Berlino. Dal primo gennaio 2026, in Germania, decine di migliaia di
cittadini sono diventati “cittadini di serie B”. La nuova legge sul
servizio militare, approvata in sordina, impone loro di richiedere
un’autorizzazione alla Bundeswehr per qualsiasi soggiorno all’estero superiore
ai tre mesi, per studio, lavoro o anche solo per una vacanza prolungata. Una
norma che fa a pugni con il principio di uguaglianza e che riporta indietro le
lancette della storia.
La disposizione, contenuta nel paragrafo 3, comma 2 della legge di
modernizzazione del servizio militare, è stata per mesi una bomba a orologeria
inesplosa. È entrata in vigore a inizio anno, ma solo dopo le rivelazioni della
“Frankfurter Rundschau” di inizio aprile è esplosa nel dibattito
pubblico, scatenando un’ondata di polemiche. La norma, che in teoria riguarda
milioni di uomini, non si applica alle donne, creando una disparità di
trattamento che ha dell’incredibile in una società che si proclama egualitaria.
Un’eredità
della Guerra Fredda che torna a vivere
La norma in sé non è del tutto nuova. Esisteva già dal periodo della
Guerra Fredda, ma era confinata a situazioni di emergenza o di tensione
internazionale. La modifica introdotta a gennaio ha semplicemente cancellato
quella clausola, rendendo operativa l’autorizzazione anche in tempo di pace.
L’obiettivo dichiarato dal Ministero della Difesa è quello di tenere un
registro aggiornato di tutti i possibili riservisti, per sapere chi si trova
all’estero in caso di necessità. In un paese che ha sospeso la leva
obbligatoria nel 2011, la mossa appare sproporzionata e profondamente
illiberale.
L’assurdo paradosso di un permesso “automatico”.
La reazione del governo tedesco alla bufera mediatica non ha fatto che
aumentare la confusione. Il Ministero della Difesa ha cercato di rassicurare i
cittadini, annunciando che l’autorizzazione “si considera concessa”
finché il servizio militare rimane volontario. In altre parole, il governo ha
introdotto un obbligo burocratico che, a suo stesso dire, non ha alcuna utilità
pratica. Si chiede a milioni di uomini di perdere tempo a compilare moduli e a
interfacciarsi con gli uffici della Bundeswehr per un’autorizzazione che
nessuno ha intenzione di negare. Un paradosso kafkiano che rivela la fragilità
giuridica della norma.
Discriminazione
di genere e violazione dei diritti
È la natura marcatamente sessista della legge a costituire l’aspetto più
inquietante. La norma si applica solo agli uomini, lasciando le donne
completamente libere di espatriare senza alcun controllo. Questa disparità ha
un fondamento costituzionale formale: l’articolo 12a della Legge fondamentale
tedesca esonera le donne dal servizio militare obbligatorio. Ma la cosiddetta
clausola di “uguaglianza” dell’articolo 3 della stessa Costituzione
dovrebbe impedire discriminazioni basate sul sesso. Come ha osservato un
cittadino in un’interrogazione parlamentare, la norma “costituisce una
limitazione dei diritti fondamentali esclusivamente in base al sesso”.
La politica tedesca è in subbuglio. L’opposizione ha criticato
l’esecutivo per aver generato confusione, mentre le associazioni per i diritti
civili parlano di un passo indietro epocale. La leader del partito BSW, Sahra
Wagenknecht, ha paragonato la misura ai tempi della DDR, chiedendo le
dimissioni del ministro della Difesa.
E qui si apre un capitolo ancora più vergognoso della vicenda. Mentre
politici di opposizione, giuristi e associazioni per i diritti civili hanno
levato la loro voce contro questa discriminazione legalizzata, dal fronte
femminista e progressista non è arrivato quasi alcun commento. Un silenzio
assordante, che grida più di mille parole. Le stesse organizzazioni che per
decenni hanno denunciato ogni forma di disparità, che hanno riempito le piazze
per rivendicare la parità di trattamento, oggi tacciono. Perché? Perché a
essere colpita è la metà della popolazione che, nel loro immaginario, non
avrebbe diritto di lamentarsi, ossia il genere maschile.
Questo silenzio è la prova più evidente che il femminismo mainstream non è affatto interessato
all’uguaglianza reale, ma solo al rafforzamento di un certo potere e di una
certa narrazione. Una discriminazione basata sul sesso, se colpisce gli uomini,
non viene considerata tale. Anzi, viene liquidata come un dettaglio irrilevante
o, peggio ancora, come una giusta conseguenza di presunti “privilegi”
maschili. È la riprova di un approccio miope e ideologico, che non ha alcuna
intenzione egualitaria.
Un
meccanismo senza sanzioni e senza controlli
La legge è, inoltre, un capolavoro di inefficienza. Non esistono
sanzioni per chi la viola. Non è chiaro come i controlli dovrebbero essere
effettuati né quali siano i criteri per la concessione o il diniego
dell’autorizzazione. In sostanza, il governo ha introdotto una restrizione
draconiana sulla carta, che nella pratica è vuota e inapplicabile.
La Germania, che si presenta come un faro di diritti civili in Europa, ha imboccato una strada pericolosa. Con questa legge, ha legittimato il principio che alcuni cittadini sono più uguali degli altri. Ha aperto un varco nella protezione delle libertà fondamentali, creando un precedente che potrebbe essere utilizzato per ulteriori restrizioni in futuro. La domanda che molti cittadini tedeschi si pongono in queste ore è semplice: se oggi lo stato può limitare la libertà di movimento di un intero basandosi solo sul genere, che cosa potrebbe impedire domani leggi alimentate dallo stesso principio?
Fonte foto: iStock (da Google)