Da qui a pochi giorni il Governo presenterà alle Camere il Documento di finanza pubblica (Dfp), il primo passaggio in vista della prossima legge di Bilancio a fine 2026.
Il Dfp è un passaggio determinante che sulla sua strada trova un quadro economico determinato dall’incertezza di una guerra che genera inflazione, rincari generalizzati e ripercussioni negative sull’economia. La guerra in Iran presenta variabili economiche rilevanti a seconda della sua effettiva durata ma gli strascichi futuri saranno ineluttabili, dipende solo da quanto verrà prolungato il conflitto.
Il 2026 sarà un anno determinante per le elezioni dell’anno successivo, una crisi economica prolungata con ripresa dell’inflazione è fonte di seria preoccupazione per l’attuale maggioranza trovandosi il nostro paese ancora sotto la procedura di infrazione e con dati economici non certo incoraggianti quanto a crescita del Pil e della produttività. Intanto sono obiettivi difficili da perseguire quelli dettati dalla Ue, ad esempio la richiesta, ineludibile, di migliorare il proprio deficit di almeno mezzo punto di Pil all’anno.
La guerra turba i sonni meloniani, affrontare le elezioni politiche con una inflazione alta e un quadro economico dominato dall’incertezza non sarà di aiuto per affrontare una campagna elettorale che si annuncia assai cruenta, E diventa prioritario superare indenni l’anno in corso rientrando, prima del tempo, nei cosiddetti parametri da rispettare in materia di deficit primario, condizione indispensabile per uscire dalla sorveglianza speciale di Bruxelles. Le previsioni del Governo non si sono dimostrate azzeccate se pensiamo al mancato raggiungimento dell’obiettivo di rientrare sotto il 3 per cento, traguardo non raggiunto per poco ma pur sempre mancato. E sulle sorti dell’economia grava la spesa militare futura, la speculazione finanziaria che ha impatti sempre negativi sui paesi indebitati, la crisi della manifattura con una riconversione da civile a militare assai problematica.
E in questa carrellata ci siamo dimenticati di altre questioni. Nel 2025, stando ai rapporti Istat, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende al 22,6% rispetto al 23,1% del 2024. Un calo ma del tutto insufficiente e non tale da far cantare vittoria. Oltre 13,2 milioni di persone vivono in una condizione di fragilità economica o sociale, quel lieve miglioramento è dovuto alla leggera ripresa occupazionale che poi vede prevalere i contratti a tempo e di natura precaria. Dopo la cancellazione del Reddito di cittadinanza, a rischio di povertà resta il 18,6%, della popolazione e in particolare crescono le famiglie in povertà assoluta.
In sostanza i risultati ottenuti dal Governo sono del tutto inadeguati per parlare di inversione di tendenza e ripresa effettiva dell’economia, crescono le famiglie che pur avendo un lavoro non arrivano a fine mese, gli abbandoni scolastici (specie all’università) sono spiegabili con ragioni economiche, basta una spesa non prevista (spesso di natura medica o condominiale) per spingere le famiglie all’indebitamento. Se i risultati non sono incoraggianti nella lotta alla povertà, altrettanto vale per l’occupazione e per il potere di acquisto dei salari con una leggera crescita derivante dall’intervento statale attraverso le detassazioni (che poi faranno mancare risorse al welfare).
E, per chiudere, perfino su un tema assai caro alle destre, quello delle nascite, i risultati ottenuti dalla compagine governativa sono a dir poco deludenti mancando un intervento effettivo per potenziare il welfare. Il numero medio di figli per donna in Italia raggiunge con il Governo Meloni il minimo storico attestandosi a 1,18. In questi due anni, i dati sulla natalità sono del 2024, non sono arrivati aiuti sostanziali alle giovani famiglie anche perchè tante risorse sono state destinate al Riarmo. Fatto sta che diversi meccanismi di erogazione delle misure di sostegno al reddito delle famiglie con figli a carico hanno mostrato scarsa efficacia. E un Governo desideroso di risolvere i problemi si porrebbe con ben altro spirito verso le parti sociali pensando di interagire con le stesse sulle questioni pratiche come l’indennità di maternità, trasformando gli asili nido da servizi a domanda individuale a servizi propri della Pubblica istruzione. Sono solo esempi di interventi possibili in presenza di una volontà politica che il Governo Meloni non ha mostrato costruendosi dei nemici contro i quali scatenarsi. E tra i nemici ritroviamo i salariati che vorrebbero tutelare il potere di acquisto dalla erosione, le giovani famiglie bisognose di welfare, il mondo della scuola e della sanità.