Gaza
continua a morire e a bruciare e l’odore della carne sembra non
giungere fino a noi. La fame, che Israele puntualmente smentisce, è
nello sguardo dei bambini che tra braccia e urla tendono scodelle e
piatti per ricevere la loro razione quotidiana di sopravvivenza; i
servizi mediatici ci restituiscono immagini di quartieri rasi al
suolo su cui i cingolati avanzano vittoriosi; si bombarda ogni
obiettivo sospetto, per cui innocenti e presunti colpevoli cadono
nella medesima maniera; i luoghi della memoria storica di un popolo
sono annichiliti. Gaza dev’essere sgombrata in un paio di
settimane.
Decine di
migliaia sono i caduti, e non dobbiamo e non possiamo dimenticare,
che i sopravvissuti porteranno con loro ferite inguaribili e
sofferenze psichiche insopportabili. Sono migliaia i bambini orfani
che già vivono inaudite sofferenze tra la polvere delle macerie, i
rombi dei bombardamenti e il dolore che li morde senza pietà. Eppure
si discute se sia genocidio o altro. Ipotizziamo che non sia
genocidio, se non lo fosse sarebbe meno grave? Non è una parola a
definire la gravità di quanto accade contro un popolo, ormai inerme
e destinato ad una catastrofe senza eguali. Il genocidio ebraico
avvenne in un tempo, in cui le notizie facevano fatica a circolare.
Nel nostro tempo immagini, urla e devastazioni registrate dall’alto
dai droni e dal basso da coraggiosi giornalisti ci pongono dinanzi ad
una apocalisse senza confini. Ora ritorna la domanda, se fosse solo
un’immensa carneficina sarebbe meno grave? La discussione ancora
operante e le resistenze in taluni ambienti organici al potere
mostrano ancora una volta il “cinismo” dell’Occidente. Si
discute sull’uso delle parole per ridimensionare e pacificare gli
occidentali convinti che l’unico crimine intollerabile è il
genocidio. Discutere sulle parole, malgrado l’evidenza dei fatti,
consente in un tempo di male assoluto nella forma della
“superficialità di sistema” di abbassare la guardia e la
tensione. Altra modalità per sviare dalla gravità di quanto sta
accadendo è il ripetere, tipo slogan, la frase “Nessuno
muove un dito”. Frase che vuole celare che
Israele è il gendarme degli Stati Uniti in Medio Oriente. Gli Usa
sono i padroni dell’Occidente, pertanto concedono ad Israele di
continuare l’operazione, e alla fine Stati Uniti e alleati
usufruiranno della vittoria di Israele in Medio Oriente.
Questa è
la verità orribile del nostro tempo.
L’Occidente
odia la verità in ogni forma, perché essa ci costringe a fare i
conti con noi stessi e con le nostre responsabilità. Per noi
occidentali la violenza è diventata la norma. L’unico modo per
sperare di sopravvivere è praticare la violenza, sgomitare e
lasciare una scia dolore e ciò malgrado “marciare in avanti”.
Forse anche per questo nulla sembra turbarci, in quanto come i pesci
nell’acqua, non nominiamo e non valutiamo “l’acqua in cui siamo
immersi”. I nostri giovani sono addestrati alla violenza nella
forma dell’individualismo, della seduzione e del censo. Chi ha
denaro può tutto, chi è perdente deve subire, abbiamo naturalizzato
la legge del più forte, pertanto assistiamo ad un episodio della
storia secondo i paradigmi della “giungla”.
Malgrado la
speranza sembri avere solo la forma della violenza nel nostro
Occidente, non si può non affermare con Gandhi:
“Un
uomo può uccidere un fiore due fiori, tre… Ma non può
contenere la primavera.”
La
nostra indifferenza ha fatto e fa cadere innumerevoli fiori, ciò
malgrado in modo carsico si innalzano le voci di molti che lottano e
informano sulla tragedia in corso. Nessuno di noi potrà dire “non
sapevo” e l’umanità, malgrado le manipolazioni e le fughe
volontarie, resta e continua a farsi ascoltare anche nel silenzio del
mondo, pertanto la “primavera” verrà e saremo noi la “primavera
dei popoli oppressi” con le nostre parole, le nostre azioni e le
nostre denunce che ci appaiono insignificanti, ma sono i “segni”
della primavera che verrà. I crimini contro l’umanità e contro i
popoli non hanno gerarchie di gravità da questo dovremmo iniziare
per pensare quanto sta accadendo. Cerchiamo di essere noi “acqua
sull’arsura di umanità in gocce minuscole” con le nostre parole
e azioni, solo in tal modo la primavera rientrerà nel presente. Le
gocce finissime penetrano nel terreno e donano vita. Le parole di
Virgilio siano con noi:
È dolce
primavera
Alla
selve, alle foglie dei boschi
è dolce
primavera;
a
primavera gonfia la terra avida di semi.
Allora il
Cielo, padre onnipotente,
scende
con piogge fertili
e accende
ogni suo germe.
Gli
arbusti risuonano
del canto
degli uccelli,
i prati
rinverdiscono.
e i campi
si aprono:
si sparge
la tenera acqua;
ora al
nuovo sole
si affidano i nuovi germogli.