L’estate si avvicina e con essa i
corpi si mostrano nella loro verità. Il capitalismo incide sui corpi asserviti
il suo marchio. Sul corpo è inscritta la verità del nostro tempo di solitudine.
Il capitalismo è caos, il narcisismo
individualistico e il vuoto assiologico, è nella mente come sui corpi. Le
membra scolpite da mesi di palestra sono esposte come fossero quadri viventi
appena la temperatura comincia ad innalzarsi. Si è solo corpo da curare e
mostrare, l’anima si perde nell’ossessione per il corpo da misurare, nutrire,
gonfiare, scolpire e da individualizzare con tatuaggi sempre più estesi. Se lo sguardo attento prende il posto dello
sguardo frettoloso e, ormai, abituato ad ogni eccesso, non si può non notare
che il caos regna e impera sulla pelle di tanti inconsapevoli devoti del
“divino capitale”.
Sui corpi lavorati dall’esercizio
meccanico delle palestre si possono notare contraddizioni per immagini. Il
corpo è un testo su cui è possibile leggere l’irrazionalità all’ombra del
capitalismo. L’eccesso e l’abitudine a non differire mai il desiderio ma a
voler godere sempre nell’immediato come non ci fosse un domani, conduce a
tatuarsi per poter mostrare, attrarre l’attenzione e finalmente percepire di
esistere nello sguardo che si posa sui tatuaggi che si contraggono e distendono
nei movimenti. Sul singolo corpo possiamo ritrovare figure del desiderio
tatuate che si avvicendano senza logica alcuna: nomi, crocifissi, frutta,
animali e parole.
L’effetto è il caos, è il tumulto
dell’irrazionale che prende forma visibile dopo aver colonizzato la mente. Il
corpo-quadro vivente è il segno dell’irrazionalità del sistema. La sola logica
che tutto guida è l’emulazione e il desiderio di apparire a qualunque costo.
L’individualismo senza freni è estraneo al pensiero, per cui si limita a
imitare e l’obbedienza al modello maggioritario è scambiata per libertà.
La disabitudine al pensiero e,
specialmente, la solitudine non induce a pensare alla trasformazione che il
corpo e la psiche negli anni subiscono. Dopo pochi anni i tatuaggi che
marchiano il corpo potrebbero non rispecchiare le avvenute evoluzioni o
involuzioni psichiche e fisiche. Un
corpo tatuato a vent’anni non è eguale a sessanta, per i devoti del capitale il
tempo non esiste, si vive in un eterno presente.
L’ossessione per il corpo da
mostrare e godere è pratica antipolitica, in quanto la realtà sociale si oblia
nel sogno e nella speranza di poter sedurre con “il caos sulla pelle”. Nessuna
considerazione o valutazione sugli effetti delle sostanze chimiche che
penetrano indelebili nella pelle e, mentre si copre il corpo reale con la
patina virtuale del tatuaggio il corpo nascosto da strati di colore diventa
invisibile e, dunque, si rende sconosciuto al tatuato che non può controllare
la comparsa o la trasformazione di nei o macchie.
Nella lotta per strappare uno
sguardo ammirato, in questi anni i tatuaggi si sono estesi fino ad avvolgere il
corpo in un sudario e a renderlo oggetto da mostrare in pubblico. Il soggetto è
diventato oggetto da offrire agli sguardi. Il senso estetico offeso e la
brutalità dell’eccesso non sono motivo di discussione, mentre il marchio
imprime il suo messaggio e il business
avanza, la superficie si sostituisce alla profondità interiore e relazionale,
si è ormai solo uno strato di pelle da mostrare in pubblico. I corpi tatuati in
modo quasi totale si confondono e diventano interscambiabili, mentre si cerca
di individualizzare se stessi si seppellisce la propria identità di genere e la
propria particolarità fisica originaria. Si assiste alla scomparsa del corpo e
alla nascita del corpo artificiale.
Regna il silenzio assoluto sul
significato di tale moda e sugli effetti psicologici e fisici. Si parla di
tutto apparentemente, ma dinanzi al pericolo di porre in discussione profitti
strappati sulla fragilità indotta di non pochi che sperano di comprare personalità
e attenzione con il tatuaggio unico e irrepetibile si tace. La cura dei più
giovani e delle persone più condizionabili semplicemente non c’è, in quanto i
padri e le madri sono tollerati dal sistema se obbediscono passivi ai suoi
comandi e anch’essi si scoprono per entrare nel mercato dei corpi da
mostrare. Il sudario che avvolge taluni
corpi, mentre ambisce a mostrare copre il corpo reale e infine il corpo diventa
un artificio da mostrare sul palcoscenico del mondo in cui la relazione sociale
declina fino a scomparire sostituita dall’atomistica delle vanità. Anche il
tocco tra due corpi tatuati non è il medesimo del contatto tra due corpi
naturali. Il tatuaggio è anche barriera, in quanto non ci mostra nella propria
autentica fisicità umana. Il corpo si
cela e si palesa al mondo nel contempo. Nel doppio movimento vi è la verità del
nostro tempo, più si vuole imporre al mondo la propria visibilità tanto più ci
si ritira dal mondo per diventare “pallide comparse colorate” senza una storia
da condividere e senza una reale progettualità. È la trasformazione del corpo
da soglia di contatto-dono a mezzo di affermazione artificiale a segnare il
quotidiano di solitudine e conflitti tra sguardi e corpi che cercano di essere
osservati, ma ciascuno ambisce solo a mostrare e non vuole donare lo sguardo.
Il mercato dei corpi è il caos delle solitudini alla ricerca di un attimo di
“visibilità totale”.
L’emancipazione è riconquista del corpo vissuto liberato dalle scorie dell’artificio per diventare “soglia di contatto” senza la quale non vi è comunità, non vi è amicizia e non vi è scambio ma solo chiusura nel corpo corazzato di tatuaggi e silenzi. Il capitalismo è ovunque, non ha un centro, ma è nei corpi e nei pensieri che lo riproducono in modo febbrile, e questo è il dramma del nostro tempo malvagio. In ultimo la parola tatuaggio deriva da tatau, verbo polinesiano “colpire o battere” e fa riferimento al suono prodotto durante l’incisione che si effettuava con l’uso di strumenti quasi primitivi per iniettare l’inchiostro sotto la pelle. Il tatuaggio era parte di una cultura e aveva un significato sociale e religioso, ma il capitalismo ha il potere di cannibalizzare e annichilire tutto, per cui è diventato solo veicolo di profitto e di individualizzazione senza un senso oggettivo.
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