Agonie pedagogiche


La filosofia ci insegna che la verità è l’intero. L’intero non è totalità omogenea e sclerotizzata nella fissità eterna, ma l’intero è costituito dalle parti in relazione. Il caso dello studente tredicenne che a Bergamo ha accoltellato la sua docente dovrebbe essere letto in modo concreto e non certo in astratto come riportano le cronache. L’astratto è la parte separata dal tutto, per cui nella ricostruzione dei fatti e del gesto ci si limita a ricostruire, in questo come in tutti i casi, l’ambiente famigliare e scolastico alla ricerca delle eventuali “disattenzioni”. In questa maniera si mette in pratica una clausola di garanzia dell’ambiente sociale, politico ed economico. Il sistema non è posto in discussione e ci si limita a individuare le cause di prossimità (famiglia, scuola, amici e ambienti frequentati), pur importanti, separandole dal contesto sociale in generale. Si può ipotizzare che le “cause di prossimità”, chiamiamole in questo modo, siano spesso l’effetto del “contesto sociale  violento” in cui siamo situati, il quale produce situazioni parossistiche e patologiche fino alla violenza conclamata.

In generale non si può non constatare che i giovani, in genere, vivono in uno stato di abbandono. Sono immersi in un linguaggio serpentino e diabolico. Le parole costruiscono la percezione della realtà. I ragazzi, e noi tutti, siamo imbevuti di parole che spingono verso la competizione più spietata. Si onorano i vincenti e si disprezzano i fragili. I potenti usano un linguaggio intessuto di volgarità e sprezzante verso i perdenti e ciò malgrado sono onorati e applauditi. Possono tutto e i loro desideri sono “legge”. Nessuna valutazione etica ma solo ammirazione ricevono dalle istituzioni. I conflitti sono risolti solo con la violenza e il nemico-competitore è solo un subumano a cui tutto si può fare. Si possono bombardare ed eliminare interi popoli senza che niente accada. La potenza è violenza ed è ritenuta un “valore”. Violenza verbale e immagini di guerra ci inseguono nei media, per strada e nel quotidiano fino a fare della violenza una “compagna ordinaria e banale del nostro tempo”.

La libertà è anch’essa violenza. Nel regno del capitalismo senza limiti, la libertà è la capacità-competenza di affermare i propri desideri e di rendere chiunque strumento e mezzo per ottenere risultati immediati, e chiunque si opponga alla “libertà mutila della relazione” è vissuto come un nemico-ostacolo da abbattere.

Il corpo è anch’esso mezzo di affermazione. Corpi plastici e muscolosi e corpi sinuosi e artificiali affermano il diritto di sedurre e di abbandonare. La vecchiaia è rispettata solo se danarosa, per cui gli anziani sono solo bonifici, coloro che non possono rispondere alle richieste pecuniarie del mondo sono esclusi e muoiono in solitudine. Nei discorsi quotidiani chiunque agisce in modo disinteressato o si doni con generosità è ridicolizzato e riceve nel migliore dei casi un aspro sorriso beffardo. Gli esseri umani sono la riproduzione in scala ridotta delle aziende, devono vendere le competenze comprate nella formazione sul mercato del lavoro. Gli uomini e le donne aziende non sanno essere padri o madri, perché vivono la sconfitta come un giudizio senza appello sulla loro persona. L’amicizia è solo alleanza per obiettivi economici e di carriera. L’amore è solo un contratto da cui uscire velocemente. Prima si affermava “Nella buona e nella cattiva sorte”. Oggi è solo il piacere a unire momentaneamente, si chiudono e si aprono storie come nulla fosse.  Si entra e si esce dalla vita altrui saccheggiandola. Si potrebbe continuare ad elencare le modalità con cui si materializza la violenza, essa è tentacolare e capillare, entra nei corpi e li ridispone in posizione di attacco e trasforma lo spazio in trincea in un clima di spavento. La violenza non è contenuta da prospettive che per contrasto mostrano e dimostrano che vi sono altri modelli di vita. Nulla di tutto questo, la violenza e totalità asfissiante. In questo clima la meraviglia allarmata delle violenze dei giovanissimi è il segno di una ipocrisia e di una malafede insostenibile. Gli episodi di violenza diventano audience e fanno dunque alzare gli ascolti. Si discute sui dettagli pruriginosi con esperti improvvisati i quali trovano spazio mediatico, in tal modo il ciclo della violenza si nutre di se stessa. Si parla per non dire la verità, così tutto resta sempre uguale, anzi è sempre peggio, perché si entra nella “violenza che diventa spettacolo ed è vissuta come fosse un film”. Si potrebbe continuare nel descrivere l’irrazionalità di cui il sistema è preda e con cui il medesimo rinasce dalle sue ceneri dolorose e insanguinate. Le tavole rotonde, i titoli ad effetto e le dichiarazioni di pedagogisti e di assertori della soluzione autoritaria non risolveranno il problema, anzi sono parte del problema, perché si continua a voler separare la parte dal tutto e l’individuo dalla comunità vivente di cui è parte integrante. Non vi è una relazione di causa ed effetto meccanica tra il clima di violenza generalizzato e i crimini individuali, ma si può affermare che c’è una pesante relazione di cui non si vuole parlare, in quanto ciò comporterebbe la consapevolezza generalizzata che non viviamo nel “migliore dei mondi possibili”, ma in una distopia realizzata.

La scuola non è più agonizzante come Massimo Bontempelli affermava, oggi ciò che denominiamo scuola ha subito a causa delle violenza neoliberale di cui è parte integrante una metamorfosi tale che non possiamo più affermare che “la scuola è in agonia”, perché la scuola non esiste. Oggi c’è solo un’azienda in cui si impara l’arte malinconica della competizione, dei numeri e dei risultati ottenuti con lucida scaltrezza. Nel mercato che continuiamo a chiamare “scuola” la comunità formativa è stata sostituita dal vespaio del lessico tecnocratico. Si impara la lotta e si studia solo se c’è un risultato spendibile. Le parole di Massimo Bontempelli scritte nel 2000 furono profetiche e con esse dovremmo confrontarci per comprendere che la scuola è parte di una totalità e senza il giudizio sull’intero non sarà possibile riportare “il bene” dove impera l’indifferenza tragica e depressiva:

“A questo punto diventa chiaro il senso del processo d’innovazione nella scuola. Il totalitarismo neoliberista non può ammettere una scuola ancorata alla sua specifica finalità educativa, in quanto non ammette alcun compito sociale autonomo dal meccanismo economico, ed esige che tutte le finalità estranee alla logica aziendalistica (rispetto a cui sono solo costi improduttivi) siano spazzate via da ogni luogo istituzionale, e quindi anche dalla scuola. Tuttavia nella scuola non può, come in altri campi, ottenere questo risultato imponendolo direttamente ed esplicitamente, ma ha bisogno della mediazione di una forza politica tanto modernizzatrice da poter liquidare senza rimpianti le tradizioni di autonomia culturale della scuola per farne un luogo di semplice apprendimento tecnico e orientamento ai consumi; tanto nichilista da poter liquidare la trasmissione di fondamentali valori cognitivi ed etici; tanto radicata nel mondo della scuola da poterlo fare con un vasto consenso. Questa forza politica è la sinistra, e la scuola che sta emergendo dalle innovazioni promosse da governi di sinistra è la scuola del totalitarismo neoliberista: una scuola da cui va progressivamente scomparendo la trasmissione di una cultura disinteressata, fondata su valori stabili ed organizzata in maniera stabile e razionale; una scuola che sta gradualmente perdendo la sua fisionomia unitaria, pubblica e nazionale, sostituita dalla concorrenza reciproca, sul terreno dell’immagine, fra istituti scolastici sempre più legati da interessi particolaristici; una scuola in cui si vanno sempre più determinando gerarchie arbitrarie e insensate competizioni fra insegnanti in base al modello aziendalistico di differenziazioni e rivalità; una scuola orientata non più all’educazione bensì all’acquisizione di abilità prive di finalizzazione educativa[1].

Il totalitarismo neoliberista non può essere combattuto con compromessi, necessita di una resistenza che al momento più che minoritaria è di nicchia e ciò è il vero dramma del nostro tempo di cui si deve prendere atto:

“Contro questa scuola del totalitarismo neoliberista occorre una resistenza dei migliori che, come già la resistenza al fascismo, sia caratterizzata da una contrapposizione ideale e morale rigida e totale, senza alcun compromesso e senza alcuna paura del suo carattere minoritario, alla sinistra governativa. Tale resistenza non ha alcuna possibilità, nel contesto attuale – in cui i poteri economici privati hanno asservito la società intera ai loro interessi, e l’ideologia liberista è diventata senso comune di massa – di costruire una scuola della cultura, dell’educazione e della cittadinanza, ma può scavare una trincea su cui tentare di fermare l’avanzata dell’imbarbarimento collettivo. E ciò esige un’intelligenza sufficientemente profonda per capire che tutte le innovazioni di cui la scuola è investita dagli attuali riformatori rispondono, nelle piccole come nelle grandi cose, ad una logica sistemica estranea all’educazione, e derivante da un ordine totalitario[2]”.

L’agonia di un’intera comunità è in questa incapacità di “pensare l’intero”. Una società perversa predilige l’astratto, poiché in tal maniera può continuare a sopravvivere senza progettualità e senza etica. La cultura della morte non ha mai avuto nella storia dell’umanità l’ultima parola, pertanto malgrado il futuro ci appaia più fosco e inquieto del presente, sta all’umanità divergere dal totalitarismo in cui siamo situati. Non ci saranno divinità a salvarci, ma il dolore effetto di tanto male ci costringerà a guardare il volto meduseo del nostro tempo per riorientarci verso la nostra umanità vilipesa e tradita.


[1] Massimo Bontempelli, L’agonia della scuola italiana, Petite Plaisance Pistoia, pag. 7

[2] Ibidem pag. 8

Pochi giorni fa, in provincia di Bergamo, un ragazzo di 13 anni ha  aggredito con un coltello la professoressa di francese. Questo evento è  frutto di un paradosso storico di cui sono vittime le giovani ...

Fonte foto: Instagram (da Google)

1 commento per “Agonie pedagogiche

  1. Giulio larosa
    3 Aprile 2026 at 12:38

    Quando ho iniziato a leggere le prime righe stavo per chiudere pensando ecco un altro che si mette a filosofeggiare a vuoto. Per fortuna sono andato oltre e ho letto il migliore articolo mai letto per una situazione del genere. Aggiungo una considerazione che è la volontà non dichiarata di imbarbarire le classi medie e basse per dominare e ridurle a branchi in lotta tra loro. Questo è un obiettivo dei padroni non quelli della fabbrichetta artigiana o del negozio ma quelli a livello superiore molto superiore quelli che danno direttive al mondo. Quindi la scuola non è un azienda soltanto. Alcune sono aziende altre sono inutili luoghi dove il degrado regna e si diffonde tra i giovani destinati ad essere i perdenti a diventare luridi osceni stupidi gregari rozzi immorali semi deficienti e perfino invendibili nel mondo del lavoro.

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