In questi giorni a
Belfast, in Irlanda del nord, ci sono disordini sociali anche piuttosto caldi,
a seguito di un tremendo episodio di violenza: un uomo di 40 anni è stato
aggredito in strada nella zona di Kinnaird Avenue ed è stato successivamente
ricoverato; per l’aggressione è stato fermato e accusato di tentato omicidio un
cittadino sudanese di 30 anni.
A seguito della
vicenda, diversi gruppi estremisti transnazionali presenti in Inghilterra e in
Scozia (legati a movimenti come la disciolta English Defence League e Britain
First) si sono attivati su canali Telegram e X per rilanciare in modo
coordinato il video dell’accoltellamento. Hanno sfruttato l’evento per
sollevare una campagna d’odio anti-migranti nel Regno Unito, campagna che ha
fortemente attecchito (e come poteva essere altrimenti) e portato a proteste
violente, disordini e scontri anche abbastanza cruenti con le forze
dell’ordine.
Se si affronta con
serietà politica sia la questione delle conseguenze di una immigrazione
incontrollata sia di quali settori sociali della popolazione si ritrovano a
subire tali conseguenze, si giunge alla conclusione che non si possono
assolutamente negare i disagi che vengono provocati direttamente da una fetta
di immigrati e subìti nei quartieri più popolari delle città. Dal semplice
bivacco di qualche poveraccio ai casi di violenza più o meno diretta, fino ai
crimini, piccoli o grandi che siano, è evidente che l’immigrazione clandestina
e incontrollata va a toccare i cittadini sul tema fondamentale della sicurezza;
una questione centrale, politicamente parlando, che nessun vero socialista si
sognerebbe di mettere né in discussione né tanto meno in secondo piano.
E si dà il caso che
a denunciare e premere su questa questione siano prevalentemente le destre, con
una postura strumentale finalizzata ad alimentare un forte sentimento di odio
verso gli immigrati. Affrontare l’argomento della sicurezza con coerenza e
serietà significa affrontarlo a trecentosessanta gradi, significa intervenire,
dati alla mano, secondo una scala di priorità e trattare le diverse situazioni con
pari dignità, quando queste rappresentano una minaccia alla sicurezza in egual
misura.
Una politica (ed un
contorno mediatico) realmente interessati alla sicurezza ci martellerebbero
innanzitutto con quelli che sono i casi in percentuale più numerosi di mancanza
di sicurezza per l’incolumità dei cittadini, come i morti su strada (circa tremila ogni anno), i morti per
malasanità (fino a undicimila ogni anno), i morti sul
lavoro (oltre mille ogni anno) e i morti per suicidio
(circa quattromila all’anno). Una politica ed
un contorno mediatico e comunicativo che siano rigidi e coerenti non farebbero
sconti ad evasione fiscale e corruzione, o vogliamo forse fingere che questi fenomeni
non abbiano una ricaduta enorme sulla sicurezza dei cittadini?
Ma la realtà che ci
si prospetta davanti, andando anche oltre ai fatti di Belfast, è che sia
guardando a destra che guardando a sinistra, il tema della sicurezza viene
sempre affrontato in modo strumentale, pretestuoso ed arbitrario. Perché se è
vero che a destra sono pronti a chiudere sempre un occhio sulla mancanza di
sicurezza causata da evasione, corruzione, sfruttamento, mancanza di rigore e
controllo stradale etc, fomentando poi il proprio popolo non appena a creare il
pericolo sono gli immigrati (che tra parentesi sono, globalmente, la categoria
degli ultimissimi), a sinistra la stessa identica dinamica viene copia-incollata
sostituendo l’immigrato con il genere maschile, alimentando così, ancora una
volta, una guerra orizzontale che mette gli uni contro gli altri due pezzi
della stessa unità.
Ed è questo quel
che sta accadendo: mentre vediamo le donne muovere guerra contro gli uomini
(sfilacciando il tessuto sociale relazionale e famigliare) e i cittadini di
serie D muovere guerra contro quelli di serie F (sfilacciando il tessuto e
l’identità della classe subordinata), le banche, le multinazionali, il
capitale, le classi dominanti rimangono indisturbate. Una dicotomia
destra/sinistra che, come denunciava Costanzo Preve, non ha più effetti storico
dialettici, ma si presenta come espressione di un capitalismo globale che si
riproduce economicamente a destra e culturalmente a “sinistra” (ponendo poi sé
stesso al centro, aggiungerei) e che appiattisce ogni possibilità di progresso
storico-dialettico.
E infatti, nel mentre assistiamo all’assordante e quotidiano stridio suprematista e finto vittimista del femminismo da una parte e simultaneamente dalla parte opposta rimbombano i grezzi tamburi del razzismo fascio/criminale, una seria e collettiva presa di posizione nei confronti di un sistema basato sullo sfruttamento e sullo smantellamento sociale e comunitario sembra una chimera che vola troppo in alto, troppo in verticale. E a noi, alla gente comune, viene lasciata soltanto la possibilità di muoversi sul piano orizzontale tra una destra e una “sinistra” che portano acqua allo stesso mulino.