Di rado un singolo fotogramma disvela
la morale di un’opera cinematografica o ne riassume il significato: i film di
qualche valore vanno visti dall’inizio allo scorrimento dei titoli di coda.
Le riprese del pestaggio di un
poliziotto della mobile, avvenuto l’altra sera a Torino, sono state rilanciate
da media e social, finendo per oscurare i contenuti di una
manifestazione popolare partecipatissima che nel pomeriggio si era
svolta in maniera pacifica: l’istantanea e comprensibile condanna di un
pugno di facinorosi è stata prontamente estesa, su imbeccata governativa, alla
generalità dei dimostranti, cui è stata addossata – come sovente accade – una
responsabilità per fatto altrui.
Un’unica scena estrapolata dal
contesto racconta però una verità parziale (e talvolta di comodo):
nel caso di specie quella di una violenza unidirezionale che
numerose testimonianze si incaricano di smentire. Una giornalista de Il
Manifesto, presente sul posto, ha ricostruito gli eventi in maniera
maggiormente equilibrata e plausibile: sarebbero stati i celerini, mentre
già la folla andava disperdendosi, a caricare un gruppetto di ritardatari;
uno degli agenti – quello ferito, per fortuna non gravemente – si sarebbe distaccato
dai colleghi per inseguire e manganellare due manifestanti e infine, circondato
da alcuni giovani giunti in soccorso dei compagni, sarebbe stato sopraffatto.
Il famigerato martello sarebbe, secondo la testimone diretta, un “martelletto”
e a un certo punto, comunque, gli “aggressori” avrebbero desistito dall’azione
(che assumerebbe i contorni di una reazione). Un brutto episodio
senz’altro che non riveste però carattere di eccezionalità, visto che gli
scontri di piazza sono un fenomeno nient’affatto sporadico: di regola a
farne le spese sono civili, studenti e lavoratori in lotta, ma il clamore
suscitato stavolta non deriva dall’applicazione della vecchia regola
giornalistica “il cane che morde l’uomo non fa notizia, l’uomo che morde
il cane invece sì”.
L’enfatizzazione
politico-giornalistica di quello specifico avvenimento, avulso dal suo
contesto, risponde a una logica riconoscibile e tutt’altro che nuova, anche se
il salto di qualità rispetto al passato sta nell’eccessività dei toni adoperati:
la pur esecrabile martellata inferta da un singolo in un momento di
concitazione si trasforma in atto di accusa rivolto a chiunque manifesti,
all’intera galassia dei movimenti c.d. antisistema e persino alle
organizzazioni politiche (e sindacali) etichettabili come “di sinistra”, PD
compreso. Ingigantendo ad arte la vicenda, politici e giornalisti di destra
hanno grottescamente evocato lo spettro delle Brigate Rosse, intravisto
purtroppo anche da commentatori abitualmente equilibrati che non scrivono per
testate mainstream (un’allucinazione collettiva?): tutto questo bailamme
serve a motivare agli occhi di un’opinione pubblica spaurita il prossimo varo
di leggi speciali e norme liberticide, peraltro già in
discussione, che richiamano alla mente periodi bui della Storia nazionale.
Non si tratta, attenzione, di una correzione di rotta: si affretta
semplicemente il passo verso un traguardo individuato da tempo, quello
della messa sotto tutela di una società civile cui sarà interdetta
l’espressione di opinioni e dissenso.
Ogni rappresentazione di parte
della realtà ne costituisce una falsificazione: qualcuno potrebbe argomentare
che tale principio vale anche per la versione offerta dalla giornalista de Il
Manifesto, che magari – non è inverosimile – simpatizzava per la causa dei
protestatari e dunque potrebbe aver in buona fede “interpretato” ciò che
vedeva. Una serie di circostanze, oltre alla credibilità che la professione
richiede(rebbe all’intera categoria), avvalora tuttavia la sua testimonianza:
lo svolgimento dei fatti è descritto in modo coerente, preciso e puntuale, non
generico, e si arricchisce di particolari come quello del martelletto;
inoltre, in un clima teso qual è l’attuale, chi contraddice
le narrazioni ufficiali sa bene di correre rischi perlomeno
reputazionali e quindi, a meno che non sia uno sprovveduto o un mitomane, cura
che quanto riferito sia inattaccabile, raccogliendo conferme e confrontando
le proprie impressioni con quelle di altri soggetti attendibili. Rientra poi
tra i fatti notori che il modus operandi dei battaglioni
mobili è frequentemente improntato ad eccessiva e talora
ingiustificata durezza: la cronaca riporta numerosi casi, solo i più
macroscopici dei quali hanno avuto conseguenze di natura giudiziaria. Chi
scrive ricorda di aver assistito, su RAI3, a una diretta da Genova a fine
luglio 2001: immagini riprese senza alcun commento, a un tratto si vede una
ragazza rincorsa da tre agenti in tenuta antisommossa, che dopo averla
raggiunta la gettano a terra, la immobilizzano (e fin qui ci può stare) e poi
seguitano furiosamente a manganellarla. Provai allora un moto di rabbiosa
indignazione e mi dissi, stringendo i pugni, che se fossi stato lì sarei
insorto contro quell’abuso, del tutto gratuito. Scoprimmo in seguito che al G8
le forze dell’ordine avevano fatto ben di peggio, pestando a
sangue manifestanti inermi (su Il Piccolo fu pubblicata la lucida e
drammatica testimonianza della figlia dell’ex Sindaco Spaccini) e dando la
caccia a ragazzini terrorizzati che cercavano rifugio nelle calli. Sulla
“macelleria messicana” della scuola Diaz è superfluo dilungarsi.
Affiorano anche altre
reminiscenze: l’incontrastata comparsa di giovanotti vestiti di nero,
agli ordini di anziani dall’aspetto truce, in occasione di un corteo
romano (era, se non sbaglio, il 15 ottobre del 2011). Questi pseudo anarchici intimidirono
e presero per così dire in ostaggio la folla, in mezzo alla quale rammento
una giovane donna con un bimbo in braccio (istantanea indelebile nella
memoria), e si accanirono contro alcune utilitarie parcheggiate lungo il
percorso – la polizia si limitava ad osservarli da lontano, e sul
momento non intervenne. La situazione degenerò in un’irriconoscibile
piazza San Giovanni, dove un furgone venne dato alle
fiamme: un amico ed io ci allontanammo sgomenti ma incolumi da quella bolgia assieme
a un’inconsapevole ragazza tedesca che, poverina, proprio quel giorno era
arrivata a Roma al termine di un lungo pellegrinaggio. Anche
all’epoca, al pari di oggi, fu imputata agli organizzatori la presunta colpa di
non aver allestito un adeguato servizio d’ordine, ma il confronto con le
oceaniche adunate comuniste degli anni ’60-’70 appare surreale: si
dimentica che il PCI era una disciplinatissima forza politica di massa in
grado di mobilitare milioni di sostenitori, ma che contava soprattutto
sull’apporto di decine di migliaia di attivisti. La disintegrazione dei partiti
popolari seguita alla tempesta di Mani Pulite e all’avvento della c.d. Seconda
Repubblica ha prodotto incertezza e caos, favorendo l’infiltrazione di corpi
estranei ben strutturati all’interno di mobilitazioni che quasi sempre si
generano spontaneamente sull’onda delle emozioni ed alle quali debilitate
formazioni politiche tutt’al più si accodano.
Sull’identità di questi
“incappucciati” e di chi li guida non disponiamo di informazioni sicure:
potrebbe trattarsi di provocatori al guinzaglio di qualche potere occulto
oppure di teppisti ammantati di ribellismo che operano, tuttavia, con metodi
fin troppo professionali – che ne siano o meno consapevoli, costoro sono in
ogni caso complici dei regimi che pretendono di combattere.
Che altro aggiungere? Che il
ferimento di un poliziotto, cui vanno la nostra solidarietà e auguri di una
rapida guarigione (che estendiamo però anche
alle “invisibili” vittime collaterali dei ricorrenti
tafferugli di piazza), non giustifica un ulteriore e indiscriminato giro di
vite repressivo né irragionevoli paragoni con i protagonisti di quella che
fu, sia pure in piccolo, una sorta di guerra civile. Potremmo dire che
difetta il nesso causale, ma è rinvenibile l’elemento soggettivo…
Ai regimi autoritari, d’altronde, non mancano mai i pretesti per imporre, in nome della sicurezza (la loro e quella di chi rappresentano), misure restrittive delle libertà e dei diritti civili e sociali. Su una strada già tracciata i decreti emergenziali/eccezionali procedono ormai agevolmente in automatico.
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