Michela Murgia e la stroncatura di Diego Fusaro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Incalzato da varie persone ho deciso di scrivere un commento alla “stroncatura” che Michela Murgia ha riservato, nella sua consueta rubrica Quante storie, all’ultimo libro di Diego Fusaro – il noto “filosofo” che avrete tutti visto spesso comparire come opinionista in TV – intitolato Pensare altrimenti (Einaudi, Torino 2017).

Ho deciso di raccogliere le sollecitazioni innanzitutto perché conosco la persona e il pensiero di Diego Fusaro: siamo stati legati da un rapporto di amicizia, ormai ahimè interrotto, a cui devo molto per la mia formazione; in primo luogo, per la presentazione del nostro comune maestro Costanzo Preve. Un altro motivo che mi ha convinto a scrivere questo commento è la stima che nutro nei confronti di Michela Murgia per i suoi progetti politici per l’indipendenza della Sardegna e per i suoi ottimi interventi, anche a sfondo religioso. Ma in questa sede lascerò da parte ogni affezione personale.

Non ho avuto ancora il tempo di leggere il libro di Diego Fusaro appena uscito, ma l’ho sfogliato velocemente; oltre ad alcuni argomenti interessanti sulla storia della dissidenza, mi sembra che la sostanza del libro sia costituita quello che ripete da sempre in modo monocorde da ormai anni: argomenti mutuati da altri – talvolta nobili – pensatori, spesso rielaborati con un buono stile e coniando formulazioni particolarmente efficaci.

La “stroncatura”, in un certo senso, Fusaro se l’è meritata. Non ci si può limitare a fare filosofia con i “tweet”. Ha ragione la Murgia quando critica frasi del tipo: «L’ideologia gender rimuove la differenza tra uomo e donna e demonizza come omofobo e intollerante chiunque non introietti supinamente questa nuova visione coerente con l’ordine mondiale». Un filosofo, soprattutto se sta scrivendo un libro e non si trova a Uno Mattina, parlando di gender come minimo dovrebbe distinguere tra gender queer, confrontarsi con passi tratti da autori della galassia gender studies, e discernere fra la genesi delle idee e le eventuali – inevitabili – ricadute ideologiche, evitando di “buttarla in caciara” come un qualsiasi opinionista da quattro soldi. Tra parentesi, questa confusione sul termine gender riguarda anche certi preti, compreso il vescovo di Roma, che vi hanno trovato un mulino a vento contro il quale scagliarsi.

Quello che si richiede però ad un filosofo quale vorrebbe essere Diego Fusaro è un’autentica problematizzazione che (si) elevi – hegelianamente – oltre le dicotomie manichee. Le analisi fusariane, soprattutto riguardo la società contemporanea, mancano di determinatezza: vengono assemblati moltissimi temi e categorie, pertinenti nel contesto dai quali vengono mutuati, in un “calderone critico” in cui domina un “tutt’uno indistinto”. In questo senso, non è mia intenzione istituire un processo alle filosofie della totalità, che leggono la realtà come un insieme relato da comprendere nella sua interezza, bensì notare una certa assenza di determinatezza di questa totalità, cioè la non articolazione del sistema tinteggiato da Diego Fusaro.

Anche il fatto di leggere l’intera storia delle idee in una narrazione unitaria – segno per taluni di scarsa scientificità – è al contrario segno di coraggio intellettuale e può vantare illustri predecessori. Si pensi che Aristotele piegò alle sue esigenze i presocratici, Hegel tutto il pensiero a lui precedente, Heidegger incolpò Platone, e giù seguendo, per aver inaugurato il filone dell’“oblio dell’Essere”; ma anche il liberale Popper, in modo molto più sommario, mise in fila i filosofi “nemici della società aperta”, ossia “totalitari”, operazione attuata in modo destoricizzante. Cosa che perlomeno Fusaro, da discreto conoscitore di Hegel e di Marx, si guarda bene dal fare.

Mi preme anche sottolineare che la mia posizione sul tema gender potrebbe essere anche più vicina a quella di Fusaro che non a quella di Michela Murgia, la quale sembra sottovalutare le ricadute ideologiche dei gender studies quando afferma che «quelle che lui chiama “ideologia gender” in realtà hanno un altro nome: si chiamano “studi di genere” e il loro scopo non è cancellare la differenza tra gli uomini e le donne. Il loro scopo è discutere che le differenze naturali biologiche possano continuare a fondare le differenze sociali e le discrepanze tra i diritti». In realtà questi gender studies sono assai eterogenei e alcuni a dir poco deliranti. La critica però non può evitare il piano della problematizzazione filosofica e della chiarificazione concettuale; altrimenti la “dissidenza” si potrebbe trasformare in un’accozzaglia reazionaria di opposti estremismi, capace solo di dire di no. Forse è quello che i “nemici di Fusaro” sognano, per poter ridicolizzare facilmente ogni opposizione.

Quindi ha ragione da vendere la scrittrice sarda nel ricordare che «i filosofi lottano tutti i giorni per la precisione delle loro parole», ma anche per discernere i vari contesti. Altrimenti il rischio è quello di diventare solo l’ennesima macchietta intellettuale, come il “papirologo” Aristide Malnati, ridotto a commentare nella trasmissione Cuore di mamma la bellezza delle “pretendenti” con paragoni “egittologici”, fino addirittura a partecipare all’Isola dei famosi. Non vorrei che Fusaro facesse la stessa fine che già si prospettava con le sue prime apparizioni televisive, che altro non fanno che alimentare il narcisismo e “decaffeinare” proprio quel pensiero così “dissidente”. Perché le opinioni scomode – Fusaro dovrebbe saperlo bene – non vengono tanto censurate dallo Spettacolo contemporaneo, bensì vengono decontestualizzate, ridicolizzate o estremizzate a tal punto dal farle sembrare assolutamente impraticabili. Perché Marx può essere decaffeinato in tanti modi: sia descrivendolo come un paladino postmoderno dei “diritti civili”, sia come saccente profeta di scenari apocalittici.

Penso che Diego Fusaro valga molto di più. Non può limitarsi ad essere un “pappagallo in gabbia” – che catalizzi audience quanto quello di Enzo Tortora – né la “Margherita Hack della filosofia”. Un consiglio spassionato: prenditi un anno sabbatico. Riposa. Proprio tu che hai scritto Essere senza tempo sai quanto possa essere rivoluzionario, e quanto possa far bene anche a te. La filosofia necessita anche di tempo, di riflessione, di studio pacato. Vedrai che le tue critiche saranno più credibili. Non solo “dissidenti”, ma persino rivoluzionarie, come ci insegnava Costanzo Preve.

Uscendo infine dall’angustia del caso mediatico si può scorgere il vero dramma: sono costretto a dire che anche il peggior libro di Fusaro è di gran lunga più consigliabile – soprattutto per chi si avvicini a certe tematiche e debba essere risvegliato dal “sonno dogmatico” del pensiero liberal di sinistra – di molti autori che “continuano a raccontarsele” dopo decenni di fallimenti. E, alla fine, mi trovo a riconoscere questo: purtroppo dobbiamo ringraziare Dio dell’esistenza di Diego Fusaro.

Pubblicato giovedì 9 febbraio 2017 su Termometro Politico, al link:

https://www.termometropolitico.it/1244502_michela-murgia-diego-fusaro.html

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Foto: Termometro Politico

 

10 commenti per “Michela Murgia e la stroncatura di Diego Fusaro

  1. Grey Ulver
    12 febbraio 2017 at 20:22

    Si, ma quale sarebbe il pensiero dissidente proposto da Fusaro?! Mi sfugge proprio!

  2. Alessandro
    13 febbraio 2017 at 0:07

    La Murgia può criticare Fusaro quanto vuole, ciò non toglie che Fusaro al suo cospetto è un gigante del pensiero mondiale, e io non sono un suo ammiratore, per quanto gli riconosca acutezza, capacità interpretative del presente non banali e un certo coraggio nel prendere anche posizioni non in linea con quanto i media abitualmente ci propinano.
    Ma chi ha scritto l’articolo conosce davvero questa Murgia? Una scrittrice mediocre, e passi visto che la mancanza di talento letterario non è certamente una colpa, ma soprattutto una femminista vittimista, e un politico di scarsissimo profilo. Ma quale progetto per la Sardegna! Una che si candida per le regionali e poi quando perde butta via tutto perchè lei è la primadonna e per le comunali non si sporca le mani? Una che ciancia d’indipendenza, che solo dio ce ne scampi, e poi va a prendere i quattrini nella tv pubblica nazionale? Ma per favore.

  3. Aldo
    13 febbraio 2017 at 22:10

    Ache Fusaro non poteva sfuggire alla maldicenza italica.

    • Sergio
      14 febbraio 2017 at 18:03

      No, casomai alla maldicenza di una femminista.
      Le femministe, italiane, statunitensi, australiane o ucraine che siano, sempre femministe sono.

  4. Ignazio Murgia
    14 febbraio 2017 at 8:02

    Si possono fare tante critiche al Fusaro pensiero ma è il pensare contro senza se e senza ma che mi impressiona…scoprire se stessi andando contro e rimanendo se stessi nonostante tutto,con la tenacia suicida del salmone che va controcorrente.

  5. ARMANDO
    14 febbraio 2017 at 22:26

    Fusaro non sarà un genio, esporrà idee non sue originali, ma se la critica principale che gli viene fatta è sulla mancata distinzione fra Gender e Queer, allora si manca di argomenti. Anche perchè, alla fine, Gender e Queer si somigliano su un punto focale. L’uno sostiene che la differenza maschio/femmina è solo un retaggio culturale del famigerato patriarcato. Ne discende che il sesso biologico finisce per diventare elemento insignificante, mentre ciò che conta, semmai conta, è quello psichico, Il risultato sono i bambini maschi fatti vestire con le gonne in certe scuole “progressiste” e politicamente correttissime. Queer vorrebbero invece potersi sentire maschi o femmine secondo l’umore di giornata, diciamo così. Anche quì il sesso biologico diventa insignificante. Quindi…….

  6. Rino DV
    15 febbraio 2017 at 19:07

    L’ideologia gender esiste?
    .
    Fusaro dice di sì, associandosi in tal modo, obtorto collo, alle posizioni antigenderiste delle “Sentinelle in piedi”, della Chiesa istituzionale (vedasi card. Scola, che si limita a denominarla “teoria”) e della destra, più o meno estrema. Operazione che ovviamente offre un altro motivo ai suoi detrattori (che peraltro son quasi solo di sinistra) per squalificarlo quale sostenitore del rosso-brunismo.
    .
    Che il genderismo esista come costruzione autonoma e sistema teorico autocefalo è dunque la tesi degli oppositori del genderismo stesso. I genderisti invece ne negano l’esistenza ed accusano gli antigenderisti di combattere contro i propri fantasmi. Paranoie.
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    Costoro, paradossalmente hanno ragione. In quanto tale, come ideologia a sé stante infatti il genderismo non esiste.
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    Chi invece può negare che esista il femminismo? L’esistenza di questo è certa in modo assoluto, sia per i suoi sostenitori che per i suoi avversari. Ma la negazione delle differenze naturali è la colonna portante, il dogma centrale del femminismo. Il suo scheletro. Il genderismo allora cos’è? E’ l’essenza del femminismo.
    .
    E qui sta il busillis. Il femminismo non può essere messo sotto accusa da nessuno, apertis verbis. Certamente non dal mondo cattolico (a causa della sua storia) e men che mai da un intellettuale che intenda avanzare in Accademia e nel mondo. O anche solamente conservare un minimo di lettori. Non resta dunque che deviare verso un nemico che si possa essere in qualche modo legittimati a combattere. Bisogna trasfigurarlo e cambiargli il nome. Fingere che non sia ciò che davvero è.
    Bisogna farlo inconsciamente ed impedire che tale dislocamento emerga alla coscienza.
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    Al più, oggi, si può denunciare “un certo femminismo”, o talune “femministe arrabbiate” o il “femminismo estremista” o quello “d’antan”.
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    Hanno ragione i genderisti: l’ideologia gender non esiste. Il femminismo esiste ed è intrinsecamente, originariamente, necessariamente genderista.
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    Hanno ragione i genderisti: nei libri di testo non esiste alcun genderismo. C’è solo femminismo.
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    (Quanto alle obiezioni-osservazioni della Murgia, sorvolo).

    • Alessandro
      16 febbraio 2017 at 10:34

      Ben poco altro da aggiungere all’ottimo commento, se non che il femminismo che veicola il genderismo fa comodo anche alle elite capitaliste e ai loro montiani portaborse, perchè aiuta a perseguire il loro obiettivo, già a buon punto di realizzazione, di creare l’individuo unisex, sintesi d’ individualismo competitivo, acritico e consumista, il soggetto ideale per il mantenimento dello status quo e quindi degli attuali equilibri di potere. La donna che scimmiotta l’uomo e viceversa, realtà che è sotto i nostri occhi oramai quotidianamente e di cui avremo il trionfo tra tre settimane circa, è il capolavoro del femmi-capitalismo.
      L’ennesima conferma, a parer mio, di quanto il neofemminismo, con il suo finto progressismo, la sua vocazione competitiva tutta interna agli odierni schemi socio-economici, sia un prodotto del capitalismo che cerca in una fase di crisi di autorigenerarsi.

      • Alessandro
        16 febbraio 2017 at 10:54

        http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/15/transgender-perche-la-nostra-societa-li-santifica/3393324/

        Fusaro ritorna sul tema e lo fa sviluppando il punto da me in precedenza accennato, ossia l’aspirazione alla creazione dell’individuo “agender” , ma trascurando di accennare al ruolo decisivo che il neofemminismo svolge su questo piano: un limite della sua teorizzazione,una dimenticanza o forse “istinto di autoconservazione”? In ogni caso, una conferma di ciò che si può dire e scrivere e di ciò che non si può.

  7. armando
    16 febbraio 2017 at 13:02

    Nei teatri circola uno spettacolo rivolto ai bambini, mi sembra che il titolo si Afa..fafasina o una cosa del genere, e che qualcuno vorrebbe portare anche nelle scuole. E’ la storia di un bimbo che oggi ama sentirsi maschio, domani femmina, dopodomani tornare maschio e poi chissà. Ovviamente tutti coloro, compresi i genitori, che non inneggiano a questa indeterminazione come fosse cosa normale, sono gente non dico cattiva, ma non empatica, legata a vecchi paradigmi. nello stile del politicamente corretto, la cosa poi si risolve bene, nel senso dell’accettazione del fatto.
    Il gender non esiste? Il queer nemmeno? Non solo esistono, ma la negazione della determinazione sessuale viene propagandata fin nei bimbi, ovviamente i più esposti in quanto in età di transito e di assunzione dell’identità sessuale. Va da sé che il femminismo, tutto il femminismo, è su questa linea.

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