A fine anno un pò di verità….


Nella nazione della menzogna e della manipolazione l’abitudine al cattivo cibo della sopraffazione ha reso il popolo indifferente alla verità e le nuove generazioni “talenti in fuga” sono formate al culto dei soli interessi personali, mentre la comunità patria invecchia nel corpo e nel vuoto spirituale. La verità, o meglio, la menzogna conosciuta da tutti del “merito” svelata nella cruda realtà dalle parole del senatore Crisanti non suscita azioni e reazioni. Le facoltà universitarie dovrebbero formare la classe dirigente ed esse stesse dovrebbero essere un modello etico e culturale, invece la verità, che ripeto tutti sappiamo, ci viene incontro. Andrea Crisanti, microbiologo, docente all’università di Padova e all’Imperial College di Londra e  senatore eletto tra le fila del Partito Democratico ha dichiarato in un video:

“In quarant’anni di carriera non sono a conoscenza di un singolo concorso di cui non si sapesse in anticipo il vincitore”.

A fine anno, dunque, un sussulto di verità. Si sollevano dunque domande. Una nazione in cui le Università sono una istituzione che coltiva clientelismo e relazioni baronali quale futuro e, specialmente, quale presente ha? Il nostro presente è connotato da una corruzione legalizzata e rimossa dall’opinione pubblica. Dinanzi al male immanente che prolifera, si fugge o si diventa indifferenti al bene e al male. Il primitivismo di massa è il risultato finale della spirale di corruzione, si è pronti all’edonismo più abietto e a trasformare il divertimento in godimento acefalo, come il capitale vuole, ma mai si è disponibili a donare il proprio tempo e le proprie energie per donare alla nazione un futuro eticamente migliore. Ci si rifugia nell’idolatria dei calcoli personali con l’applauso delle istituzioni pubbliche e private che possono in tal modo continuare la loro folle corsa. Denunciare è sempre un bene, ma se poi si continua a vivere nella medesima istituzione che si definisce nella sua verità drammatica non si rischia, è un dubbio, di rafforzare nei comuni mortali la convinzione che non c’è nulla da fare? Questo è un tempo che porta i segni dell’Apocalisse e solo la coerenza adamantina, forse, potrebbe suscitare azioni e favorire la formazione di una coscienza collettiva capace di dire il proprio NO propositivo ad una contingenza storica che sta divenendo tragicamente strutturale. Il lavoro in Italia non è vita, ma è morte e corruzione (784 i morti registrati da gennaio a settembre 8 in più rispetto all’anno scorso ) e, mentre si inviano nuovi pacchetti milionari per sostenere guerre feroci dove a morire sono i figli del popolo da entrambe le parti, ci viene incontro uno squarcio di verità che non ha procurato neanche un minimo scandalo a livello mediatico. La corruzione nelle istituzioni della formazione è in netto aumento, si suppone, con l’autonomia, giacché è notoria la baronia che regnava nelle Università. Oggi con l’autonomia ci si adatta al mondo e alla società dello spettacolo per imbarcare alunni-clienti. Le aziende formative sono sempre alla ricerca di denaro. Ignoranza e corruzione sono il frutto tossico che divorano le nuove generazioni.  Le feste di laurea sono festival del divertimento in cui si imitano le “grandezze  della società dello spettacolo”, si insegna a stare in vetrina e mai a valutare eticamente il contesto da cui si è stati formati e tutto ciò è un fine che le istituzioni perseguono con il mito degli uomini di “soli fatti” da deformare. La nostra è una nazione che ha bisogno di Santi ed Eroi, piccoli e grandi, perché la svolta sia possibile, solo in presenza di uomini e di donne capaci di congedarsi dalle false ragioni del compromesso per riaprire gli orizzonti della nostra storia, sarà possibile l’esodo dalla decadenza. Corruzione e guerra sono limitrofe, l’una è figlia dell’altra. La guerra è un affare per gli industriali e morte per il popolo. La morte non è solo sui campi di battaglia, morte è clientelismo, assassinio dei talenti, gerarchia padronale,  soffocamento della coscienza morale e liquidazione violenta della storia di una nazione, la quale si trasmette attraverso le istituzioni formative. Il nichilismo guerriero e acquisitivo  è corruzione. Se solo riuscissimo noi che siamo vecchi a comunicare ai più giovani che bisogna lottare per tutti e non fuggire verso nazioni più temperate e che annegare il “non senso” negli eccessi mortali dell’edonismo e del carrierismo non è la soluzione, ma è parte del problema, se riuscissimo a fare questo ci sarebbe ancora la speranza di un futuro per tutti. Non un futuro in cui si deve strisciare per il lavoro, ma un futuro in cui si sta in piedi e ci si guarda nel volto riconoscendosi pari nella dignità e nell’umanità. Le denunce sono preziose, sono feritoie di verità con cui ci si deve confrontare per ricostruire una nazione da un punto di vista etico e sovrano senza isolazionismo.

La nazione è in forte depopolamento e la soluzione che i governi offrono è importare migranti, vittime anch’essi, ovviamente, e in tale pratica è fondante il problema della corruzione. Una nazione che alleva eterni adolescenti a cui offre la corruzione come normalità non può certo essere aperta alla vita e, dunque, niente figli, pertanto l’augurio è continuare a lottare, affinché la vita possa vincere la morte. Siamo in una condizione estrema e per uscirne il primo passo è denunciare, ma il successivo, per chi può, è uscire da tale realtà per diventare catalizzatori di un mondo nuovo a cui si giunge mediante una adeguata e pugnace organizzazione. A tal fine è necessario  riconquistare il senso del “bene e del male” senza il quale tutto è perduto. La parola scandalo significa “inciampo”, è ora di inciampare nelle parole e nei fatti per pensarle politicamente, questo è l’augurio per il nuovo anno che dobbiamo donarci, il resto è chiacchiera.

Fonte foto: Facebook (da Google)

6 commenti per “A fine anno un pò di verità….

  1. Giovanni
    1 Gennaio 2026 at 21:26

    Però sui “talenti in fuga” e sul fatto che “Le facoltà universitarie dovrebbero formare la classe dirigente” qualche altra parola è bene aggiugerla.

    In non ritengo che il compito delle università sia solo di formare la classe dirigente e selezionare dei talenti, ma anche di diffondere la conoscenza fra le classi popolari. Il “talento” poi è una delle principali categorie del pensiero individualista. Ovviamente deve anche formare i dirigenti e promuovere il talento ma non può essere il suo solo scopo, come era nella società classista di inizio secolo scorso.

    L’aumento del benessere e le ricadute culturali dello sviluppo tecnologico hanno fatto sì che molte più persone abbiano progressivamente cercato di accedere all’università. È inevitabile quindi che non solo i talenti, ovvero quelli con qualcosa in più, ma anche persone normali vi siano andate.

    Per citare Ligabue, che non amo troppo ma in fondo ha inventato una metafora appropriata recentemente usata pure da Fabrizio Marchi, ci staranno molti “mediani”. Un altra metafora calcistica appropriata sarebbe quella famosa di Nereo Rocco sulla squadra perfetta che doveva avere “un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un ‘mona’ che segna e sette asini che corrono”. E i sette asini sono comunque giocatori altamente allenati che faticano ogni giorno, quindi li chiamiamo asini ma asini non sono per niente.

    Per uscir di metafora, gli “asini che corrono” (che ripeto asini non sono) nella società saranno in proporzione molto più alta di 7 su 11, nel caso dell’università cosa avveniva nel passato? Nella società classista studiava solo chi poteva permetterselo, alcuni erano brillanti mentre altri essendo normali venivano inseriti in ruoli appropriati allo status per appartenenza di classe. Con la successiva crescita industriale e boom economico è cresciuto il bisogno di persone formate, molti sono stati assorbiti nei settori produttivi e molti altri sono andati ad insegnare a scuola. Certo anche fra gli insegnanti di scuola e tecnici dell’industria ve ne erano parecchi talentuosi, ma la maggior parte era in fondo costituita da persone normali, da “mediani” che avevano fatto il loro legittimo percorso di formazione. Meccanismo che ovviamente prima o poi entra in crisi.

    Così quando intorno agli anni ’70 sono iniziate le proteste per aprire l’università alla classi popolari queste sono state spinte verso idea piatta di fare entrare tutti. Ovvero non si è posto il problema di come dovesse trasformarsi una università che da privilegio elitista diventava più popolare. Questo non è stato un caso per almeno due motivi: (i) già negli ’70 le forze realmente popolari erano già in ritirata perché per via della visibile crisi del campo del “socialismo reale” eravamo nel pieno di una dolorosa transizione, (ii) le classi dominanti avevano tutto l’interesse a costruire una inclusione apparente, una forma che illudesse i ceti medio bassi di poter essere uguali a loro così che avvenisse il più pernicioso dei fenomeni, ovvero far sì che le classi dominate possano rispecchiarsi nella classe dominante e non desiderino più cambiare modello sociale.

    Questo secondo me è il problema che sta alla base di tutto, perché è inevitabile che se non cambi la forma dell’università classista in qualcos’altro e crei l’apparenza dell’inclusione stai inevitabilmente costruendo una farsa, che si aggrava nel tempo. Nell’università il professore-barone si trasforma nel professore-manager raccatta fondi che nell’osceno gioco del piazzamento della pedina sfoga il suo desiderio di sentirsi uguale ai dominanti, di rispecchiarsi in alto pur cadendo sempre più in basso.

    Il capitalismo gestirà “mediani” come un esercito industriale di riserva privo di qualsiasi diritto, e non ho dubbi che è a questo che mira Crisanti. Dopo l’ondata di falsa inclusione andiamo verso ondate di vera esclusione che del resto è iniziata già tempo ma che evidentemente devono accelerare.

    Il piddino Crisanti, di cui ricordiamo le doti canore, ha anche parlato di nazionalizzazione della sanità privata convenzionata, ma difficilmente ha fatto queste affermazioni per una improbabile conversione al socialismo.

    Infatti nel discorso sull’università ha fatto la solita lamentela delle persone che fanno tutta la loro carriera nello stesso ateneo, il che somiglia molto al solito moralismo pro mobilità del lavoro, senza menzionare le molteplici difficoltà collegate alla mobilità che lui richiede.

    E voglio aggiungere un dato personale, quando ero laureando, nel ’97 circa, il mio relatore invitò un professore americano che nel suo campo aveva dato un contributo valido. Esso si era laureato in Canada e poi era stato assunto da una università americana, li ha fatto tutta la sua carriera, ho appena controllato e sta ancora lì dopo parecchi anni, molti viaggi certo ma nessuna mobilità nella posizione. Non solo, di contro ho conosciuto persone in Italia che sono anche andate in altre città ma sempre sponsorizzate dallo stesso clan accademico dedito al predetto gioco di piazzamento della pedina. Questo per dire che Crisanti solleva il problema appoggiandosi ai soliti luoghi comuni, quindi non è una verità ma una mezza verità che nasconde pessime intenzioni.

    Il fatto è che i tempi stanno cambiando, ed anche dentro le stesse classi dirigenti si sente l’esigenza di un ritorno dello stato non per amor di popolo ma per proteggere sé stessi e i propri privilegi nei rischi delle tempeste che si intravedono all’orizzonte, dunque per tornare ad un assetto più verticistico ed elitista che noi non dobbiamo fare l’errore di assecondare neppure solo tatticamente.

    Allora prendendo a prestito una nota frase dai fascisti, ed io fascista non sono di certo, concludo che dalla (falsa) resipiscenza di Crisanti “me ne frego”, anzi diffido massimamante.

  2. Giovanni
    1 Gennaio 2026 at 21:39

    Altro punto da segnare relativamente al cambiamento dei tempi è la riemersione di altre narrazioni diverse dal nichilismo che ha imperversato per decenni.

    Un esempio è l’interesse delle destre americane per la narrativa tolkeniana come descritto in questo articolo su Termometro Geopolitico.

  3. Giulio larosa
    3 Gennaio 2026 at 8:44

    Giovanni ha detto tutto quello che c era da dire. Mi permetto un solo addendum. L università è in mano a incapaci e ignoranti cooptati dai baroni del passato tra parenti raccomandati e i più ruffiani. Sono uscito dall università come ingegnere e ne io ne uno solo degli altri compagni di corso aveva idea di che cosa è un progetto. Attenzione non solo no eravamo in grado di progettare niente ma non sapevamo nemmeno come si fa di cosa è fatto come va redatto e sviluppato un progetto. Nessuno ci ha mai fatto un cenno su questonper il semplice motivo che non uno dei professori era in grado di progettare anche solo un chiodo. Praticamente ci abbuffavano di matematica astratta e basta. Ho conservato tutti i libri e gli appunti dell università per 10 anni pensando che prima o poi mi sarebbero stati utili. Al 10 anno mai aperto una sola pagina e ho buttato tutto nel cassonetto della carta straccia. Ho studiato 6 anni per poco o niente è stata solo una gara di resistenza e sopravvivenza.

  4. Giovanni
    18 Gennaio 2026 at 21:54

    Ed in tema con quanto scrivevo (sono passati 17 giorni ma la cosa mi sembra rilevante) questo articolo del ben noto Galli della Loggia sull’altrettanto ben noto Corriere. L’ho scoperto casualmente oggi quando FB mi ha mostrato in home il post di un altro giornalista (che neppure conoscevo e che non mi interessa) del Corrierone che lo critica (vi si vede pure lo screenshot dell’articolo sul giornale cartaceo), ma è il solito dibattito privo di qualsiasi efficacia atto a creare l’illusione di una inesistente libertà di pensiero.

    Lasciando perdere gli insopportabili (e ripetuti) toni paternalistici e condiscendenti su “l’opinione pubblica non capisce nulla, oggettivamente non è in grado di capire nulla” che egli usa spesso, che mondo signora contessa.

    GdL sta facendo la solita critica dell’università interna alla contrapposizione antitetico-polare fra apertura indiscriminata e selezione esclusiva (e di classe) che esiste da sempre in queste polemiche, proprio come Crisanti, ma penso che sarebbe sbagliato vederci solo questo perché ora siamo ad una transizione che impone il superamento dei mascheramenti pseudoinclusivi della globalizzazione (fin dalla sua fase embrionale degli anni ’70).

    Penso quindi che vi sia anche la tendenza da parte delle classi dominanti di mettere da parte la pseudoinclusività che non serve più a nulla nell’attuale fase storica (e ben presto metteranno da parte anche quella farsa l’ONU) colpevolizzando come
    al solito il popolaccio, derubricando ogni idea inclusione come patologica e viziosa per ritornare ad un modello esclusivo. Il quale modello già ora si fonda non più sui vecchi meccanismi di sede forte e sede debole, ma sui meccanismi del capitalismo manageriale che realizza una centralizzazione gerarchica in base ai finanziamenti a progetto, fondati sul divismo e che non lasceranno spazio a nessuna indipendenza rispetto al finanziatore.

    Il dramma è che, come fu negli anni ’70 con la pseudoinclusività, anche questa volta essi non trovano nessun ostacolo ai loro disegni, così butteranno il bambino e si terranno l’acqua sporca.

    • Giovanni
      19 Gennaio 2026 at 1:12

      Ho sbagliato il link al post su FB del secondo giornalista del corriere, il link esatto è questo.

    • Fabrizio Marchi
      19 Gennaio 2026 at 11:21

      Interessante riflessione.

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