Morire a vent’anni come Jefferson Tomalà

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

La nostra amica, Rita Chiavoni, ci segnala e ci invita a pubblicare questo intervento di Viola Carofalo, leader di Potere al Popolo, sulla tragica vicenda del giovane ucciso dalla polizia a Genova in circostanze assai dubbie (4 proiettili sono effettivamente un po’ troppi per derubricare l’accaduto solo come legittima difesa…).

http://genova.repubblica.it/cronaca/2018/06/12/news/ventenne_ucciso_a_genova_e_poliziotto_indagato_salvini_da_cittadino_e_ministro_sono_vicino_all_agente_-198796637/

Lo facciamo volentieri, ovviamente, anche se personalmente non condivido, anche in un frangente come questo, il solito scontato richiamo all’ideologia femminista contenuto nel testo. Cito testualmente:“Non accettava di aver perso il controllo sulla sua vita e sui suoi affetti, forse di ciò che riteneva sua “proprietà”. Avrei sinceramente evitato questo passaggio che, a mio parere, suona un po’ come il solito pegno da pagare sempre e comunque alla ideologia politicamente corretta.

Per il resto l’articolo – che riportiamo di seguito –  è condivisibile.

“E’ morto a 20 anni Jefferson Tomalà. A Genova, in casa sua, durante l’intervento di agenti di polizia che cercavano di completare un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Gli hanno sparato almeno 4 volte, dopo aver tentato di ferire un agente e aver sferrato diverse coltellate ad un secondo poliziotto, finito in ospedale, fortunatamente senza conseguenze gravi. Morto ammazzato, troppo giovane, sotto troppi colpi di pistola, durante una procedura finita male che, a rigore, avrebbe dovuto tutelare prima di tutto la sua stessa incolumità e la sua salute, non solo quella di chi lo circondava.
Se Jefferson era armato, infatti, era per farsi del male. Non accettava che a seguito di diverse liti con la compagna lei avesse deciso di allontanarsi da casa con la figlioletta di 3 mesi, di mettere entrambe al sicuro. Non accettava di aver perso il controllo sulla sua vita e sui suoi affetti, forse di ciò che riteneva sua “proprietà”. Tutto questo è accaduto nonostante la rete familiare presente e stretta attorno a lui, che ha provato in tutti i modi ad aiutarlo, a mediare e stemperare i conflitti in casa.
Questa è la storia di una tensione montata pian piano, di un corto-circuito e di un fallimento istituzionale, di un coro stonato di solitudini.
In quanti modi si sarebbe potuto salvare Jefferson? In quanti modi il poliziotto avrebbe potuto evitarsi le coltellate che ha subito?
Due giorni prima, al primo violento litigio, la famiglia chiede aiuto ai carabinieri che, accorsi a mitigare gli animi, si allontanano dall’appartamento subito dopo, ripiombando i 2 fidanzati nella solitudine delle loro tensioni irrisolte. Poi è la volta del pastore protestante di riferimento per il nucleo familiare: sarà lui a consigliare alla ragazza, priva di altri riferimenti, di tornare in famiglia, ancora una volta sola davanti a una situazione più grande di lei. Infine, a situazione già in parte degenerata, l’ultima richiesta d’aiuto: questa volta è uno psichiatra, in urgenza. Anche lui si troverà solo davanti ad un uomo armato e alle proprie paure: chiede la protezione della polizia per maggior sicurezza. Ed è qui che arrivano presso la casa diverse volanti, molti agenti, impreparati a gestire una situazione che non è di ordine pubblico ma di sofferenza umana; si tratta di un uomo arrabbiato, che si sente braccato, piuttosto che di un uomo “accecato dalla follia”. Secondo i testimoni sarebbero stati gli agenti stessi, volontariamente o meno non ci è dato saperlo e non ci interessa, ad aggravare col loro atteggiamento la sua situazione di crisi. Sicuramente si sono fatti carico della sua violenza, l’hanno incassata e l’hanno spenta a colpi di pistola.
In un contesto del genere viene da pensare a tante cose: innanzitutto che non si può morire così. Una morte del genere andrebbe sempre evitata. E i tagli ai servizi sociali e psichiatrici, il vuoto istituzionale con cui spesso impattano le famiglie o gli utenti stessi di qualunque di questi servizi quando ancora si può scrivere una fine positiva ad un momento di difficoltà, è sempre più spesso realtà concreta, impedisce qualsiasi misura preventiva che possa scongiurare una simile tragedia. Così come è realtà concreta lo scarso investimento in formazione degli operatori che lavorano in situazioni al limite, in cui c’è rischio per la propria incolumità. In fondo si tratta semplicemente di sicurezza sul lavoro. E’ una formazione che gli agenti di polizia ma soprattutto che gli psichiatri e gli operatori di ambulanze e della salute mentale non fanno altro che chiedere a gran voce, nella sordità assoluta di chi dovrebbe accogliere queste richieste e che propone loro, come contentino, solo vigilantes, rinforzi di polizia, armi nuove in dotazione – non a caso è stata già annunciata l’introduzione di nuovi taser! – ma niente che tenga al centro l’interesse della persona in difficoltà, quella che col TSO si dovrebbe soccorrere, aiutare, tutelare, tirare fuori da un momento di crisi, sia esso violento oppure no, di certo non reprimere.
In questo quadro la morte di Jefferson è una sconfitta per tutti. E mentre la narrazione comune, che alimenta solo la “paura del pazzo” striscia già e rischia di intossicarci i pensieri, le statistiche giungono in nostro soccorso, dimostrando che la cosiddetta “pericolosità sociale”, quella che scatena casi tragici come questo, vede protagonisti solo in piccole percentuali chi si porta dietro il marchio del “pazzo”, molto più spesso le condotte violente e criminali sono appannaggio dei cosiddetti “sani”.
Ma Salvini non la pensa così. Lui, Ministro dell’Interno del cosiddetto “Governo del Cambiamento” non fa altro che replicare la stessa solfa, fatta di odio e di violenza, di una retorica che tenta di spezzare qualsiasi empatia verso chi ha già pagato caro la propria condotta ed il proprio abbandono sociale.
Avrebbe potuto prendere le parti di tutti, Salvini, in questa triste storia di cronaca. Di un poliziotto ferito sul lavoro ricoverato in ospedale, di una famiglia straziata da un lutto improvviso, di una donna che ha perso il suo compagno, di una bimba di tre mesi rimasta orfana, di un poliziotto che probabilmente non sta facendo i salti di gioia a pensare di aver ucciso un uomo. Eppure il suo messaggio è diverso, miope, grave, imbevuto di odio: chi ha sparato “ha fatto il suo dovere”.
E no, caro Salvini! E’ proprio dovere tutelare dalla propria stessa violenza un uomo in crisi e chi gli sta attorno, il TSO in fondo servirebbe a questo… E’ proprio dovere consentire a chi lavora di farlo in sicurezza, di portare la pelle a casa dopo un turno. Ma se c’è qualcosa che non è dovere è sparare a un uomo e ammazzarlo come un cane.
Noi non vogliamo abituarci nè anestetizzarci a questa retorica, a questa violenza, morire così non è nè inevitabile nè obbligato. E soprattutto rifiutiamo l’idea che dietro l’onda emotiva creata dai giornali, dietro questa nuova allerta costruita ad arte, si nasconda una nuova, l’ennesima “eccezione alla regola”.
Noi siamo quelli che non si sentono più sicuri armati fino ai denti, o con nuove pistole taser. Noi siamo quelli che vogliono servizi sociali adeguati ai nostri bisogni, servizi psichiatrici a propria misura e accoglienti, noi siamo quelli che vogliono lavorare in sicurezza, siamo quelli che non vogliono morire di TSO, che il TSO vogliono che sia prevenuto fino alla fine, in ogni istante in cui è possibile, con ogni mezzo.
Anche noi, come Salvini, stiamo con chi ci difende. Dalla violenza di uno Stato pericoloso, dalla marginalità sociale e dall’odio diffuso, dalla disumanità dilagante che sembra averci contagiato negli ultimi tempi”.

(Viola Carofalo)

Foto: La Repubblica Genova (da Google)

2 commenti per “Morire a vent’anni come Jefferson Tomalà

  1. gino
    16 Giugno 2018 at 14:15

    carofalo?
    quella che “il venezuela è il nostro modello economico”?
    datele retta così alle prossime elezioni dallo zero virgola passerete allo zero virgola zero zero…
    povera sinistra!

    • Fabrizio Marchi
      16 Giugno 2018 at 19:36

      Nessuno dà retta a nessuno. Ci è stato segnalato un suo articolo da una nostra amica con invito a pubblicarlo e lo abbiamo fatto. La rubrica delle lettere serve a questo.
      L’articolo è nel complesso condivisibile, a parte il solito scontato richiamo al femminismo, come ho già avuto modo di rilevare. Dopo di che le contraddizioni di PaP sono quelle che sono e, come risaputo, non abbiamo certo mancato di rilevarle…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.