Il confronto nel M5S fuori dalla rete


Il 10 ottobre, su queste stesse pagine, concludevo la mia riflessione sul pessimo risultato del M5S alle elezioni amministrative scrivendo: “Il M5S è nato con la rete, e la rete rimane il suo spazio naturale di confronto. Per comprendere se il malessere interno si trasformerà in un vero dibattito politico, sarà necessario prestare attenzione ai segnali che arriveranno dalla piazza virtuale.”

Da allora, sembra che il dibattito interno al Movimento sia uscito proprio dalla rete, diventando pubblico. Dopo il disagio manifestato dagli attivisti lucani, sono arrivate le dichiarazioni di Chiara Appendino e, quasi in contemporanea, il documento diffuso dagli attivisti toscani. Nel frattempo, è riapparso il simbolo storico del M5S legato a Beppe Grillo, fondatore e ideatore – insieme a Gianroberto Casaleggio – di un movimento passato, nel giro di pochi anni, dai fasti del 33% delle politiche del 2018 a poco più del 15% nelle ultime elezioni politiche, fino alla debacle delle regionali in Calabria e nelle Marche.

In Calabria è stato sacrificato l’economista Pasquale Tridico, che ha lamentato la totale assenza di organizzazione, riservandosi di chiarire la propria posizione nelle sedi istituzionali. Stando ai sondaggi, il candidato Fico, pur dato vincente, raccoglierebbe meno voti delle liste che lo sostengono. In Puglia, la candidatura del M5S viene ritenuta marginale ai fini della vittoria di De Caro. Sia in Puglia che in Campania l’insofferenza è forte quanto quella emersa in Toscana e Basilicata, con la differenza che, per ora, resta sotto traccia.

I commenti sulle elezioni che hanno visto la riconferma di Giuseppe Conte a presidente del M5S sono apparsi superficiali. Gli attivisti toscani, nel loro documento, hanno invece snocciolato i dati: la partecipazione interna in calo, segno di un malessere diffuso, e un risultato che definire “tiepido” è un eufemismo. Conte era infatti l’unico candidato: nessuno degli altri aspiranti è riuscito a raccogliere le 500 firme necessarie. Hanno votato poco più della metà degli oltre 100.000 iscritti, e tra questi il 12% ha espresso un voto contrario a Conte. In sostanza, il presidente del M5S gode oggi del consenso di circa la metà dei tesserati.

Il documento degli attivisti toscani, riuniti in assemblea permanente, fa il paio con la lettera aperta indirizzata a Conte dagli attivisti lucani, pubblicata da varie testate locali (La Nuova del Sud, Basilicata 24, La Voce del Sud). In entrambi i casi si denuncia la carenza di democrazia interna, l’assenza di una visione politica e la trasformazione del M5S in un partito personale, fondato sul rapporto diretto tra Conte e i suoi “feudatari” locali. Gli attivisti lucani chiedono apertamente la rimozione delle coordinatrici provinciali, Araneo e Verri, e del coordinatore regionale Lo Muti indicati come corresponsabili del crollo elettorale.

La crisi interna al Movimento, se si leggono attentamente i documenti diffusi, pone questioni profonde che riguardano la stessa sopravvivenza del M5S. Resta da capire se il dibattito aperto intercetterà i segnali provenienti da Beppe Grillo o se rimarrà confinato all’interno del Movimento. Quel che è certo è che il malessere interno al movimento rischia di ripercuotersi sull’intero “campo largo”.

Al di là delle analisi di Goffredo Bettini, è evidente che le coalizioni non si costruiscono semplicemente “mettendo insieme gambe” come in un tavolo: serve una prospettiva politica condivisa, un programma e la capacità di intercettare il disagio diffuso nella società italiana, oggi tradotto in un calo drammatico della partecipazione al voto.

La liquefazione elettorale del M5S rappresenta dunque un problema serio per la coalizione di centrosinistra. Servirà a poco aggiungere una “quarta gamba” moderata o liberale: il lavoro mediatico che punta a lanciare il sindaco di Genova, Silvia Salis, è la prova del vuoto politico che regna nel “campo largo”. Non si conoscono ancora i suoi risultati da sindaco, e già si ipotizza una leadership nazionale capace di valere, secondo Bettini, fino al 10%. Ma se una delle gambe del tavolo diventa troppo corta, il tavolo crolla comunque.

Quando nacque, il M5S seppe intercettare un forte malessere sociale: oltre 11 milioni di voti nel 2018, in alcune regioni del Sud persino oltre la vecchia DC. Oggi la vera domanda politica è: quale forza sarà in grado di rappresentare quel malessere crescente?

Se il M5S dovesse sciogliersi, milioni di elettori resterebbero senza rappresentanza. Dopo la fine della Prima Repubblica, quel vuoto fu colmato da Forza Italia. Berlusconi e Prodi hanno dominato la scena politica per vent’anni. Poi è toccato al M5S, quindi – brevemente – alla Lega, e oggi a Fratelli d’Italia, che viaggia intorno al 30%. È difficile che Giorgia Meloni possa crescere oltre. Resta dunque il dato di fondo: un nuovo vuoto politico nel sistema.

Saprà il M5S risalire la china?

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