Nel 2025 ci sono stati poco meno di 4000 suicidi in Italia.
Per il 78% i suicidi sono al “maschile”. Tra le donne prevalgono i tentativi di
suicidio, tra gli uomini il gesto, invece, è portato tragicamente a termine.
Cambiano le modalità con cui gli uomini e le donne tentano o effettuano il
suicidio. Gli uomini utilizzano mezzi che spesso non lasciano scampo, ovvero l’impiccagione,
il monossido di carbonio e le armi da fuoco, le donne, invece, tendono ad
avvelenarsi con il sovradosaggio di farmaci e psicofarmaci. Trecento suicidi al
mese, dieci al giorno e di questi otto,
in media, sono uomini. Nelle carceri nel 2025 si registrano 46 suicidi di cui 2
donne e 44 uomini. Silenzio assoluto dei media su numeri equiparabili ad una
guerra quotidiana e senza fine.
I suicidi degli uomini dopo separazioni o divorzi sono
altissimi tanto che si parla di “emergenza invisibile” e tale dramma resta,
anch’esso, sconosciuto allo sguardo dei più. La motivazione della sostanziale indifferenza
verso i suicidi maschili è da ritenere, in questo momento storico, legato al
clima di pianificata ostilità verso gli uomini. A tamburo battente i media e la
cultura omologata al “politicamente corretto” dipingono gli uomini come
“violenti”. Si pone in essere un’operazione ideologica, poiché la violenza è
sistemica, ma la si attribuisce agli uomini e mostrare con i numeri e con le
singole storie la condizione di non pochi uomini potrebbe ribaltare il
paradigma culturale in atto che li rappresenta come “naturalmente pericolosi”.
Le cronache hanno assunto una prospettiva manichea, in
qualsiasi caso di violenza di genere si parte da un paradigma di condanna e infatti ancor prima di accertare i fatti le
colpe sono attribuite agli uomini e ciò contribuisce a ingenerare un clima di
sospetto verso gli stessi uomini, i quali sono valutati come potenzialmente-naturalmente
violenti. La faglia conflittuale che è stata introdotta è sostenuta da un
lessico che veicola pregiudizi, preclusioni e solitudine verso gli uomini e, di
conseguenza, anche per le donne. La solitudine degli uomini è speculare alla
solitudine delle donne e di tutti. Parole come femminicidio presuppongono il
maschio perverso e socialmente pericolo e questo non è d’ausilio alle relazioni
in nessun ambito.
In questo quadro di “tensione” e “solitudine” i suicidi
maschili, le cui cause possono essere molteplici, sono dunque ignorati. Non si vuole far emergere un
problema sociale in cui gli uomini rappresentati come “aguzzini” rischiano di
apparire come vittime di relazioni tossiche e di violenze psicologiche di cui
anche le donne sono capaci. Non si vuole intervenire con politiche sanitarie,
sociali e psicologiche di sostegno massicce, per uomini e donne in
difficoltà, in quanto ciò implicherebbe
“spese sociali”.
Miti e verità
I miti hanno sostituito la verità ed essi devono essere
sostenuti con il semplicismo e l’oscuramento della stessa. Non pochi siti
riportano che il numero dei suicidi tanto elevato tra gli uomini sia causato
dalla “cultura maschile” poco propensa a mostrarsi fragile, poco incline a
dialogare e tesa all’affermazione in campo lavorativo, per cui gli insuccessi
sono vissuti come “fallimenti esistenziali” dinanzi ai quali si fugge con il
suicidio. Dovremmo rammentarci che
ancora oggi le donne possono scegliere se lavorare o essere casalinghe, per gli
uomini tale duplice possibilità non è contemplata. Le separazioni sono tra le
cause dei suicidi, in quanto gli uomini perdono la casa e i figli. Le
statistiche sono impietose e riportano che tra i padri separati il numero dei suicidi è
tre volte più alto rispetto al restante genere maschile.
Ciò che sfugge a coloro che ricercano le cause dei suicidi
maschili è il clima di giudizio che grava sugli uomini. Si può anche convincere
gli uomini a mostrare le loro emozioni e a piangere, ma se nessuno li ascolta
ed è disponibile a guardarli nella loro verità e realtà senza preclusioni non
ha nessun senso mostrare le proprie fragilità. Naturalmente la solitudine maschile
non è causata solo dal clima di giudizio sugli uomini, ma anche dal sistema
liberista con relativa atomizzazione delle relazioni e di ciò soffrono
egualmente donne e uomini. In un quadro
sociale in cui gli uomini sono perennemente descritti in termini negativi e
giudicati come “colpevoli” la disponibilità alla parola, dunque, non può che
uscirne contratta. Uomini soli e spesso oggetto di relazioni difficili i quali
sanno che le loro parole non saranno credute finiscono per subire fino a
mettere in atto il gesto estremo, in quanto il giudizio e il pregiudizio pesano
come macigni sulle loro fragili vite.
Le donne, invece, sono ascoltate e sono accolte con attenzione,
poiché nell’immaginario collettivo sono “sempre vittime”. Tale disparità non
può che amplificare il dolore degli uomini e favorire i suicidi. Accusare gli
uomini che tentano il suicidio o si uccidono di essere poco comunicativi senza
contestualizzare tale comportamento è il “segno” di una realtà incapace di
pensare la totalità sociale nella sua processualità. Il problema è dunque
stratificato.
Stratificazione e complessità del problema
Vi è una prima dimensione generale: gli uomini si
percepiscono come “superflui”. L’uomo è
archetipo di esplorazione del nuovo e simbolicamente e materialmente ha la
funzione di tagliare il cordone ombelicale che lega il figlio alla madre.
Entrambe le funzioni sono sotto attacco dal sistema capitalistico. L’esplorazione
del nuovo è inibita dal politicamente corretto, mentre la paternità è stata
abbattuta in nome del “mercato e dei liberi consumi”. Il padre rappresenta il katechon all’illimitatezza. L’uomo è tollerato come genitore solo se
riproduce la madre, pertanto non può che vivere un sotterraneo conflitto
interiore. La dimensione legislativa è
spesso a favore delle donne, si pensi alle separazioni, i figli e la casa, in media, sono affidati
alla madre. Negli ultimi decenni si è
aggiunta la “lotta al patriarcato” che ha contribuito a far percepire gli
uomini come “padroni” di cui ci si deve liberare, naturalmente i padroni e le
padrone del sistema si sfregano le mani dinanzi a tali proteste, le quali non
pongono in discussione le cause strutturali del disagio sociale.
I simboli femminili sono dunque divenuti preponderanti,
pertanto gli uomini hanno perso il senso del loro esserci. L’essere umano
necessita di dare significato autentico
alla propria esistenza e ciò è cosa ardua per gli uomini in tale
contesto. Il livello generale,
legislativo e culturale producono un effetto psicologico che in situazione di
fragilità e solitudine possono condurre al gesto estremo. I suicidi sono
tragedie a prescindere dal genere, ogni volta che un essere umano si spegne per
sua volontà, si alza un grido di dolore e di denuncia che coinvolge parenti,
amici, compagni e comunità che quel grido non hanno ascoltato. Non si ha tempo
per la cura delle persone in stato di difficoltà psichica e materiale, anzi il
dolore è usato a fini ideologici e di business e questo dice tanto sulla realtà
sociale e politica in cui siamo. Il nostro sistema con i suoi piani reconditi è
capzioso e di questo bisogna prendere atto. All’indifferenza bisogna opporre la
prassi politica e l’umanesimo socialista i quali sono sintetizzabili
nell’affermazione di Terenzio:
“Homo sum, humani nihil
a me alienum puto” (“Sono un
essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me”)
Riporre al centro la realtà e la condizione umana dei sussunti è il primo passo del lungo cammino che potrebbe condurre all’esodo dalla violenza sistemica del capitalismo nella sua fase apicale e decadente.
Fonte foto: da Google