La cultura del fuoristrada

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Prima le macchine le facevano piccole. Alcune case, però, producevano veicoli per i terreni sterrati, i cosiddetti fuoristrada. Poi, a un certo punto, qualcuno ha cominciato a comprare fuoristrada per le strade cittadine. Il fuoristrada troneggiava rispetto alle altre auto, dominava la scena con la sua mole. Così altri iniziarono a comprare fuoristrada per la città. Infine le case automobilistiche capirono il giro di affari potenziale e cominciarono a produrre una linea specifica di cosiddetti “Suv” o “Pick up” proprio per la città. E ovviamente tutti quanti si fiondarono a comprarli.
Da allora le auto sono diventate sempre più grandi, anche le utilitarie. Basti confrontare la vecchia Fiat Cinquecento con la nuova, che è di fatto un’auto media, sebbene sia concepita coma veicolo “piccolo”. E oramai tutte le auto ricordano i fuoristrada: alte, mole imponente, stile aggressivo.
Dietro tutto questo non c’è soltanto una competizione individualista e antisociale (quasi si dovesse essere pronti a fare l’autoscontro con gli altri automobilisti) ma anche un’ostentazione volgare di grandezza che è tipicamente americana, ma che ora sta venendo importata anche da noi. E’ la manifestazione del capitalismo illimitato anche nella merce. La merce supera tutti i confini, anche fisici. Basti pensare ai ristoranti “all you can eat”, mangi tutto quello che puoi finché non scoppi, oppure ai telefoni cellulari, che col tempo prima si sono rimpiccioliti, al punto che si faceva fatica a toccare i tasti giusti col dito, poi si sono sempre più ingranditi, fino a superare di dimensioni i modelli originari, al punto che le tasche dei pantaloni non bastano più a contenerli; oppure la moda dei tatuaggi, i quali inizialmente erano minuscoli, e poi via via si sono estesi su tutto il corpo fino a ricoprirlo, in alcuni soggetti, interamente, senza lasciare un solo lembo di pelle libero.
L’ostentazione si trasmette direttamente nella merce che travalica i limiti fisici, occupa sempre più spazio e lo spazio che occupa è inversamente proporzionale al suo tempo di vita (merci sempre più grandi ma sempre meno resistenti che si rompono prima). E’ il capitalismo consumista che soppianta definitivamente, anche culturalmente – perché i canoni estetici mutano – quello produttivista. Quest’ultimo mirava a risparmiare spazio, costruiva auto che erano talmente piccole che si faceva fatica a entrarci, ma molto agili ed economiche. Nell’epoca attuale, invece, la merce deve invadere tutto lo spazio e ogni spazio: lo “spreco” non è concepito come l’occupazione di uno spazio troppo grande, ma come uno spazio lasciato libero dal valore di scambio e non occupato dalla merce. L’acquirente deve mostrare con orgoglio di possedere questi oggetti enormi e sempre più costosi perché essi sono anche una pubblicità rivolta ad altri potenziali acquirenti.
Tutta la loro vita deve essere riempita dalla presenza ingombrante della merce.

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Fonte foto: Red Live (da Google)

1 commento per “La cultura del fuoristrada

  1. Alessandro
    18 aprile 2017 at 20:12

    Il mondo della mera esteriorità, dell’apparire come massima realizzazione esistenziale, trionfa oramai ovunque. Agli esempi riportati nell’articolo se ne potrebbero aggiungere tanti altri. Ciò che stupisce è che mai come oggi l’istruzione risulta diffusa, eppure pare diventare sempre più mero nozionismo, incapace di offrire quegli strumenti intellettuali utili a orientarsi nella contemporaneità, evitando di trasformarsi in semplici replicanti di un copione già scritto e utile solo agli interessi economici di pochi.
    Ed è proprio questo che rattrista: tutte le istituzioni, a partire proprio da quella scolastica, che dovrebbero rappresentare un baluardo a questo osceno spettacolo , sono oramai incapaci di assolvere al loro compito: media quasi totalmente asserviti agli interessi consumistici, scuola ridotta a parcogiochi, famiglia nella maggior parte dei casi inadeguata al compito, spiegano il trionfo del nulla elevato a massima aspirazione esistenziale.

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