Nel dibattito pubblico
contemporaneo, tanto intellettuale quanto politico, nelle società occidentali
l’accusa di vivere ancora all’interno di un “patriarcato” è diventata
estremamente frequente. Secondo una certa vulgata femminista, il patriarcato
sarebbe la struttura nascosta che determina ogni dinamica sociale, culturale e
perfino psicologica. L’etichetta viene applicata con grande facilità, spesso
con leggerezza, in discussioni pubbliche e private, come se il suo significato
fosse ovvio e universalmente condiviso.
Eppure, proprio questa inflazione del termine rivela un problema: non è affatto chiaro che cosa si intenda davvero per “patriarcato”. Si tratta forse del potere assoluto dell’uomo? Della sua preminenza nel matrimonio, nella famiglia o nella società? Se così fosse, l’accusa non reggerebbe, almeno nel contesto italiano (e occidentale nel suo complesso ma non solo), dove l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne è pienamente riconosciuta. Definire “patriarcale” una società che, sul piano della legge, garantisce pari diritti significa confondere consuetudini, percezioni o casi patologici con strutture normative reali.
Il discorso diventa ancora più problematico quando si associa automaticamente il tema del femminicidio al patriarcato. In molti casi, ciò che viene definito “femminicidio” è in realtà un suicidio allargato, una patologia psichiatrica riconosciuta nei manuali diagnostici internazionali come il DSM-5. Ridurre fenomeni complessi e tragici ad un’unica categoria ideologica non aiuta a comprenderli, né tantomeno a prevenirli. L’accusa di patriarcato, così formulata, risulta quindi non solo imprecisa, ma anche fuorviante.
Per comprendere davvero
queste dinamiche è necessario decostruire alcuni pregiudizi consolidati, a
partire dal modo in cui interpretiamo le società tradizionali e i loro rapporti
con la modernità. In questo senso, il confronto tra Iran e Occidente è
emblematico: due modelli che affrontano le sfide del presente in modi
radicalmente diversi, e che proprio per questo mettono in luce i limiti delle
categorie interpretative con cui spesso leggiamo la realtà.
Nelle società
occidentali contemporanee, profondamente influenzate dalle rivendicazioni dei
diritti civili, dalle sensibilità dei movimenti “woke” e dalle battaglie del
mondo LGBTQ+, il concetto di patriarcato è stato progressivamente appiattito su
una rappresentazione bidimensionale. Viene spesso ridotto a un semplice
sinonimo di oppressione, arretratezza o dominio maschile, percepito come un
relitto del passato incapace di confrontarsi con la modernità.
Questa interpretazione
riduttiva del patriarcato finisce per oscurare la complessità delle strutture
sociali tradizionali. Molti osservatori occidentali tendono infatti a
confondere la rigidità di un sistema con la sua fragilità, dando per scontato
che una società patriarcale sia destinata a crollare sotto il peso del
progresso globale. È una lettura che semplifica eccessivamente la realtà e
impedisce di comprendere come alcune società, pur mantenendo assetti
tradizionali, riescano a confrontarsi con la modernità in modi inattesi e
spesso efficaci.
Sottotraccia,
l’affermazione implicita è sempre la stessa: il patriarcato sarebbe un residuo
del passato, in Occidente avrebbe dato pessima prova di sé, e in Oriente non
sarebbe altro che un continuum destinato prima o poi a essere sconfitto. Ma
questa premessa non ci dice nulla su come funzioni davvero una società diversa
da quella europea, come quella iraniana. Se anche si accetta l’idea che l’Iran
sia una società patriarcale, resta comunque necessario osservare la realtà
concreta per capire che cosa questo significhi. È proprio qui che il caso
iraniano diventa illuminante.
Il caso dell’Iran
smonta, almeno in parte, la narrazione occidentale. Lungi dal soccombere
passivamente, l’Iran ha dimostrato una notevole capacità di resistenza
geopolitica e culturale. Non si tratta di celebrare o giustificare un sistema
politico autoritario, ma di prendere atto di un dato oggettivo: l’impianto
patriarcale e tradizionalista ha funzionato come un potente collante sociale,
rivelandosi sorprendentemente efficace soprattutto nelle dinamiche di una
guerra di difesa. Il patriarcato, codificando rigidamente i ruoli, assegna
storicamente e culturalmente al giovane maschio il dovere intrinseco di
proteggere la famiglia, la comunità e la fede. In un contesto di prolungata
conflittualità e accerchiamento, come quello vissuto dall’Iran nei confronti
degli Stati Uniti e dei loro alleati, questa struttura ha fornito allo Stato
una leva motivazionale formidabile. Fondendo l’identità maschile tradizionale
con il fervore nazionalistico e con l’etica religiosa, il sistema è riuscito a
mobilitare intere generazioni di giovani uomini. Il giovane basiji che
si arruola in questa milizia volontaria riceve uno stipendio e, in età molto
giovane, trova in essa una forma di realizzazione personale. È noto che in
Occidente i basiji godano di una pessima reputazione, ma il mio intento
non è rivalutare né condannare questa realtà. Ciò che interessa qui è un altro
punto: i basiji offrono ai loro membri un’identità precisa, un ruolo
definito e un riconoscimento sociale tutt’altro che trascurabile. La guerra
esalta tale realtà.
Per molti giovani,
entrare in questa struttura significa ottenere un posto nel mondo, una funzione
riconosciuta dalla comunità e un senso di appartenenza che altrimenti non
avrebbero. È questo elemento identitario, più che l’aspetto politico o
militare, a spiegare la forza di attrazione che la milizia esercita su una
parte della gioventù iraniana. Per loro, difendere i confini non rappresenta
soltanto un obbligo imposto dall’alto, ma il compimento del proprio ruolo
sociale e spirituale, erigendo così un baluardo umano e ideologico difficile da
scalfire.
A marcare in modo ancora
più netto la distanza tra questi due mondi è il diverso rapporto con la fine
della vita umana, diretta conseguenza delle differenti strutture sociali. Come
osservato da Ernest Becker nel suo saggio Il rifiuto della morte,
l’Occidente contemporaneo ha trasformato la morte nell’ultimo grande tabù. In
una società che privilegia il benessere individuale, l’autorealizzazione e la
preservazione della vita a ogni costo, la morte è percepita come un errore, un
evento da rimuovere, negare o medicalizzare, piuttosto che come una fase
naturale dell’esistenza.
Questa mutazione
culturale ha conseguenze dirette anche sul piano geopolitico: la disponibilità
occidentale a inviare i propri soldati a combattere si è drasticamente ridotta.
Le perdite umane sono diventate politicamente e socialmente intollerabili per
una sensibilità moderna che ripudia il concetto stesso di sacrificio marziale.
In più, si aggiunga che spesso i reduci di una guerra, vinta o persa che sia,
sono visti con fastidio e tenuti al margine della società; come dimostrano
studi approfonditi sui reduci del Vietnam e delle guerre del Golfo del
Ventesimo e Ventunesimo secolo, appare chiaro che il maschio che ha combattuto
in guerra, in un qualsiasi Paese occidentale, al suo ritorno non trova una
nazione che lo accoglie, ma una che lo esorcizza e, in molti casi, addirittura
lo rifiuta.
Al contrario, in Iran la
percezione del rischio e del sacrificio risponde a logiche antiche, dove la
morte in battaglia è non solo accettata, ma glorificata. Leader religiosi,
ayatollah, vertici militari dei Pasdaran e giovani coscritti hanno
affrontato ripetutamente la possibilità della morte senza considerarla un
oltraggio o una sconfitta. Nella loro prospettiva — interiorizzata attraverso
l’educazione patriarcale e religiosa — la fine della vita in nome di una causa
non è un tabù da evitare, bensì parte integrante di un percorso di lotta e
l’espressione più alta del dovere collettivo.
Il reduce iraniano che
ha combattuto con forza e coraggio in una guerra — per esempio nell’ultima fase
di tensione diretta con gli Stati Uniti — viene accolto con rispetto e onore.
La sua condizione di uomo che ha compiuto il proprio dovere non viene nascosta,
né relegata ai margini della vita familiare: al contrario, viene esaltata come
prova di valore e maturità.
Ed è proprio qui che
emerge un altro elemento spesso ignorato in Occidente. In guerra, uno dei modi
più efficaci per indebolire un sistema sociale è colpire i meccanismi che
garantiscono identità, appartenenza e sostentamento ai combattenti e alle loro
famiglie. Non è un caso che, qualche mese fa, Israele, che conosce molto bene
la struttura della società iraniana, abbia tentato di distruggere il sistema di
pagamento degli stipendi dei Basij. Un attacco di questo tipo non mira
solo a danneggiare un’infrastruttura tecnica: punta a spezzare il legame tra la
milizia e i suoi membri, a minare la loro motivazione e il riconoscimento
sociale che ne deriva.
Il fatto stesso che
questo obiettivo sia stato preso di mira dimostra quanto sia centrale, per la
coesione iraniana, il ruolo identitario e comunitario svolto da queste
strutture patriarcali.
Questa dinamica conferma
indirettamente che ciò che in Occidente viene spesso liquidato come un semplice
“residuo del passato” continua invece a funzionare, in Iran, come un pilastro
sociale e politico di notevole resilienza. Le società occidentali, al
contrario, hanno progressivamente abbandonato la valorizzazione del sacrificio
in guerra, delegando sempre più spesso le operazioni militari a personale
contrattualizzato o a forze professionali altamente specializzate, riducendo
così il coinvolgimento diretto della popolazione generale nei conflitti. Si
crede, insomma, che la tecnologia e il bombardamento possano risolvere tutto.
Questa trasformazione
culturale — maturata dopo le esperienze traumatiche della Prima e della Seconda
Guerra Mondiale — ha portato a una crescente intolleranza verso le perdite
umane e a una visione della guerra come evento da gestire a distanza, con
tecnologie avanzate e personale limitato. In questo quadro, il combattimento
corpo a corpo o la mobilitazione di massa non rappresentano più un elemento
identitario o un valore condiviso, ma un retaggio del passato che le società
occidentali tendono a evitare. Anche perché, semplicemente, non ne sarebbero
capaci. Le società occidentali non riuscirebbero oggi ad arruolare intere masse
di uomini per difendere i propri confini. Questo è un fenomeno di lunga durata.
Basta pensare al fatto che, quando a partire dal XVI secolo l’Occidente si
lanciò all’assalto dell’Asia, lo fece con numeri molto più ridotti di quanto si
immagini. La sua forza non risiedeva nella quantità degli uomini, ma nella
superiorità tecnologica e organizzativa, elementi che in Oriente non erano
disponibili in quella forma. Per comprendere questa dinamica storica, è utile
la lettura di Geoffrey Parker e del suo celebre studio La rivoluzione
militare, che analizza come l’evoluzione delle tecniche belliche europee —
artiglieria, fortificazioni, logistica, disciplina — abbia permesso a eserciti
relativamente piccoli di ottenere risultati enormi su scala globale. Ma pensare
di vincere esclusivamente con la tecnologia è un abbaglio che spesso è stato
pagato a caro prezzo da parte dell’Occidente.
L’Iran, invece, conserva
un modello in cui il sacrificio individuale è ancora riconosciuto e socialmente
valorizzato. Questo spiega perché strutture come i Basij continuino a
svolgere un ruolo significativo: esse forniscono identità, appartenenza e
riconoscimento. Ed è proprio per questo che, come mostrano alcuni episodi
recenti, attori esterni hanno tentato di colpire non solo le infrastrutture
militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e organizzativo di queste
milizie, consapevoli del loro peso sociale. Guardando a questi contrasti
attraverso la lente di pensatori che hanno analizzato le dinamiche tra civiltà,
risulta evidente che non ci si trovi di fronte solo a divergenze politiche, ma
a vere e proprie incompatibilità filosofiche. Da un lato, un Occidente che,
navigando tra nuove sensibilità e la sacralità dell’individuo, fatica a comprendere
la forza trainante del dovere collettivo; dall’altro, una società orientale che
fa delle sue contraddizioni e della sua cultura patriarcale lo scudo con cui
motivare i propri figli e resistere agli urti della storia.
A questo quadro si
aggiunge un elemento spesso ignorato: il peso della guerra ricade storicamente
sul maschio, in ogni civiltà. È l’uomo che, per millenni, ha combattuto tutte
le guerre, portando sulle proprie spalle il costo fisico e psicologico del
conflitto. Questa costante antropologica è valida sia in Occidente sia in
Oriente, ma con una differenza decisiva.
In Occidente, la Prima e
la Seconda Guerra Mondiale — pur avendo prodotto figure eroiche — non hanno
generato un mito collettivo del combattente. Le narrazioni più forti, infatti,
non riguardano il fronte militare istituzionale, ma la resistenza civile e
clandestina durante l’occupazione tedesca: forme di coraggio non marziale,
spesso individuali o locali, che non hanno costruito un immaginario condiviso
del sacrificio maschile in battaglia. Spesso in Occidente si è glorificata la
donna portaordini, ma si è dimenticato di dire che, nel combattimento con i
tedeschi, erano gli uomini a sostenere il confronto; le donne portavano ordini,
non combattevano apertamente il nemico occupante. Gli uomini, invece, sì.
In Oriente, in Iran in
special modo, invece, il patriarcato ha continuato a riconoscere e valorizzare
il ruolo del combattente. La guerra Iran-Iraq ne è l’esempio più evidente: un
conflitto devastante che ha dato all’Iran la consapevolezza di possedere un
popolo disposto a sostenere lo Stato anche nei momenti più duri. In quel
contesto, il sacrificio maschile non è stato percepito come una tragedia da
rimuovere, ma come una prova di fedeltà e maturità, un elemento fondante dell’identità
nazionale.
Questa differenza
culturale spiega perché, ancora oggi, l’Iran riesca a mobilitare volontari e
milizie popolari, mentre l’Occidente fatica persino a immaginare una
mobilitazione di massa. Chiarisce anche perché attori esterni, conoscendo bene
la centralità di queste strutture, abbiano tentato di colpire non solo
obiettivi militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e simbolico delle
milizie iraniane: perché lì si trova il cuore della loro resilienza.
In definitiva, la forza dell’Iran contemporaneo non si misura solo nella vittoria del suo gruppo dirigente, ma in un’idea collettiva di una nazione che non si piega agli interessi esterni. È impossibile immaginare un Iran che insorga per poi trasformarsi in un satellite americano. Anzi, ciò che rende davvero solido questo Paese è la coesione della sua società, e in particolare degli uomini, che qui mantengono un ruolo e una considerazione che in Occidente si è persa da molto tempo. In questo contesto, la resistenza non è solo una strategia politica: è la dimostrazione che la forza di un Paese non risiede nell’assenza di perdite militari, ma nella compattezza del suo tessuto sociale, in cui il ruolo maschile resta centrale e riconosciuto.