Il sequestro
mafioso del Presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela Nicolas
Maduro, non solo rimarrà negli annali per la sua sfacciata arroganza, ma anche
e soprattutto perchè segna una svolta decisiva nella gestione delle questioni
internazionali. In questa vicenda non c’è da interpretare, analizzare i motivi
reconditi che hanno portato all’azione di aggressione contro il Venezuela,
abbiamo ampiamente superato con nonchalance le finte cause per la democrazia o
i vari alibi strumentali, materia prima di consumo per la casta dei giornalisti
più o meno prezzolati alle centrali della disinformazione. Il Re è nudo.
Siamo andati
oltre la fialetta di Colin Powell o il presunto massacro dei Kossovari di Racak
nel 1999.
Il contesto
giuridico internazionale, foglia di fico che molto spesso ha permesso e
legittimato aggressioni dei paesi del sud del mondo, è seppellito dalla dichiarazione di forza e di
potenza. La prova di forza dell’amministrazione Trump ha anche definitivamente
chiarito che la favoletta dell’amministrazione isolazionista che avrebbe
riportato la pace e mantenuto un basso profilo internazionale, distinguendosi
dalle precedenti amministrazioni dem, era un argomento elettorale per la
propria base interna Maga e repubblicana.
Lo abbiamo detto ben prima che Trump secondo si insediasse, che la
politica estera degli Stati Uniti non sarebbe cambiata nei suoi fondamentali,
certo sarebbero cambiate alcune modalità e forme rispetto alla gestione dem dei
vari Obama e Biden.
Non stiamo
dicendo che tra Democratici e repubblicani, tra un Trump e un Biden, non ci
siano differenze, ma queste si misurano più su un piano interno, in merito a
fattori identitari e culturali ma non certo sui fondamentali della natura
imperialista e imperiale della potenza americana. Anche Travaglio, che certo
non può passare per un comunista o un antimperialista, sul Fatto Quotidiano di
ieri arriva alla conclusione: che “cambiano
i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli
Usa che fanno sempre i loro porci comodi”.
Qui da noi
abbiamo assistito anche a chi nel nostro campo ha creduto sinceramente in un
cambio di indirizzo verso un approccio diverso o per meglio dire più
isolazionista, nonostante che il primo Trump avesse già dato ampi segnali di
non essere un Presidente dal basso profilo, se pensiamo solo all’uccisione del generale Qasem Soleimani,
sempre il 3 gennaio di sei anni fa all’aeroporto di Baghdad. La natura profonda del complesso politico e militare
degli Stati Uniti è volta strutturalmente all’espansione imperiale, possono
cambiare le forme, le modalità e le tattiche di intervento, le narrazioni
ideologiche, anche raffinate, di legittimazione del proprio potere, ma il Dna è
stato impresso nello scorso secolo e suggellato dalla bomba atomica su Hiroshima
e Nagasaki.
Se dimentichiamo
questo, se ci facciamo impressionare dai fuochi d’artificio della macchina del
consenso massmediale o dalle liti interne tra bande dell’impero, rischiamo solo
di cogliere la superficie cangiante, non cogliamo l’hardware della potenza americana.
Prepariamoci ad altre performance di potenza.
P.s. Ma in tutto questo, il Presidente Sergio Mattarella, sempre molto solerte a condannare la Federazione Russa con analogie anche provocatorie con il Terzo Reich, avrà il coraggio di denunciare senza giri di parole l’atto banditesco dell’amministrazione Trump? Abbiamo qualche dubbio.
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