La violenza capitalistica è
sistemica, pertanto l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele all’Iran è
parte integrante “del capitalismo della violenza” che conosce solo il tempo
immediato del saccheggio e resta indifferente dinanzi ai corpi che bruciano.
L’odore di morte che esala dalle stragi che si susseguono non sembra, al
momento, suscitare azioni e opportune proteste degli “stati democratici”
appiattiti sulla linea della violenza ordinaria. Lo stato di eccezione si è
dissolto al sole, in quanto la differenza tra il tempo ordinario e il tempo
straordinario della sospensione delle leggi non è più distinguibile. Il
capitalismo è quotidiana violenza senza legge e senza etica. L’Occidente si
inabissa nell’abisso del niente, dove tutto è indistinguibile e vige la
dolorosa legge del più forte. Su tutto questo le canzonette di Sanremo
rumoreggiano e servono come “veicolo di derealizzazione dei sudditi”. Lo spettacolo va in scena come se nulla fosse.
Lo stato di Israele, non pago del
genocidio palestinese, continua la sua corsa verso il “nuovo caos mondiale”. Se
Israele avesse subito sanzioni e condanne reali per il genocidio palestinese,
oggi forse non sarebbe complice dell’ennesima aggressione. Se gli Stati Uniti
avessero affrontato la loro Norimberga per le bombe atomiche sganciate sui
civili nel 1945, oggi non si percepirebbero come i signori della legge. Similmente
ai sovrani dell’Ancien Régime essi
governano in nome di dio, pertanto non devono render conto a nulla e a
nessuno, ma sono i popoli a dover rendere conto al “dito di dio in terra”. “Il dito di dio” ha per dita missili e bombe
atomiche e vorrebbe con la violenza spingere i paesi resistenti verso il caos e
la disintegrazione per poterli saccheggiare. Nel contempo, questo dio terreno
dalle sembianze sataniche, si approssima sempre più alla Cina. In primis procede attaccando gli stati
che la riforniscono di materie prime in modo da indebolirla e provocarne la
reazione e poi attaccare. La logica omicida degli Stati Uniti e dei suoi
alleati servili sta sospingendo il pianeta verso il collasso atomico per
salvare il marcescente capitalismo dei signori del dollaro e delle armi.
L’assassinio di Khamenei, Guida
suprema dell’Iran e l’arresto di Maduro, Presidente del Venezuela, sono un
segnale forte ai popoli, ovvero nessuno si salverà dalla “giustizia del
capitale” e dal “dito di dio”. I popoli
in questi anni si sono formati alla resistenza, i loro presidenti e guide sono
solo l’espressione istituzionale di un cambiamento radicale nella coscienza dei
popoli. La cultura della resistenza continuerà; la politica dei missili potrà
rimandare la fine dell’egemonia anglosassone, ma non fermerà la storia.
Resistere e progettare, in questo momento cruciale, è per tutti fondamentale.
Vorrebbero con i loro missili indurci ad uno stato di prostrazione e di
pessimismo rinunciatario; a tutto questo bisogna opporsi, attaccano perché
hanno paura.
Il loro dio è stampato sulle
banconote di un dollaro. Il dio denaro è il loro signore. Le colpe dell’Iran
sono facilmente individuabili: vendita del petrolio alla Cina, aiuti militari
alla Russia, acquisto di oro e non più della moneta pregiata per eccellenza (il
dollaro).
A tali motivazioni bisogna aggiungere una causa profonda: l’identità di un popolo che difende strenuamente la sua storia e la sua civiltà dalla colonizzazione culturale ed economica anglosassone. Il capitalismo della violenza ha in odio le identità culturali. Ogni identità è vissuta come una minaccia all’ordine dell’economicismo e degli affari, per cui bisogna abbattere i resistenti all’omologazione americana. Ragioni immediate e profonde si intersecano per dare forma all’ennesimo atto di bullismo internazionale. In tutto questo gli europei ridotti a ruolo di semplici spettatori restano a guardare lo spettacolo della violenza. Il silenzio dei popoli è ciò che inquieta. I popoli si sono assuefatti alla violenza e la normalizzazione di quest’ultima è ciò che neutralizza pensiero critico, partecipazione politica ed elaborazione di una alternativa all’ordine criminale vigente. Il futuro è distante, perché esso non coincide con il computo degli anni, ma con la prassi dialettica senza la quale il futuro è solo un tempo verbale. La parola pace in tale contesto è solo flatus vocis a cui non crede più nessuno e anche questo è un crimine, in quanto la violenza a cui assistiamo si infiltra nelle menti e nelle relazioni in modo capzioso. Lottare contro tutto questo è il primo passo per non cadere nella trappola del capitalismo della violenza, malgrado lo scoramento e il disincanto con cui quotidianamente ci misuriamo.
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