In viaggio a Tirana

Riceviamo e pubblichiamo:

Cara redazione de “L’interferenza”, vorrei condividere con voi il resoconto di un incontro con il Primo Ministro albanese Edi Rama, avvenuto circa due settimane fa in Albania.

Sono uno studente di 19 anni, sto frequentando l’ultimo anno del Liceo Classico “F. Petrarca” di Arezzo e, insieme ad un nutrito gruppo di coetanei, ho avuto la possibilità di trascorrere una giornata a Tirana. Durante questo breve lasso di tempo, oltre a visitare (molto velocemente) la città, abbiamo incontrato il Primo Ministro nel Palazzo del Governo per dialogare degli avvenimenti che, nel bene e nel male, hanno segnato la storia dell’Albania, nonché per confrontarsi sul futuro del Paese. L’intento di questa lettera non è certamente quello di fornire un’approfondita analisi politica sulla situazione albanese ma solo quello di raccontare questa esperienza.

Atterrati in Albania, ci sono ben tre autobus ad aspettarci fuori dall’aeroporto di Tirana. Il tragitto fino al centro città è breve: circa quindici chilometri di tangenziale. Gli edifici scorrono velocemente uno dopo l’altro ed è impossibile non notare le enormi differenze in termini di architettura, infatti accanto alle vecchie case che a malapena stanno in piedi, sono in via di costruzione diversi centri commerciali che appaiono come cattedrali nel deserto. Mentre nel frattempo, a bordo strada, passano con disinvoltura persone con animali e ragazzi in sella a motorini malconci. A prima vista l’Albania assomiglia molto all’Europa uscita dalla guerra: da un lato gli inequivocabili segnali del passato, dall’altro l’edilizia che si rimette in moto. Una volta entrati nel Palazzo del Governo, sobrio ed essenziale, Edi Rama non si è fatto attendere molto. Dopo una rapida presentazione, ha cominciato a rispondere alle domande poste dagli studenti.

Foto: en.protothema.gr

“A quel tempo ridevamo molto più di oggi: non si faceva a gara a chi era più ricco, anche perché era come se vivessimo tutti in una stessa prigione e la possibilità di ridere è stata la nostra liberazione” – così Edi Rama spiega come la sua generazione sia riuscita a sopravvivere al regime di Enver Hoxha.  Ed è sempre con il sorriso stampato in faccia che Edi Rama racconta davanti ad un centinaio di studenti italiani, venuti appositamente a Tirana, quali sono i suoi ricordi del periodo comunista. Il Primo Ministro mantiene il filo della narrazione con volto corrucciato, come a voler ricordare che gli argomenti trattati sono tutto fuorché banali, in più la triste storia del suo Paese si intreccia e diventa tutt’uno con le brutte esperienze personali. Senza mai eccedere nel pathos, racconto dopo racconto, l’ex sindaco di Tirana non ci mette molto a entrare in empatia con i ragazzi italiani: ogni tanto intervalla la narrazione con qualche battuta, per non appesantire eccessivamente il discorso, soprattutto quando si tratta di descrivere le assurde manie di un regime impregnato di ortodossia staliniana. Il tutto in un italiano fluido e impeccabile, perché, bisogna ricordarsi che Edi Rama conosce bene l’Italia e forse conosce ancora meglio il nostro Premier al quale si appella diverse volte. Lo fa sempre in tono amichevole, come se fosse un amico di lunga data: non lo chiama mai Matteo Renzi, ma semplicemente “Matteo”. Tra i due l’intesa politica è forte, ma probabilmente condividono, al di sopra di tutto, un amore assoluto per il selfie.  E’ proprio attraverso Facebook che il Primo Ministro albanese saluta il collega italiano: studenti a cerchio dietro di lui, cellulare in mano e dito sul tasto di scatto. Altro che fotografi e stampa ufficiale, dall’Albania all’Italia la condivisione di un evento è questione di un click.

Quando chiedo a Edi Rama qual è stato il peggior ricordo che conserva del regime di Enver Hoxha, l’ex sindaco di Tirana rimane un secondo interdetto: di storie brutte ce ne sono tante, sicuramente sono molte di più rispetto ai ricordi felici. Alla fine sceglie di non raccontare una sua esperienza personale: “Non ho passato l’inferno, per fortuna” – spiega Edi Rama. Preferisce spiegarci l’incarcerazione del suo migliore amico ai tempi del regime. La storia raccontata dal Primo Ministro, parola dopo parola, assume delle sembianze degne delle migliori distopie, almeno per noi ragazzi italiani, mentre lì, in Albania durante il regime, è una vicenda come tante altre. Il suo amico era un grande fan di Joe Cocker, storico cantante britannico, tanto da possedere a casa qualche Lp dell’artista. Il regime lo accusò di essere entrato direttamente in contatto con il musicista, considerato dal governo albanese come una spia statunitense al servizio della CIA. Entrambi- sempre secondo l’imputazione del tribunale- tramavano contro gli interessi del popolo albanese. Il processo non durò molto, soprattutto perché il tribunale reperì un paio di testimoni falsi e l’imputato fu condannato ad una ventina di anni di carcere per cospirazione contro il regime. “Uscito dalla prigione il mio amico partì subito per l’Italia” – racconta Edi Rama.  Dopo qualche anno, costui riuscì anche ad incontrare Joe Cocker dopo un concerto e a raccontargli qualche spezzone della sua vita. Se proprio si vuole, questo può essere considerato come il giusto lieto fine per una storia agghiacciante alla quale si stenta a credere.

Dopo il crollo della dittatura, la situazione in Albania non è subito migliorata. A tal proposito il Primo Ministro spiega che “il comunismo non è finito quando è morto: espulsioni e deformazioni sono continuate per molto tempo”. In particolare il regime ha annullato la propositività del cittadino nel contesto sociale, dominato e oppresso dal collettivismo. Il risultato è stato quello di aver prodotto una massa uniforme e piatta, che dopo la fine della dittatura, ha avuto grande difficoltà a relazionarsi con un concetto di libertà che non avevano mai conosciuto fino ad allora. Questo fu un vero e proprio trauma per l’Albania, tanto che Edi Rama paragona la libertà ad un’altra forma di tortura, non perché sia un ideale sbagliato, ma poiché è difficile approcciarsi con essa dopo più di quaranta anni di regime: “Nel comunismo non si potevano fare domande anche perché esistevano già tutte le risposte. Chi la pensava diversamente era il nemico, invece bisogna confrontarsi senza distruggersi” – sentenzia l’ex sindaco di Tirana. Infine una chiusura canzonatoria: “noi albanesi siamo estremisti: o amiamo o odiamo”, quindi si rivolge alle ragazze: “pensateci bene prima di sposare un albanese”.                                                                                                                                                            Quando gli chiedono cosa deve fare lo Stato per i giovani, senza pensarci troppo sopra, risponde in maniera secca: “Lo Stato non deve fare per forza qualcosa per voi”. Racconta che le nuove generazioni devono attivarsi in prima persona e guadagnarsi ciò che si meritano, è sbagliato pensare che lo Stato intervenga su tutto: “esso deve ascoltare” – prosegue Rama –  ha il compito di essere una cornice funzionale, ma non il dovere di diventare onnipresente.

Ma non è stata questa l’unica difficoltà che ha vissuto l’Albania al termine della dittatura di Enver Hoxha. Di pari passo con i grandi cambiamenti sociali, anche il mondo del lavoro ha subito trasformazioni notevoli. Come molti paesi che hanno avuto l’arduo compito di ricostruire un’economia da zero, l’Albania, in nome della produttività, ha completamente messo da parte il rispetto per l’ambiente. “Il Paese negli anni 90 ha consumato tutte le risorse possibili” – spiega il Primo Ministro. In particolar modo il territorio ha subito un processo di cementificazione senza pari, tantoché ancora adesso è possibile osservarne i drammatici risultati. Oggi l’Albania sta cercando di arginare questo fenomeno, anche in vista di un possibile ingresso nell’UE, ma Edi Rama racconta quegli anni ’90 in maniera realistica e disillusa: quando le persone sono affamate e la necessità stringente è quella di dare lavoro, la sostenibilità industriale passa ampiamente in secondo piano.

Nel frattempo, durante quegli anni, in molti cittadini albanesi cresceva il desiderio di abbandonare la loro terra per approdare in Italia. Anche Edi Rama, nel corso della sua narrazione, si sofferma più volte sull’immaginario collettivo che gli albanesi possedevano riguardo il Belpaese. Nel descrivere tale situazione non utilizza una parola a caso, bensì un termine intriso di significati forti: “speranza”. Lo utilizza per indicare appunto la volontà di rivalsa di queste persone, che hanno sentito la necessità di ricostruirsi una vita dignitosa dopo anni di regime. Ancora oggi si può osservare quanto l’Albania sia rimasta collegata al nostro Paese: ad esempio, camminando per le strade di Tirana, è possibile apprezzare l’altissimo numero di albanesi che conosce la lingua italiana.

Edi Rama, riportando l’attenzione al passato, racconta il motivo per il quale la sua generazione ha sempre visto l’Italia come un approdo felice. Durante la dittatura tutti i media erano asserviti al partito e per tale motivo le informazioni che venivano trasmesse erano filtrate dalla censura e dall’interesse di governo. Anche per le reti estere veniva applicato lo stesso principio, tranne in un caso: il telegiornale italiano. La trasmissione che andava in onda su Rai 1 dalle 20.00 alle 20.30 non era né oscurata né censurata e pertanto rappresentava l’unica finestra sul mondo che compariva in Albania. Talmente grande era l’importanza di questo telegiornale che era diventata una vera e propria tradizione per gli albanesi. Forse è proprio un aneddoto a centrare la vera essenza di un regime oppressivo e maniacale, a tratti addirittura contraddittorio: “nella dittatura di Enver Hoxha era proibito avere la barba, tantoché in ogni aeroporto c’era un barbiere per gli stranieri. Un Paese che si professava strenuamente comunista non avrebbe mai fatto entrare Karl Marx…” – spiega facendo dell’ironia il Primo Ministro.

Dopo questa breve digressione sul periodo della dittatura, Edi Rama apre una riflessione sul possibile futuro in Europa dell’Albania, che dal 2013 ha ricevuto lo status di candidato ufficiale per l’adesione. Il Primo ministro albanese spera molto nell’ingresso albanese nel progetto comunitario, essendo in prima persona un convinto europeista: “Chi non entra in Europa è uno che esce dalla storia” – dice lapidario Edi Rama, il quale però preferisce non affrontare in maniera esaustiva quelle che sono le difficoltà e le contraddizioni dei 28. E’ la retorica dell’ottimismo a guidare l’Albania verso l’Europa: “L’Ue non è perfetta, è come una macchina lenta, ma se questa macchina non corrisponde ai bisogni della gente è necessario cambiarla, non abbandonarla”. Non è difficile capire come Tirana veda nel Vecchio Continente un grande sogno del quale far parte, soprattutto perché l’ingresso in Europa significherebbe principalmente un’ingente quantità di denaro volta a risanare le casse statali. E’ proprio il mito del benessere a buon mercato ad avvicinare verso Bruxelles i paesi più poveri, anche se costretti a mandar giù medicine amare. Un leader come Edi Rama, di orientamento socialista, non può trascurare le mancanze politiche di un Europa sempre più incapace di far fronte ai problemi comunitari. Dire che quando la macchina non funziona è necessaria cambiarla non corrisponde alla realtà degli equilibri politici che vigono oggigiorno in Europa. Se uno Stato come la Grecia non è riuscito nemmeno lontanamente ad opporsi alle terribili politiche di austerità volute dalla troika, sarà forse l’eroica Tirana a spezzare le catene della tecnocrazia? Fantapolitica.

L’incontro è finito dopo circa un’ora e mezzo. Il Primo Ministro è stato costretto a congedarsi a causa di altri impegni; se fosse dipeso dagli studenti, saremmo rimasti lì per ancora diverso tempo, di certo la nostra curiosità non si era esaurita. Per approfondire meglio le tematiche trattate, forse non sarebbe bastata un’intera giornata; nel racconto di Edi Rama sul periodo comunista, sono emersi soprattutto i ricordi personali, decisamente meno un’analisi lucida e distaccata del regime di Enver Hoxha, volta a comprendere le dinamiche politiche che hanno caratterizzato quel periodo storico. Diversamente non si poteva fare: sia perché è difficile mettere in secondo piano il bagaglio di esperienze soggettive, sia perché nell’arco di mezza mattinata sarebbe impossibile anche solo intraprendere un discorso più minuzioso. Però questi aneddoti e pensieri sparsi, possono fungere da incipit per una riflessione a tutto tondo sulle dinamiche politiche e sociali dell’Albania. Ed è proprio con questa consapevolezza che riprendo l’aereo per tornare in Italia.

 

 

3 commenti per “In viaggio a Tirana

  1. Ele94
    30 maggio 2016 at 16:43

    Bellissimo commento. Sono stata in Albania e affermò tutto ciò che hai scritto.
    Molto piacevole anche la lettura,scorre bene.

    • Alessandro Miro
      30 maggio 2016 at 20:43

      Sei stata in Albania nell’incontro del 10 maggio?

  2. ndr60
    31 maggio 2016 at 10:02

    Da individui svezzati da un regime comunista e dal TG1 serale, non poteva che nascere un popolo entusiasta di entrare nella UE.

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