’economia: è evidente che le fabbriche di proprietà sociale agirebbero, come anche tu dici, in un ambito di mercato, il che significa che si potrebbero fare concorrenza l’una con l’altra. Il pericolo, in mancanza di norme che su due piedi non riesco a individuare, è che si riproduca quel meccanismo della concorrenza a un diverso livello. Nulla potrebbe escludere che alcune fabbriche sociali fossero costrette a chiudere in favore di altre, con tutte le implicazioni del caso a partire dalla disoccupazione etc. per non parlare della concorrenza a livello internazionale e globale, ormai imprescindibile. E’ lo stesso dilemma in cui, secondo me, incorre la teoria di parte cattolica dell’economia partecipativa, in cui, in pratica, i lavoratori potrebbero diventare di fatto i veri proprietari delle aziende. Non ho soluzioni da dare, pongo solo un problema. La mia impressione è che lo scenario che ho delineato potrebbe essere veritiero in assenza di un potere politico forte che si ponga come argine e limite alle dinamiche del mercato in nome di interessi superiori, pur senza coartarle coi cervellotici piani quinquennali di sovietica memoria. La questione diverrebbe allora quella sulla natura di tale potere politico e sulla sua estensione territoriale. Come si pone, insomma, il rapporto fra società civile e Stato? Quali le rispettive competenze e i rispettivi domini?
    2) Credo che un errore, o una fatale dimenticanza, delle teorie socialiste , anche quelle meno meccaniciste, sia stato l’economicismo, ossia il ridurre infine tutto alle dinamiche delle classi e fra le classi. Mettere in subordine o tralasciare come fossero puri derivati le dinamiche culturali, ha finito per far si che questa sinistra sposasse praticamente in toto le concezioni ideologiche e culturali del capitale. Il così detto progressismo, nonchè il femminismo col corollario di genderismo e via elencando della sinistra, diritti civili e quant’altro, non è altro che la logica del capitale liberato dai suoi precedenti fardelli e arrivato al compimento di se stesso nella dissoluzione di ogni forma tranne quella della merce. Parere personale, ovvimente, ma credo ci sarebbe spazio e necessità di una discussione amplissima, a tutto campo, su questi temi.

  14. Aliquis
    29 aprile 2015 at 19:14

    Si, non è facile. Mi chiedo, se si rifiutano sia il mercato che lo Stato, cosa prende il loro posto? Eppure ho sempre pensato che i diritti civili non siano separabili da quelli sociali. Si, ci vuole una elaborazione complessa.

  15. Aliquis
    30 aprile 2015 at 20:13

    Bè, chissà comè ad esempio il modello bielorusso. 9 anni fa Roy Medvedev scriveva:

    Alla fine dell’anno 2005 più dell’80% degli attività, nelle città e nelle campagne di Bielorussia, facevano riferimento alla proprietà statale e cooperativa. Non esistono oligarchi, e non sono presenti grandi corporazioni private. Però le imprese bielorusse, i kolkhos e i sovkhos, funzionano, in generale, meglio che nell’epoca sovietica, poiché oggi devono competere nel mercato russo e mondiale. Nell’economia bielorussa sono mantenute, in sostanza, le forme di organizzazione economica (di direzione amministrativa) sovietiche, e lo stato sostiene anche molte imprese deficitarie. Ma in Bielorussia non c’è un partito unico dirigente, bensì un gruppo di partiti che appoggia il presidente, e un altro gruppo di partiti che forma l’opposizione. La Bielorussia non persegue lo status di paese con economia di mercato, ma costruisce una società di giustizia sociale, impiegando relazioni di mercato, che si correggono secondo le necessità. Così, per esempio, in Bielorussia si sostiene, mediante sussidi, il mantenimento di prezzi bassi per i prodotti di prima necessità, i servizi abitativi sociali e i trasporti pubblici. Aleksandr Lukashenko ha dato in molte occasioni una chiara definizione del modello bielorusso: “L’essenza del modello socio-economico di sviluppo del nostro stato “, ha detto Lukashenko in una conferenza stampa, il 23 novembre 2005, “consiste nel creare uno stato per il popolo. Costruiamo uno stato orientato al sociale. Non abbiamo percorso la strada della distruzione, ed abbiamo anche rinunciato alla parola “riforma”, che ha intimorito le nostre genti, in Russia come in Bielorussia. Noi non parliamo di riforma, ma di perfezionamento. Non percorriamo la precedente strada della distruzione. Partiamo da quello che abbiamo, mettiamo in piedi ciò che veramente vale la pena, e iniziamo a perfezionare tutto questo. E fondamentalmente ci appoggiamo alle fondamenta che sono state create in Unione Sovietica, qui, in questa terra, ed innalziamo un edificio economico normale, che oggi ci fa conseguire il risultato definito. Costruiamo un modello che tiene conto, prima di tutto, dell’essere umano. E unicamente in questo si trova la base della forza del presidente e del nostro stato, nel fatto che mai perderemo di vista gli interessi del cittadino (“Republica”, 25/11/2005).

    Mi chiedo, è ancora così? Può essere un esempio?

  16. Aliquis
    2 maggio 2015 at 18:40

    Riflettendoci, credo che le mie preferenze vadano ad un sistema in cui non ci sia più alcuna legge di mercato. Sono in una fase in cui sto rielaborando le mie idee. I fatti del passato che si prestano a varie interpretazioni sono di un’ altra epoca; credo che non possano più essere utilizzati. Ritengo valida la prima interpretazione che ho dato.
    Per adesso, non si può fare a meno di constatare che il capitalismo si sta trasformando in qualcosa di peggio del vecchio fascismo. Credo a a questo punto che non solo il capitalismo, non solo il mercato, ma la la stessa democrazia parlamentare abbiano fallito. Siamo alle soglie del Tallone di Ferro di londoniana memoria. Per quuesto, se ci sarà un rinascimento futuro si dovrà avere un sistema completamente diverso.

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