Il paradosso più profondo del nostro tempo
risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure
come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie
del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno
del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta
inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza
comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò
significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie
non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di
una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile
allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che
da decenni stringe l’Occidente.
Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le
grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali
comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il
neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la
persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione
all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le
relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è
una vera e propria tribalizzazione della società. Venuta meno la solidarietà di
classe e la capacità di immaginare un destino comune, il conflitto ha smesso di
svilupparsi in senso verticale per esplodere in una miriade di tensioni
orizzontali e guerre culturali tra generazioni, tra autoctoni e immigrati,
intorno alle declinazioni del genere o tra garantiti e precari. In questo vuoto
pneumatico di significato, la domanda sociale di ordine, di limite e di
protezione che sale dalle periferie urbane ed esistenziali (quelle che io
definisco no-city) è reale, urgente e disperatamente legittima.
La reazione contraria alle derive
dell’identitarismo radicale e al relativismo culturale assoluto poggia su basi
sacrosante. Rivendicare la centralità del dato biologico di fronte a
interpretazioni che vorrebbero ridurre l’essere umano a una tabula rasa
interamente plasmabile dalla cultura, o difendere la sfera privata dell’orientamento
sessuale, rifiutando la creazione di specifici privilegi giuridici in nome
dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non è un atto di
intolleranza. Al contrario, si tratta di una difesa necessaria della realtà e
della parità democratica. Questa resistenza esprime il bisogno profondo e
giustificato di ancorarsi a criteri oggettivi, a confini certi, e di porre un
freno a quel processo di dissoluzione e fluidità totale che, sotto il pretesto
dell’emancipazione, finisce per privare gli individui di ogni legame sociale e
identità collettiva stabile, trasformandoli in consumatori indifesi e
interscambiabili.
È precisamente in questa faglia che si innesta la
grande operazione del populismo identitario, il cui paradosso intrinseco
risiede nell’asimmetria strutturale tra la giustezza del malessere intercettato
e la natura della terapia offerta. Da una parte, vi è un’ipertrofia della
promessa simbolica e culturale: si offre al cittadino spodestato della propria
sovranità economica il rifugio psicologico della sovranità biologica o
nazionale. Si parla di confini, di natura, di patria, interpretando la
legittima esigenza di un argine al relativismo. Dall’altra parte, tuttavia, a
questa radicalità retorica corrisponde un silenzio assordante sui meccanismi
reali di accumulazione della ricchezza. Manca del tutto l’orizzonte di una
pianificazione economica orientata alla giustizia sociale, alla tutela del
salario o a una maggiore eguaglianza democratica.
La proposta politica rimane, a ben vedere, almeno
fino ad ora, quella di una destra d’ordine tradizionale che, sotto la vernice
della ribellione iconoclasta, protegge gli assetti del capitale contro le
istanze storiche del lavoro. La retorica populista si scaglia con veemenza
contro le élite culturali e cosmopolite, la cosiddetta intelligenzia progressista
ma si guarda bene dal disturbare le oligarchie finanziarie e industriali che
determinano la precarizzazione dell’esistenza e la desertificazione materiale
dei territori.
Tutto ciò svela la vera natura della sua
debolezza teorica e politica, ossia l’incapacità strutturale di confrontarsi
con la questione economica. Promettere molto sul piano identitario diviene così
l’analgesico per un’impotenza sul piano delle strutture materiali. In fondo,
finora il fenomeno Vannacci mi sembra avere la forma di un PD rovesciato. Il
conflitto viene deliberatamente deviato dall’asse verticale della
redistribuzione della ricchezza a quello orizzontale delle rivendicazioni
culturali, offrendo l’appartenenza come anestetico per la perdita dei diritti
sociali.
In questo modo, questo populismo non combatte affatto il neoliberismo, ma rischia di diventarne il perfetto complemento culturale e biologico. Ne scherma le contraddizioni materiali, offrendo in cambio un surrogato mitologico che lascia intatti i reali rapporti di forza economici. Finché il pensiero critico e le forze autenticamente democratiche non torneranno a saldare la legittima e sacrosanta domanda di comunità, ordine e senso con la necessità strutturale di un’economia radicalmente più giusta, che rimetta al centro la dignità del lavoro e la pianificazione democratica, le risposte puramente identitarie continueranno a prosperare. Non come una reale alternativa al sistema ma come la sua estrema, paradossale e più efficace linea di difesa.