Donald Trump è l’espressione compiuta del delirio
dell’occidente. Delirio di grandezza che
si materializza in progetti faraonici, in cui la “quantità” è il solo “feticcio” a cui si obbedisce. Il gigantismo è
la forma del dominio oggettivato nelle architetture e nella progettualità
economica. Gigantismo significa sfruttamento e disumanizzazione; l’oppressione
ha le sue architetture che occupano lo spazio per sottrarlo alla pubblica
fruibilità. I colossi architettonici sono la proiezione di un “ego” senza etica
e senza limite, l’ego patologico all’ombra del capitalismo conosce solo la
logica della violenza. L’essere umano
scompare e al suo posto vi è solo la tracotanza dell’io padronale che vorrebbe schiacciare
e affermare una presunta superiorità ipostatizzata e resa “dogma”. I sudditi
devono guardare con timore e spavento reverenziale l’urbanistica del potere. Il razzismo si traveste di grandezza
materiale, occupa il territorio per manifestare la superiorità ontologica dei
padroni verso i sudditi, i quali si percepiscono come “niente” dinanzi alla
mole schiacciante dei signori dello spazio e dell’economia. La violenza è sempre
con noi nel tempo del capitalismo senza freni, il quale vorrebbe sopravvivere
alla sua agonia. Il “Donald J. Trump
Presidential Library”, è progetto che il tycoon
ha proclamato essere:
“il più grande e maestoso
della storia americana”.
Siamo abituati alle roboanti parole
di Trump. Le ultime parole pubbliche di Trump sono esplicative di una ignoranza
senza eguali e di una incapacità politica imbarazzante fino al ridicolo:
“Aprite quel caz.. di Stretto o finirete all’inferno”
Le parole non sono neutre, sono
l’immagine simbolica di una realtà cultuale. La massima funzione di uno Stato
che usa un linguaggio triviale e semplicistico per problemi complessi dimostra
il suo divorzio dalla realtà e il “desiderio puerile” che il mondo si adegui
alla volontà suprematista. Tale delirio si concretizza in progettualità
consolatorie. Il “Donald J. Trump Presidential Library” secondo le intenzioni
del presidente rivoluzionerà l’architettura dei campus orizzontali e bassi delle
biblioteche dei predecessori. La nuova architettura svetterà in verticale e sarà
simile ad un grattacielo imponente sulla cui sommità campeggerà una guglia
tricolore e dal marchio “TRUMP” in lettere dorate cubitali. Il culto idolatrico e diabolico dell’ego che non
conosce capacità relazionali, ma vuole solo affermare se stesso in una volontà
di potenza e onnipotenza è nel gigantismo nel quale il “padrone” si mostra come
“il divino in terra”. Il complesso sarà costruito su 2,63 acri sulla baia di
Biscayne, su un terreno di grande valore concesso lo scorso anno dal Miami Dade
College con la mediazione del governatore Ron De Santis. La posizione paesaggistica è anch’essa unica e
irripetibile come il progetto. L’architetto Willy A. Bermello, dello studio
Bermello Ajamil inneggia al “progetto culturale”, il quale diverrà il centro
economico della Florida. L’uso della parola “cultura” è inquietante, giacché
gli Stati Uniti si distinguono, in genere, per il livello di alfabetizzazione
piuttosto basso e per essere uno stato capitalista, imperialista e militarista
che conosce solo, in questi decenni, le logiche della “intercosalità”, come
avrebbe affermato il filosofo Massimo Bontempelli. Sarà un centro
multifunzionale con inevitabili hotel di lusso e uffici d’élite. Tutto rigorosamente
per ricchi, per cui i sudditi possono solo “servire e ringraziare”. La restante
parte della popolazione dovrà servire le oligarchie che si pavoneggiano nel loro
mondo dorato, mentre il pianeta brucia per le guerre e le urla di dolore dei
bambini di Gaza restano inascoltate. L’oligarchia vivrà dunque nel suo “intermundia”, lontana dalla realtà e
dalle devastazioni che ha causato. Nei suoi palazzi mastodontici la plutocrazia
sancisce e sancirà il suo divorzio dalla realtà e dalle plebi, queste ultime
hanno solo il compito di “servire, usurarsi e adorare gli eroici furori degli
oligarchi”. Nel video promozionale[1], con rendering generati dall’intelligenza
artificiale, si può constatare la “grandezza faraonica del progetto”: vi è l’atrio
nel quale campeggia un Boeing 747-8, le scale mobili dorate e un auditorium con
statua del presidente e intorno maxi-schermi che proietteranno i momenti
storici del suo mandato. Il progetto è
un museo alla divina potenza di un uomo che vuole entrare nella storia.
L’obiettivo potrebbe provocare l’invidia del Presidente della Corea del Nord Kim
Jong-un. Gli imperatori romani forse erano più morigerati, perché
in questo caso la volgarità e la violenza estetica sono l’epifenomeno della
struttura capitalistica che vorrebbe eternizzarsi e che vorrebbe con le
fantasie di onnipotenza congelare il tempo e rimuovere i segni della fine che
in modo sempre più evidente compaiono nel nostro presente. Nelle architetture
colossali con statua del padrone che incombe sui sussunti c’è il capitalismo
che si erge a Leviatano e che cela dietro la presunta grandezza il suo annuncio
di morte all’umanità oppressa. Il progetto è idrovora di denaro, infatti l’obiettivo
è raccogliere un “miliardo di dollari in
donazioni”.
La cultura e il “pensiero” sono le
grandi assenti. Una oligarchia capace di progettare in tal maniera non potrà
che condurre il pianeta verso la rovina. Un popolo e i popoli che tacciono e
accettano le logiche imperiali, bisogna avere il coraggio di dirlo in qualche
modo, sono complici. Accettare
passivamente ciò che ormai è chiaro a tutti essere l’espressione patologica e
necrofila di una realtà che ha perso la ragione e il limite, significa diventarne
i sostenitori. Le complicità possono essere differenti e polimorfiche. Le
complicità e le responsabilità dunque non sono solo delle oligarchie, ma anche
dei popoli che accettano tali perverse progettualità architettoniche senza
protestare e organizzarsi con il loro “democratico no”. Siamo tutti
responsabili, perché la storia è dei popoli come Marx ci ha insegnato:
“La storia non fa
nulla, essa non ―possiede alcun enorme potere„, essa non combatte nessuna
lotta. È piuttosto l’uomo, l’uomo effettivo e vivente, che fa tutto, che
possiede e che combatte; la storia non è una qualche cosa che si serva
dell’uomo come mezzo per conseguire coi propri sforzi degli scopi — quasi fosse
una persona per sé stante — ma essa è null’altro che l’attività dell’uomo che
persegue i suoi scopi[2]”.
Il veleno dell’onnipotenza è il male che infetta i popoli e
che cade dall’alto delle oligarchie e da tale violenza ideologica bisogna
congedarsi. Solo i popoli possono farlo. A ciascuno di noi la responsabilità di
testimoniare un’altra modalità di vivere le relazioni per riumanizzarci in un
mondo disumano e menzognero. L’occidente muore a causa degli eccessi e della
tracotanza che lo hanno disumanizzato, sta a noi rifondare l’umanesimo
socialista, comunista e cristiano. L’idolatria è la religione malvagia del modo
di produzione capitalistico, alla degenerazione idolatrica bisogna opporre più
comunità e più impegno gratuito e invisibile. Dinanzi al gigantismo dell’avere
che prepara la piena realizzazione del “non essere dobbiamo avere la chiarezza
della tragedia in cui versiamo e che spesso non vediamo e non pensiamo perché
abituati alla bruttura quotidiana. L’avere con le sue brame esige la “battaglia
finale”:
“In termini più generali,
gli elementi fondamentali del rapporto tra individui che facciano propria la
modalità esistenziale dell’avere, sono la competizione, l’antagonismo e la
paura. La componente antagonistica, nel rapporto incentrato sull’avere deriva
dalla sua stessa natura; se infatti l’avere è il fondamento del mio sentimento
di identità perché «io sono ciò che ho», il desiderio di avere non può che
condurre al desiderio di avere molto, di avere di più, di avere il massimo. In
altre parole, l’avidità è la naturale conseguenza dell’orientamento all’avere.
Può trattarsi della brama dell’avaro come pure di quella dello speculatore,
ovvero del cacciatore di gonnelle o della «mangiatrice d’uomini». Quale che sia
l’elemento costitutivo della loro brama, certo è che gli avidi non hanno mai
abbastanza, non riescono mai a sentirsi «soddisfatti». In contrasto con bisogni
fisiologici come la fame, che hanno precisi limiti di soddisfazione, legati
alla fisiologia dell’organismo, l’ingordigia mentale – e ogni avidità è mentale, anche se la si soddisfa
tramite il corpo – non ha un limite di sazietà, poiché il suo esaudimento non
colma il vuoto interiore, la noia, il senso di solitudine, lo stato di
depressione che invece dovrebbe vincere. Inoltre, dal momento che ciò che
abbiamo ci può essere tolto in una forma o nell’altra, bisogna avere di più per
rafforzare la propria esistenza di fronte a un pericolo del genere. Ma, se
ognuno aspira ad avere di più, ne consegue che ognuno non può che temere le
intenzioni aggressive del vicino a portagli via ciò che possiede, e per
prevenire attacchi del genere non resta che acquisire sempre maggiori poteri e
far proprio un atteggiamento di aggressione preventiva. Ancora, dal momento che
la produzione, per abbondante che sia, non può mai tenere il passo con desideri
illimitati, non possono che esserci competitività e antagonismo tra i singoli
impegnati in una lotta per assicurarsi il massimo. E la contesa continuerebbe
anche qualora si potesse raggiungere uno stato di assoluta abbondanza, perché
chi ha minor salute fisica e minori attrattive, doti e talenti, sarebbe preda
di implacabili invidie per chi ha «di più»[3]”.
Il trumpismo dev’essere pensato nel suo valore simbolico
funzionale al “capitalismo”. Solo il cambiamento del paradigma economico e culturale
potrà condurci fuori dal quotidiano inferno dei nostri giorni.
[1] https://youtu.be/obClMXdmBO0
[2] K. Marx,
La Sacra famiglia, Sesto capitolo. La Critica assolata, ossia la Critica come
signor Bruno, Paragrafo II Seconda
campagna della Critica assoluta.
[3] Erich Fromm, AVERE O ESSERE? Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977, paragrafo sesto: Altri aspetti dell’avere e dell’essere
Fonte foto: Medium (da Google)