Italia, laboratorio politico della protesta sociale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

In Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svezia, masse di esclusi scendono in piazza. In Italia, almeno fino ad oggi, non abbiamo piazze in fiamme e questo grazie al M5S e alla Lega. La protesta sociale che interessa i Paesi dell’UE che ho citato. in Italia è arrivata prima trovando approdo in Parlamento. Il sistema politico italiano per essere riuscito a “parlamentarizzare” la protesta sociale è da considerare come una sorta di laboratorio che vede due forze politiche, Lega e M5S, tra di loro alternative, che nell’ambito delle istituzioni proprie di una Democrazia parlamentare provano a mediare la protesta sociale dovuta alla crisi economica. Per capire ciò che sta succedendo nel nostro Paese bisogna riflettere sugli eventi che si sono succeduti dal 2011 in poi partendo dalle dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio. L’allora Presidente della Repubblica Napolitano, rappresentate dell’establishment, pensò di risolvere la crisi incaricando Monti. La fiducia che il Parlamento diede al Governo Monti fu così ampia che  si tradusse nell’approvazione di provvedimenti quali la modifica dell’art. 81 della Costituzione in materia di bilancio dello Stato e la riforma Fornero sulle pensioni che hanno inciso profondamente sulle condizioni economiche e sociali degli italiani. L’establishment nazionale attraverso un’abile narrazione orchestrata dai media  convinse gli italiani che i sacrifici erano necessari e questi, responsabilmente, accettarono, sperando che passata la fase buia le cose sarebbero cambiate. Il centrosinistra, rappresentato dalla foto di Vasto che vedeva insieme Bersani, Vendola e Di Pietro, divenne nell’immaginario collettivo delle fasce sociali deboli ed escluse la speranza del cambiamento. A confermare la speranza che gli esclusi riponevano nel centrosinistra c’erano i sondaggi che, all’indomani della a caduta del Governo Monti ad opera di Berlusconi, davano il centrosinistra al  42% dei consensi e il M5S all’11%. Durante la campagna elettorale il consenso degli italiani cambiò  progressivamente anche se ancora a fine gennaio 2013 i sondaggi davano al centrosinistra una percentuale di consensi pari al  34% e il M5S al 17%. La svolta venne quando Bersani dichiarò che,  anche nel caso di una vittoria tale da rendere il centrosinistra autosufficiente ai fini della formazione del Governo, avrebbe fatto un accordo con Monti per proseguire con le stesse politiche economiche e sociali. Con questa dichiarazione, a una settimana dal voto, gli scenari politici cambiarono completamente. Gli elettori di sinistra considerarono le parole di Bersani come un tradimento e in massa scelsero di votare M5S che, solo per il voto all’estero, mancò di poco il successo. Dopo le dimissioni di Bersani da Segretario del PD il popolo di sinistra e di centrosinistra stanco dei vari Bersani e D’Alema, ritenuti rei di tradimento, grazie ad una attenta costruzione mediatica si affidò a Matteo Renzi. In nome della rottamazione Renzi venne eletto segretario del PD in competizione con un mediocre Cuperlo e una nullità politica come Civati. L’elezione di Renzi a Segretario del PD è la rivolta della “base” contro la nomenklatura di partito. L’establishment attraverso i media ha utilizzato il populismo di Renzi per combattere quello del M5S. Questa operazione condotta dai media, dal ceto politico e dal potere economico e finanziario cela un errore di valutazione non da poco. Gli interessi che sostengono Renzi , ispirati dall’ ideologia europeista neoliberale che baratta i diritti sociali con quelli civili, sono convinti che la cultura neoliberale abbia ormai “disciplinato” gli italiani al punto tale che potranno continuare indisturbati con le stesse politiche condotte sino ad allora. La convinzione scaturisce dalla mancanza di un modello alternativo a quello neoliberale. Per l’establishment economico, culturale e politico che sostiene Renzi,  il M5S è solo un fuoco di paglia, espressione di istanze populiste già manifestatesi in Italia con L’Uomo Qualunque, che nell’arco di qualche anno si sarebbe esaurito di fronte ai cambiamenti in positivo che il Governo Renzi avrebbe introdotto e che larga parte degli italiani si aspettavano.  Il dato delle elezioni europee del 2014 sembra dare ragione ai sostenitori del nuovo corso politico rappresentato dal PD di Renzi. Il M5S perde elettori rispetto alle politiche e il PD renziano ha un successo enorme superando il 40% dei consensi. Il PD diventa punto di riferimento per l’establishment europeo e Renzi diventa “el matador” per dirla con la Merkel dell’opposizione populista e antieuropeista.  La luna di miele di Renzi con gli italiani durerà un paio di anni. In questo arco di tempo Renzi diventa  riferimento della politica europea e di questo ne è prova l’incontro in “camicia bianca” con Valls e Sanchez. Il Governo italiano a guida Renzi appare sempre di più la soluzione. Il populismo di Renzi è funzionale all’establishment che vede in esso lo strumento per la costruzione di un sistema politico neoliberale e antidemocratico. Renzi da Presidente del Consiglio fa approvare una serie di provvedimenti che incidono nella società italiana. Il completamento del processo di trasformazione radicale della Società italiana con la sua definitiva destrutturazione in senso individualista doveva essere, secondo le indicazione che venivano da JP Morgan e dalla teorica di von Hayek, la riforma della Costituzione. Con le modifiche alla Costituzione Renzi sarebbe riuscito a fare ciò che non era riuscito al primo governo guidato da Silvio Berlusconi e cioè modificare i valori e la cultura politica della Resistenza. Il sistema politico italiano da sistema Democratico – Sociale e Parlamentare sarebbe stato trasformato in ordoliberista e individualista all’insegna di una governamentalità funzionale all’establishment europeista e sovranazionale. Macron con la fondazione del movimento politico En Marche! si ispira a Renzi. Macron completa il processo di trasformazione che stava interessando il PD in Italia. Il processo di trasformazione guidato da Macron in Francia viene favorito dal sistema elettorale e dalla Costituzione. Mentre in Francia il PS si riduceva ai minimi termini e a sinistra nasceva la formazione politica guidata da Melenchon in Italia gli elettori avevano già abbandonato il PD di Renzi a favore del M5S e in parte della Lega. L’elettorato di sinistra aveva iniziato a farlo progressivamente alle elezioni regionali rifugiandosi nell’astensione. E’ solo con il referendum  sulla Costituzione voluto da Renzi che si pronuncerà in modo forte bocciandolo. Le elezioni politiche del 2018 segnano il crollo di Renzi e del suo PD con la perdita del 50% degli elettori rispetto alle politiche del 2008 e del 30%  dei consensi rispetto alle politiche del 2013. La fine del ciclo politico neoliberale di Renzi è solo apparentemente la fine del centrosinistra. Il centrosinistra è finito con il sostegno al Governo Monti.  Il PD renziano e le alleanze di governo che hanno sostenuto Letta, Renzi e Gentiloni sono governi sostenuti da forze politiche un tempo riconducibili alle categorie Destra/Sinistra e che realisticamente sono da ascrivere alla sola cultura politica neoliberale e globalista. I media continuano a narrare una realtà che non esiste da tempo. Il quadro politico vede in competizione due destre e un movimento politico post ideologico come il M5S. La Sinistra è ridotta ai minimi termini e si confonde con la difesa tout court dei diritti civili e individuali cioè con la difesa di istanze individualiste che poco o nulla hanno a che vedere con la propria Storia fatta di battaglie politiche per il sociale. Lo spazio elettorale occupato dalla Sinistra e dal Centrosinistra è stato occupato dal M5S il quale ha intercettato il malessere sociale proveniente dalle periferie urbane, sociali e territoriali. Ciò che sta succedendo in Francia in modo violento in Italia è maturato lentamente nel corso degli ultimi anni. Oggi al governo in Italia ci sono le periferie sociali che in Francia occupano le piazze. Questo è stato possibile grazie al fatto che l’Italia è una repubblica parlamentare e grazie anche un sistema elettorale in parte proporzionale. Ad aver intercettato il malessere sociale è stato tanto il M5S quanto la Lega.  In questi giorni ci sono state due grandi manifestazioni una a Roma organizzata dalla Lega, l’altra a Torino organizzata da i No TAV. Entrambe le manifestazioni, anche se di segno opposto, rappresentano il disagio sociale ed opzioni possibili. Se non ci fosse stata la Lega quelle 50 – 60 mila persone presenti in piazza a Roma chi le avrebbe rappresentate? Prive di rappresentanza politica siamo proprio sicuri che non sarebbero scese in piazza ?. Su questi aspetti, soprattutto a Sinistra bisognerebbe ragionare in modo meno ideologico.  Per il momento, a conclusione del ragionamento, mi viene da pensare che la Democrazia italiana, a dispetto della narrazione fatta in questi anni dai media mainstream, è forte proprio grazie all’essere  un sistema parlamentare e ad avere una legge elettorale seppure in parte proporzionale.

Risultati immagini per manifestazione No Tav a Torino immagini

Fonte foto: Tiscali Notizie (da Google)

10 commenti per “Italia, laboratorio politico della protesta sociale

  1. Gian Marco Martignoni
    12 dicembre 2018 at 22:41

    Un’analisi senz’altro interessante sul piano della ricostruzione delle recenti vicende politiche, che però non mi trova d’accordo sul giudizio relativo al ruolo dei 5Stelle, che per quanto mi concerne, se è indubitabile il dato del loro consenso elettorale , ciò non equivale ad un automatico trasferimento nel parlamento di una mobilitazione sociale di massa.Di fatto , in assenza di
    una formazione politica anticapitalista identica a quelle che possiamo individuare nello scenario europeo, lo smottamento del social-liberismo del P.D ha sancito un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico.La mia tesi è che la Lega e i 5Stelle – pericolosmente guidati dalla finalità aziendalistiche ed autoritarie della Casaleggio e Associati – sono la più completa espressione di questo spostamento a destra.Ovvero di una mobilitazione reazionaria delle masse.Se dopo le elezioni europee si andrà ad un governo di sola destra- destra, il tutto sarà più chiaro.Non a caso le dodici associazioni industriali stanno operando, indisturbate – se escludiamo la mobilitazione no-tav, con la quale , per nostra fortuna , il fiancheggiamento 5Stelle si è sciolto come neve al sole – per contribuire all’ulteriore sterzata a desta nel paese.

    • Alessandro
      13 dicembre 2018 at 0:19

      Casaleggio e associati rispetto a quello che abbiamo avuto fino a ora sono bruscolini. Siamo stati governati per vent’anni da conflitti d’interessi giganteschi, da una persona che faceva e disfava a piacimento all’interno del suo partito azienda, e quindi nel Paese, con i parlamentari che votavano le più strampalate disposizioni che costui decideva. altro che la democrazia interna dei 5S di cui si straparla come se fosse chissà quale anomalia.
      In attesa che quella sinistra anticapitalista risorga dalle sue ceneri, si è sostanzialmente suicidata con le sue stesse mani, i 5S sono il meglio che passa il convento e sostenere che siano di destra è una forzatura ovviamente, a meno che, cosa che è anche piuttosto diffusa a sinistra, non si pensi che una forza politica vada giudicata solo per le disposizioni in materie di immigrazione ( e qui ribadisco che il comunismo come si è manifestato storicamente ha sempre “sigillato” le sue frontiere in entrata e in uscita, semmai l’accoglienza ideologizzata è un prodotto della sinistra fighetta liberal di derivazione USA). Se si vuole far qualcosa di concreto bisogna intervenire alla radice e quindi, per esempio, condannare qualsiasi guerra, salvo eccezioni motivate, senza neanche strizzare l’occhio alla real politik, o intervenire laddove gli occidentali ancora continuano a imporre forme di paracolonialismo, come la Francia.
      Fino a quando la sinistra anticapitalista non ripartirà dai “piccoli obiettivi”, che sono poi quelli che alla gente interessano maggiormente perchè portano un po’ di sollievo, accantonando momentaneamente le “rivoluzioni”, che non vanno escluse a priori ma che comunque allo stato attuale appaiono chimere, continuerà a non contar nulla.
      In Europa la sinistra anticapitalista è in crisi ovunque; è solo la nostra esterofilia che ci mostra il giardino altrui come sempre più verde. Magari sono più movimentiste e meno disgregate, quindi pesano un po’ di più, ma Melenchon, Corbyn, Sanders, come se negli USA il vero socialismo abbia mai contato qualcosa, messi alle strette sarebbero dei novelli Tsypras, dal mio punto di vista.

  2. Giovanni
    12 dicembre 2018 at 23:17

    Io penso che il fatto che siano riusciti ad incanalare il conflitto sociale all’interno del processo elettorale non sia una cosa positiva ma negativa, significa solo che sono in riusciti a contenerlo e non farlo esplodere. Vedi ora come sta finendo col deficit al 2.04% (qualcuno dice 2.046%, aspettiamo che arrivino ai decimillesimi)

    Infine, ma l’ho già detto, nutro molti dubbi anche sulla protesta francese dei Gilet Gialli. Non credo molto nella spontaneità delle proteste grosse in genere. Il malcontento reale o è guidato da un reale partito del popolo oppure è guidato da qualcun altro, tertium non datur. Io purtroppo non vedo partiti del popolo in Francia e neppure da noi.

    Ho sempre più l’impressione che le due grosse fazioni in cui si sta dividendo l’oligarchia usino gli stessi metodi. La parte trumpiana sta solamente faticando un po’ per riuscire ad avere le sue leve per portare avanti rivoluzioni colorate ed organizzare partiti civettuoli. E noi abbiamo anche meno autonomia di quanto ne avessimo nella prima e seconda repubblica.

    Ad agosto segnalai su Sollevazione questo articolo della rivista di destra Eurasia che dava la sua versione sul laboratorio politico italiano. Riporto due frasi, di cui una il finale:

    1) “Ciò significa che gli Usa, o i repubblicani, o i neo/teo-con, si stiano adoperando perché l’Europa imploda a cominciare dall’euro? Non necessariamente”

    2) “l’Italia dovrebbe riflettere prima di ritrovarsi meno sovrana di quando questo pur agognato cambiamento è iniziato.”

    Purtroppo a me sembra, alla luce di quanto sta accadendo, molto realistico.

    • Giovanni
      13 dicembre 2018 at 15:39

      Ribadisco però che nonostante tutto mi auguro che le proteste dei Gilet Gialli continuino.

      Leggo su HP che pare abbiano respinto la richiesta di non protestare e sabato protesteranno. Se confermata è una notizia positiva.

      Fermi restano i dubbi che ho espresso, questa è per ora la strada. I sommovimenti di popolo non sono mai eventi puri, non sono pranzi di gala, forse sono dei sentieri di nidi di ragno.

  3. Marco
    13 dicembre 2018 at 7:43

    Mah! Avete tutta sta paura che la.gente scenda in piazza?
    Da un blog come il.vostro non me l’aspettavo!

    • Fabrizio Marchi
      13 dicembre 2018 at 8:56

      Personalmente non ho proprio nessuna paura che la gente scenda in piazza, anche perché io l’ho sempre fatto…
      Dopo di che ci sono tante ragioni diverse per scendere in piazza e non tutte sono sempre condivisibili…
      In ogni caso, se è questo che volevi sapere, non mi dispiace affatto che tanti francesi lo stiano facendo in queste settimane anche se ovviamente, il movimento dei Gilet Gialli è pieno di contraddizioni. Resto comunque dell’idea che dove c’è conflitto sociale, quello è il posto della Sinistra, o se preferisci, dei socialisti e dei comunisti.
      Ciò detto, le posizioni espresse in questo articolo sono quelle personali del suo autore, Gerardo Lisco, e non del sottoscritto o della redazione, e lo abbiamo anche segnalato. Penso però che le sue reali intenzioni non siano quelle di mettere la museruola al conflitto sociale quanto di produrre un’analisi adeguata della situazione e di ribadire quelle che dovrebbero essere le funzioni di una democrazia rappresentativa degna di questo nome. E un sistema realmente democratico e rappresentativo dovrebbe appunto essere in grado di rappresentare anche e soprattutto il conflitto sociale e tradurlo in forme appunto democratiche. Penso che fosse questo che volesse dire l’autore dell’articolo. Il che non significa che il conflitto debba essere disinnescato o non debba avere altri luoghi se non quelli istituzionali. Ma questo lo spiegherà lui stesso, se lo riterrà opportuno.
      Dopo di che si possono avere posizioni e sensibilità diverse, come è legittimo che sia.

  4. Panda
    13 dicembre 2018 at 12:28

    Interessanti sia l’articolo che i commenti.

    Faccio solo un’osservazione: personalmente ho le mie riserve sulla effettiva capacità della democrazia rappresentativa di, appunto, rappresentare il conflitto sociale, ma in ogni caso il punto inaggirabile è che la maggior parte delle decisioni politiche, e mi riferisco sia all’importanza che alla quantità, è ormai presa fuori dal circuito della rappresentanza, ossia nelle istituzioni europee. E’ un esproprio lento, che, prima dell’applicazione dell’austerità su larga scala, è avvenuto senza manganelli, ma non è per questo meno grave. Se non si affronta tale punto, allora sì, che Tsipras è il nostro destino. E non c’è politica delle piccole cose che tenga, perché non potrai fare neanche quella, se non nel senso di lenire un po’ il progressivo deterioramento sociale.

  5. Gerardo Lisco
    13 dicembre 2018 at 12:47

    nel mio articolo ho cercato di evidenziare tre aspetti: 1) il macronismo è filiazione diretta del renzismo; 2) il disagio sociale in Italia è stato intercettato dal M5S e in parte dalla Lega. La Lega ha intercettato le criticità che interessano in particolare il mondo delle piccole e medie imprese massacrate da politiche economiche funzionali agli interessi delle multinazionali della distribuzione e della vendita on – line; 3) se in Italia non abbiamo l’esplosione sociale che abbiamo in Francia lo dobbiamo al nostro sistema politico fondato sul Parlamento e con una legge elettorale, pur se da rivedere, sicuramente capace di rappresentare le molteplici istanze sociali. La mia intenzione non è affatto quella di negare il conflitto di classe. Il tentativo di superare il conflitto di classe lo hanno fatto sia la cultura neoliberale che quella della sinistra post moderna. Entrambe lo hanno fatto esaltando l’individualismo e moltiplicando in questo modo i conflitti. Più individualismo, più conflitti di fatto più mercato e nel contempo destrutturazione della solidarietà di classe. Solo un chiarimento su quest’ultimo aspetto con un esempio. Con le modifiche al diritto del lavoro e alla scienza dell’organizzazione si mira a dare risposte su misura alle istanze individuali. Questo che sembra un dato positivo ha invece come fine la destrutturazione del conflitto di classe e la trasformazione di ciascun individuo in “imprenditore di se stesso” , la Thahtcher auspicava che il mondo fosse fatto da milioni di piccoli capitalisti. Il disegno neoliberale che sembrava trionfante mostra tutte le sue contraddizioni e l’individuo scopre che tra lui e il manager c’è una differenza enorme. Soprattutto scopre che il manager deve licenziarlo perchè solo così il titolo in borsa della Società che governa potrà crescere garantendo lauti profitti a se stesso e agli azionisti. Partendo da questo aspetto si possono sviluppare una molteplicità di riflessioni utili a ricostruire, in primo luogo, sul piano della cultura politica la solidarietà di classe.

  6. zuzyo
    13 dicembre 2018 at 14:21

    scendere in piazza oggi come oggi è assai complicato, perchè la scienza della manipolazione delle folle è sofisticata e c’è sempre chi interferisce con le dinamiche di protesta. Basta una pag facebook e due tweet per scardinare le certezze e le aspettative dei partecipanti; qualcuno si fa sedicente leader del movimento e deforma le strategie ed istanze iniziali: semplice…

    Le proteste in Francia, anche se – SE – fossero state inizialmente spontanee mostrano oggi di avere un senso ben più profondo; quello della lotta tra Macron e Trump, tra USa ed Europa, tra “illuminati gnostici” ( cit. B. Fulford) ed i Rothschild, tra la NATO e l’ EUROGENDFOR ( che vorrebbe arrestare Salvini).

  7. Gian Marco Martignoni
    13 dicembre 2018 at 21:50

    Nessuna esterofilia, caro Alessandro : certo che se nel nostro paese avessimo una Linke ( 9,2% ) e non l’inconcludenza che si trascina da anni, dopo l’equivoco della Rifondazione di Bertinotti – ” il movimento è tutto, il fine è nulla ” – , per via di un ceto politico votato ciecamente solo alla sua autoriproduzione, non che avremmo risolto tutti i nostri problemi, ma almeno avremmo una base minima per operare collettivamente, e non tante schegge impazzite e, ripeto, inconcludenti.Inoltre, da tempo sostengo che due sono i paesi culturalmente e socialmente più arretrati d’Europa: ovvero la Polonia e l’Italia, non a caso entrambi di matrice cattolica.Per questa ragione, ma non solo – conta molto anche il cosidetto capitalismo familiare – la crisi del PD, differentemente dal resto dell’Europa, è sfociata a destra . Sulla natura dei 5Stelle illuminanti sono i testi pubblicati da Alessandro Dal Lago e “L’Esperimento ” di Jacopo Iacoboni.Ma anche oggi su Il Manifesto lo storico Antonio Gibelli, già autore di un fondamentale saggio sul berlusconiamo,svolge una riflessione di prim’ordine, che spero sia solo l’anticipazione di un elaborato più corposo.Per un semplice motivo : poichè la svolta a destra nel nostro paese, sto parlando di mentalità,non è cosa dell’oggi, si tratta di comprendere e studiare le nuove forme del suo approfondimento, ovvero la Lega e, checchè se ne dica, i 5Stelle.Infine, che una formazione anticapitalista non debba partire nella sua azione dalla ” metafisica “, mi sembra una cosa più che scontata.Certo,però,che senza una base teorica non vi può essere una prassi corretta, come d’altronde l’ottimo libro di Fabrizio ci suggerisce ripetutamente con le sue ricche argomentazioni.

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