Ha vinto il NO, ma ha perso la politica


Il seguente articolo è di Gerardo Lisco, un nostro redattore, che ha scelto di votare SI al referendum sulla giustizia. E’ la sua posizione personale e non quella degli altri membri della redazione ma, ovviamente, pubblichiamo volentieri il suo contributo anche se abbiamo posizioni diverse, come è normale e giusto che sia in un giornale libero come il nostro che fa della dialettica un suo punto di forza e di crescita.

Fabrizio Marchi

Sono consapevole che queste riflessioni faranno storcere il naso ai tanti custodi del “verbo” della sinistra, spesso più attenti all’ortodossia che alla sostanza. Eppure, proprio da una cultura politica socialista, rivendico una scelta che molti considereranno controcorrente: ho votato SÌ alla riforma della giustizia. Una scelta maturata nel merito del testo, che prevedeva la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura, un’Alta Corte disciplinare e il sorteggio per la selezione dei componenti dei CSM. Una riforma che, pur necessitando di successivi interventi attuativi, mi è parsa coerente sul piano giuridico e istituzionale. La maggioranza dei votanti ha però scelto diversamente, bocciando la proposta. In democrazia il verdetto popolare si rispetta, sempre. E lo dico con convinzione, soprattutto alla luce di una stagione politica in cui troppo spesso la volontà degli elettori è stata aggirata o compressa, anche attraverso governi tecnici che hanno adottato misure difficilmente approvabili in un confronto elettorale diretto. Più che un confronto nel merito, quella referendaria è stata una cattiva campagna politica. Il dibattito si è trasformato in uno scontro ideologico, alimentando diffidenza e ostilità reciproca. Si sono riesumati schemi da Guerra Fredda: antifascisti contro fascisti senza fascismo, anticomunisti contro comunisti senza comunismo. Un clima sterile, che ha impedito qualsiasi discussione seria su una materia complessa e delicata. Eppure, proprio su temi come la giustizia, sarebbe stato necessario un confronto responsabile e trasversale. Ho votato SÌ pur sapendo di condividere quella scelta con persone con cui non avrei alcuna affinità politica. Ma la qualità delle istituzioni richiede talvolta di superare le appartenenze. In questo senso, ho avuto in mente l’esempio di Palmiro Togliatti, che da ministro della Giustizia, nel dopoguerra, seppe firmare un’amnistia capace di favorire la pacificazione nazionale. Un gesto politico di grande responsabilità, oggi difficilmente immaginabile. L’esito del referendum non può essere letto solo come una bocciatura nel merito. I dati suggeriscono anche una dinamica politica interna alla maggioranza. Lo scarto relativamente contenuto tra SÌ e NO indica che non tutte le forze di centrodestra si sono spese fino in fondo. Le tensioni tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Forza Italia sono evidenti da tempo, su diversi dossier: dalla legge elettorale alla politica energetica. Il referendum è diventato così anche uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza interni alla coalizione. Più che vincere la consultazione, alcune componenti sembrano aver voluto inviare un segnale politico alla Presidente del Consiglio. A ciò si aggiunge un elemento non secondario: una parte dell’elettorato di destra, con una sensibilità fortemente giustizialista, ha percepito la riforma come un attacco alla magistratura, soprattutto in un contesto di crescente domanda di sicurezza. Anche nel campo del NO, tuttavia, le motivazioni sono apparse spesso distanti dal merito della riforma. La campagna ha fatto leva su due elementi ricorrenti nella cultura politica italiana degli ultimi anni: l’antipolitica e il giustizialismo. Temi trasversali, presenti tanto in alcune forze di destra quanto nel Movimento 5 Stelle e in settori del Partito Democratico. In molti casi, il voto contrario è stato influenzato da questioni estranee al quesito referendario: dalla politica estera alle alleanze internazionali, fino a conflitti internazionali del tutto scollegati dalla riforma della giustizia. Il risultato è stato paradossale: si è discusso di tutto, tranne che della riforma. Al di là dell’esito referendario, resta aperta una questione centrale per il sistema democratico italiano: il rapporto tra politica e magistratura. A partire dagli anni di Mani Pulite, si è progressivamente determinato uno squilibrio. La magistratura ha occupato spazi che, in una democrazia rappresentativa, spettano alla politica. Ciò non significa mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principi fondamentali dello Stato di diritto. Ma non si può ignorare che alcune inchieste abbiano avuto un impatto diretto sugli equilibri politici, talvolta con modalità discutibili. In certi casi si è assistito a indagini estese e invasive, vere e proprie “pesche a strascico”, con conseguenze pesanti per le persone coinvolte, anche in assenza di condanne definitive. In questo quadro, la riforma bocciata rappresentava, almeno nelle intenzioni, un tentativo di ridefinire i confini tra poteri dello Stato. Le dichiarazioni di Carlo Nordio, secondo cui l’obiettivo sarebbe stato quello di subordinare la magistratura al potere politico, hanno però contribuito a delegittimare la proposta, offrendo un facile bersaglio polemico ai contrari. Eppure, al netto degli errori comunicativi, il tema resta: come ristabilire un equilibrio tra politica e giurisdizione senza compromettere l’indipendenza dei giudici? Il dato finale è che da questa vicenda esce indebolita la politica nel suo complesso. Alimentare l’antipolitica e il giustizialismo può portare vantaggi immediati, ma nel lungo periodo rischia di svuotare le istituzioni rappresentative. La conseguenza è una crescente tendenza al commissariamento della politica da parte di altri poteri, tecnici o giudiziari, con un indebolimento della stessa democrazia intesa come espressione della volontà popolare. A difendere l’autonomia della politica – e, implicitamente, della democrazia intesa come espressione della volontà popolare – rispetto all’ingerenza di istituzioni che assumono sempre più tratti tecnocratici è stata Giorgia Meloni. La necessità di riformare la magistratura resta uno dei nodi centrali del nostro sistema politico. Al di là delle posizioni ufficiali delle forze che hanno sostenuto il NO, l’aver alimentato una cultura giustizialista e antipolitica finisce per produrre un effetto paradossale: a uscirne indebolita è la politica stessa. Il rischio concreto è quello di un ulteriore ridimensionamento del suo ruolo, con una crescente tendenza al commissariamento da parte di altri poteri, a scapito della piena espressione della sovranità popolare. La riforma è stata respinta, ma il problema che intendeva affrontare resta aperto e, prima o poi, tornerà inevitabilmente al centro del dibattito pubblico.

8 commenti per “Ha vinto il NO, ma ha perso la politica

  1. ndr60
    25 Marzo 2026 at 8:54

    Un referendum surreale, visto che gran parte di quelli che hanno votato NO erano in prima fila a fare coriandoli della Costituzione, durante la psico-pandemia. Per difendere la Costituzione, bisognerebbe prima applicarla.

    • Fabrizio Marchi
      25 Marzo 2026 at 9:02

      Vero anche quanto dici, certamente. Il green pass che impediva alle persone non vaccinate di lavorare è stato palesemente anticostituzionale, così come lo è la legge sul femminicidio – proposta dal governo meloni e votata all’unanimità – che sia formalmente che di fatto decreta che la vita di un uomo vale meno di quella di una donna.
      Contraddizioni macroscopiche che in realtà rivelano la sostanziale malafede di chi, come hai detto anche te, invoca ipocritamente la Costituzione.

  2. Panda
    25 Marzo 2026 at 10:21

    Per quel che vale, la penso come te, Gerardo: anch’io ho votato SI’. In effetti il disegno costituzionale originario affiancava a una grande indipendenza della magistratura la garanzia offerta dall’art. 68: è dall’epoca del suo drastico ridimensionamento, avvenuto a furor di media giustizialisti (e tanto basterebbe per dubitare della bontà della scelta), insieme all’eliminazione del finanziamento pubblico e dei vituperati vitalizi, che la politica arranca; il taglio dei parlamentari, anch’esso consumatosi col mio voto contrario, non ha certo aiutato. Purtroppo l’egemonia dell’antipolitica, rispetto alla quale il Movimento 5 Stelle ha responsabilità immense, rende praticamente inimmaginabile un ripristino delle garanzie originarie, quindi monca e ipocrita questa ostentata affectio constitutionis, mentre ha alimentato il mito della magistratura vendicatrice degli oppressi a cui forse possono credere giusto i giovani che non hanno vissuto gli ultimi trent’anni di neoliberismo e non si rendono conto, per esempio, del ruolo che la magistratura ha avuto nell’imposizione della primauté del diritto comunitario (e molti altri episodi si potrebbero ricordare, come la stagione delle leggi speciali). Il tutto mentre perfino Zagrebelsky, almeno nei suoi libri, ammette che un’interpretazione del diritto sempre più libera e atestuale non può essere demandata a una burocrazia autoreferenziale (che questo la magistratura è).

    • Silvana
      25 Marzo 2026 at 16:39

      Io ho votato NO per l’ambiguità contenuta nella riforma, contestandola, quindi, nel merito e nel metodo.
      Una riforma costituzionale approvata tal quale il disegno presentato dal governo, senza permettere un’adeguata discussione parlamentare e senza prendere in considerazione alcuna proposta di modifica. Il governo non è certo autorizzato a cambiare la Costituzione, anche se lo ha già fatto D’Alema, ma se non altro si è discusso nell’assemblea bicamerale. Perfino Monti ha fatto approvare con il voto dei 2/3 del parlamento la modifica dell’art. 81, introducendo il pareggio di bilancio, per il quale era sufficiente una legge ordinaria, e poi Renzi col suo obbrobrio, per fortuna respinto, poi Draghi che, senza informare neanche i cittadini, ha modificato gli artt. 9 e 32. Ormai la politica viaggia così.
      Inoltre, l’alta corte disciplinare che, in diversa composizione, avrebbe agito in materia di sanzioni ai magistrati con sentenze, del cui ricorso decideva la stessa corte seppur in diversa composizione. Per non parlare del sorteggio di laici scelti da una lista di nomi scelti da questi parlamentari.
      Tra le altre cose, un gran numero di parlamentari, soprattutto di dx sono indagati o condannati in via definitiva. Riguardo al primato dell’applicazione del diritto comunitario, non è certo la magistratura che ha votato a favore del trattato di Maastricht, e che nell’art. 117 , a proposito della riforma del titolo V, voluta da D’Alema, sancisce la subordinazione di tutta la legislazione italiana al diritto comunitario e ai trattati internazionali, perfino nelle norme aventi rilievo costituzionale. O il tirare la giacca all’art. 11, ogni quale volta si contravviene allo stesso periodo partecipare direttamente (v. Serbia nel 1999) o indirettamente (v. Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Ucraina, Israele, etc. Con invio di armi o contingenti a “scopo umanitario”, si fa per dire.
      È vero che la magistratura, sotto il controllo della politica e di Pietro sotto ordine della Cia (sia politici che magistrati) aprirono la questione mani pulite per sbarazzarsi di una classe politica che non era certo candida, ma ha espresso statisti di bel altra caratura rispetto a questi servi delle lobby, alle quali, probabilmente, anche un certo numero di magistrati è assoggettato. Ma non erano certo gli intenti di questo governo rendere la magistratura indipendente dai politici. Lo hanno espresso chiaramente in diverse occasioni.
      Penso che prima di riformare la costituzione si debba mandare a casa questa feccua e, quando sarà il caso, convocare l’assemblea costituente per eventuali modifiche della Costituzione.
      Ad ogni modo, ad oggi, molti articoli della costituzione non sono mai stati attuati e c’è ne sarebbe bisogno, soprattutto per rafforzarla, non perché la Costituzione sia obsoleta o non funzionante, ma perché, la massoneria, il mercato e la finanza, con le loro scorribande la fanno da padroni e con Essa si puliscono le scarpe al bisogno

      • Panda
        28 Marzo 2026 at 13:03

        Ti ringrazio Silvana per le obiezioni, che tuttavia non trovo per nulla persuasive.

        Parto dalla questione primauté, perché ritengo che il diritto comunitario sia il principale canale di quelle che giustamente chiami “scorribande” del capitale (il sistema di sanzioni personali rappresenta un’ulteriore fuga in avanti che non riceve l’attenzione che meriterebbe: https://x.com/FedericaCappe17/status/2037296922851979618): no, non si tratta di un istituto contenuto nei Trattati ma è una pura e semplice invenzione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (all’epoca delle Comunità Europee), introdotta a partire dai casi van Gend en Loos e Costa vs. Enel, mai concordato nei Trattati ma anzi, esplicitamente escluso attraverso un rinvio alla giurisprudenza comunitaria – che in teoria potrebbe anche mutare – nella dichiarazione numero 17 allegata all’atto finale della conferenza intergovernativa che ha approvato il Trattato di Lisbona. Se i magistrati nazionali si fossero semplicemente rifiutati di rinviare gli atti alla Corte di Giustizia per ottenerne l’interpretazione delle disposizioni comunitarie o almeno ne avessero ignorato l’ingiunzione ad arrogarsi un potere che non avevano, cioè disapplicare il diritto nazionale, questo monstrum giuridico e politico, che di fatto esautora Costituzione e Parlamento nazionali, non sarebbe mai decollato; hanno invece seguito gli apoftegmi della corte lussemburghese perché consentivano loro di aumentare molto il proprio margine di intervento: vedi per esempio le conclusioni dello studio di Karen Alter Establishing the Supremacy of European Law. Quanto alla (esecranda) riforma del Titolo V (al cui referendum ovviamente votai NO), in particolare dell’art. 117, la penso esattamente come il vecchio Aldo Bernardini: costituisce la conferma che l’art. 11 non copre la primauté; se si vuole che la copra, l’art. 117 è inidoneo alla bisogna nella sua attuale formulazione in quanto in larga misura incompatibile con la giurisprudenza comunitaria (al punto che per esempio è stato sostenuto che potrebbe applicarsi solo ai giudizi in via principale), sennò nel caso si avrebbe una riforma della II parte che stravolge i principi fondamentali della I, il che da un punto di vista giuridico risulterebbe per lo meno discutibile.

        La riforma recepisce questioni su cui si discute da anni, in parte condivise in passato anche dalla sinistra, come dimostra l’adesione al SI di pezzi non irrilevanti e non poco autorevoli di quel mondo (non che la cosa sia di per sé rassicurante), come Barbera, Cassese e Ceccanti, mentre tanta dell’opposizione che ho sentito era rivolta più al governo (anche con buoni argomenti, per carità) che alla riforma. Aggiungo che questo mitico bon ton istituzionale, che non dovrebbe essere un esercizio di galateo fine a se stesso ma garantire la rappresentanza dei cittadini, di fatto oggi è inidoneo a garantire alcunché, come dimostra il suo pieno rispetto nel caso della vergognosa controriforma montiana dell’art. 81 che giustamente hai ricordato. Pure le eventuali condanne dei politici come questione di metodo mi lascia del tutto indifferente (come questione di merito, li trovo sufficientemente sgradevoli indipendentemente dalla fedina penale): per quanto mi riguarda gli elettori dovrebbero poter eleggere chiunque, anche un ergastolano; avresti molto più buon gioco a menzionare l’assenza di una legge elettorale proporzionale alle spalle dell’attuale Parlamento, ma non vedo perché questo debba in qualche modo giocare a favore di una burocrazia irresponsabile, quale – lo ripeto – la magistratura è.

        L’alta corte aveva lo scopo di rimediare all’attuale aberrazione per cui oggi i magistrati si eleggono i loro giudici. Quanto al problema specifico che sollevi, è stato fatto ripetutamente notare che l’art. 111 c. 7 continuerebbe ad applicarsi, quindi il ricorso in Cassazione per violazione di legge resterebbe. Ma l’alta corte è il contorno: il piatto forte è – l’apprezzabilissimo – meccanismo del sorteggio.

        In conclusione, noto che al fondamentale punto di merito che sollevavo, cioè lo squilibrio derivante dalla riduzione delle garanzie di indipendenza della politica, a partire dall’art. 68, non hai obiettato nulla; in effetti una lettura come quella che dai di Tangentopoli non vedo come non debba rafforzare il mio punto; concludi invece, a me pare senza molta coerenza, con una difesa implicita della situazione di squilibrio prodotta da quelle riforme, se capisco in attesa di un’assemblea costituente che arriverà a raddrizzare i torti: su quest’ultimo punto, astrattamente potrei anche essere d’accordo, senza che nemmeno io ritenga che la Costituzione sia “obsoleta” (anzi!), almeno nei suoi principi fondamentali; semplicemente il collasso dei grandi partiti di massa ha reso evidente i limiti della parte organizzativa, ancora molto, troppo legata al vecchio modello liberale, come peraltro era già ben chiaro ai costituenti più sensibili. Che l’involuzione neoliberista si sia accompagnata a un progressivo ampliamento del ruolo della magistratura, sia a livello nazionale che internazionale, dovrebbe secondo me essere parte importante di questa riflessione (per esempio può essere utile ricordare che in Costituente socialisti e comunisti erano contrari perfino all’istituzione della Corte Costituzionale: non oso immaginare cosa avrebbero detto dell’odierna CGUE). Mi concederai però che questo scenario “ricostituente” non appare precisamente alle viste e che quindi nel frattempo ci si arrangia con quello che c’è.

  3. Antonio
    25 Marzo 2026 at 11:58

    Caro Gerardo, ricalibro anche qui ciò che ho argomentato anche in altre sedi. Il tuo ragionamento sarebbe condivisibile quando è se la politica fosse davvero autonoma ma quand’essa è prevalentemente al soldo dell’economia e delle piattaforme privatistiche non rimane che la magistratura a fare da argine.
    Poi è chiaro che la magistratura stessa non possa e non debba sentirsi onnipotente ma non era questa la riforma giusta…
    Un abbraccio

  4. a.p.
    25 Marzo 2026 at 13:28

    Chiunque avesse letto attentamente il testo costituzionale originario e quello riformato e bocciato avrebbe compreso la farraginosita’ e la eccessiva complessità del secondo, rispetto alla chiarezza sintetica del primo. In fondo un testo costituzionale non può essere articolato in modo tale da poter essere aggirato da leggi ordinarie, come era nelle intenzioni dei riformatori, ma deve possedere quel carattere di autorevolezza e rigidità tale da non poterlo aggirare in nessun modo.
    Io ho deciso di votare no, appunto per queste ragioni, pur sapendo che all’interno della magistratura c’è sicuramente del marcio come del resto anche nella politica. Quindi mi sono chiesto: la politica vuole decidere chi siano gli arbitri mentre loro stessi si riservano il diritto di essere inattaccabili solo perché forti di un mandato elettorale? E allora lasciamo che le cose stiano al loro posto, perché spesso la toppa è peggiore del buco.
    Il fatto che la contesa abbia poggiato sulla necessità dello scontro politico piuttosto che sul tema della riforma è un problema che hanno posto quelli che sostenvano la riforma stessa; e se i magistrati più importanti sono scesi nell’agone dello scontro ideologico riuscendo vincitori, la causa può essere stabilita solo dalla spocchia degli sprovveduti riformatori i quali hanno sottovalutato nettamente la forza dirompente che alcuni magistrati hanno a livello mediatico. Le riforme costituzionali si fanno con la saggezza e non provando a fare di tutta l’erba un fascio, aizzando l’elettorato su episodi decontestualizzati senza tenere conto del carattere generale che ha con sé una proposta riformatrice.
    In sintesi: la riforma è stata bocciata perché i proponenti hanno dimostrato una precaria attitudine al confronto frutto di una ampia ristrettezza di vedute sia politiche, sia soprattutto dialettiche.

  5. Piero
    25 Marzo 2026 at 15:02

    Destra e sinistra (e tutto il business della giustizia, giudici, avvocati etc.) mandano al voto milioni di italiani per contarsi e risolvere i propri problemi intestini di equilibrio di potere. Il popolo sovrano (pernacchia alla Eduardo o Totò), si schiera, sapendo (o sperando) bene che i propri problemi non saranno risolti.

    Votare o non votare è inutile (ricordiamo il referendum sull’acqua pubblica? se ne discute ancora quindi buona democrazia a tutti), poteri sovranazionali quali ad esempio IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) pagano profumatamente i rappresentanti del popolo (i quali in campagna elettorale spergiurano di fare gli interessi della comunità) per vedere approvate le leggi che a loro interessano.

    La follia regna sovrana, ma tutto va bene madama la marchesa…

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