Con 5 anni di anticipo, sui tempi
dell’Agenda 2030, il Ministero dell’Istruzione e del Merito può dichiarare
raggiunto l’obiettivo sulla dispersione scolastica, che le statistiche indicano
notevolmente ridotta, essa è all’8,2%. Sarebbe
interessante scorporare da tali numeri i dati riguardanti i ragazzi disabili
per comprendere quanto la scuola riesca ancora ad aver cura degli ultimi e dei
più fragili come la natura etica umana vorrebbe. Articoli e dichiarazioni
trionfanti si susseguono, dunque, al fine di valorizzare il risultato a fini
politici. Come sempre i numeri non rilevano la qualità del successo raggiunto,
ma si limitano a registrare le statistiche. La dispersione scolastica, lo dico
da docente, non è solo esterna, abbandoni precoci e interruzioni di frequenza,
ma è anche interna. Molti alunni risultano iscritti e raggiungono il traguardo
del diploma anche con votazioni discrete, eppure non pochi di loro li potremmo inserire
all’interno della dispersione scolastica. L’alunno che frequenta la scuola e
non acquisisce, fino al diploma, le competenze (parola del “pedagogese”) della
letto-scrittura e del calcolo ed è incapace di orientarsi sulla cartina
geografica come sulla linea del tempo è nei fatti “disperso pur essendo formalmente
incluso”. Non sono infrequenti i casi di pubblici concorsi nei quali i
candidati mostrano di non conoscere l’ortografia, talvolta sono anche laureati.
La domanda a cui si dovrebbe cercare di rispondere riguarda dunque la relazione
reale tra istruzione elargita dall’offerta formativa (termine con cui la scuola
è trasformata in un mercatino) e reale integrazione nella società democratica. Limitarsi
ai numeri è una forma di “ideologia” finalizzata al semplicismo acritico. Frequentare la scuola, mi spiace, non è
garanzia di inclusione, per essere tale è necessario che le conoscenze di base
siano solide al fine di poter consentire la partecipazione consapevole alla
vita democratica dello Stato. Se quasi tutti i giovani sono distanti dalla
politica una delle ragioni è la loro ignoranza politica e culturale. Non
capiscono il mondo in cui vivono, poiché mancano di conoscenze e socialità di
qualità. La scolarizzazione dovrebbe implicare la capacità di contenere e
conoscere le proprie passioni e pulsioni, in realtà il lassismo generale tende
invece a favorirle.
Un adulto titolato, ma incapace di ascolto, attenzione e con conoscenze linguistiche e interpretative deboli non solo è nei fatti un escluso, ma specialmente non percepisce le manipolazioni mediatiche e linguistiche, le quali per essere smascherate necessitano di un percorso formativo di qualità. La scuola, italiana ormai costola del mercato, produce, in media, diplomati e laureati che vivono la scuola come mezzo per affermarsi nella lotta fra titolati e come luogo di socializzazione, vero succedaneo della famiglia e della comunità entrambe devastate dal mostro policefalo del capitalismo. I numeri sono solo quantità, dunque, mentre la realtà è intessuta di variabili molto più complesse. Ancora una volta si vuole ignorare la realtà e la si sostituisce con la fredda consolazione dei numeri. Le scuole sono aziende che possono perdere la direzione se non raggiungono i 900 alunni, per cui in tempo di depopolamento si fa l’impossibile per evitare di “perdere alunni” e a tal fine si offre al “cliente” una scuola esemplificata e leggera nella quale il tempo scuola è interrotto da innumerevoli attività funzionali a formare non l’uomo, non il cittadino ma il cliente flessibile e adattabile. A dimostrazione di ciò ci vengono incontro le statistiche le quali rilevano che l’analfabetismo di ritorno in Italia è un dramma sociale in crescita e riguarda il 30-35% della popolazione adulta (16-65 anni). I numeri sono impietosi, quasi la metà della popolazione con titolo di studio, diploma e laurea, ciò malgrado le fragili strutture acquisite con il tempo evaporano e ciò è in linea con la “società liquida” e “senza qualità”. Affinché si possa ottenere una formazione reale bisognerebbe eliminare la “scuola azienda” che produce l’eguagliamento nell’ignoranza e offre titoli con estrema facilità, tanto poi il futuro sarà determinato dal censo di appartenenza e non certo dai meriti e dall’impegno. Si spera sempre che qualcuno degli alunni migliori possa testimoniare nel deserto dei titolati la luce della formazione e possa rendere visibile la passione per la cultura e per gli studi senza i quali la società degrada a totalitarismo del mercato. A noi l’impegno di andare oltre i numeri per comprendere oltre il fenomeno della quantità la verità del sistema in cui siamo e soffriamo.
Fonte foto: BariToday (da Google)