La vittoria militare iraniana davanti
l’Operazione “Furia di Epstein” ha ridefinito gli equilibri
geo-strategici, creando in Asia occidentale tre blocchi egemonici del tutto
contrapposti:
- Israele, alleata strategica (anche se più
volte ho definito questa relazione come “gerarchica”) degli Stati Uniti,
Gran Bretagna ed Ue. L’obiettivo dei sionisti-revisionisti, al
potere nell’entità “per soli ebrei”, è quello di riposizionare lo “Stato
sionista” in quanto nuova Cartagine nel Mediterraneo.
- L’asse egemonico sunnita: Turchia, Arabia
Saudita e Pakistan. Si tratta di tre Paesi storicamente alleati di Washington
contro l’Asse della Resistenza (Siria baathista, Hezbollah,
Resistenza palestinese, Iran e Yemen), ma obbligati a coalizzarsi e costituire
un sistema di potere semi-indipendente per difendersi dal progetto della “Grande
Israele”.
- L’Asse sciita della Resistenza: dopo
il rovesciamento della Siria baathista (a cui, fra le diverse cose, ha
compartecipato Ankara), il trionfo di Teheran nella “guerra partigiana”
contro Israele e Stati Uniti ed il conseguente controllo sino-iraniano dello
Stretto di Hormuz hanno rilanciato in Asia occidentale l’ipotesi di nuove
Rivoluzioni democratiche ed antimperialiste.
Partiamo
da una domanda: chi è Erdogan, leader sunnita (secondo alcuni critici “neo-ottomano”)
che in Siria ha compartecipato al rovesciamento del governo socialista del Partito
Baath, mentre nella Terra di Palestina è, a ragione, entrato in rotta di
collisione coi sionisti-revisionisti, un clan barbaro che minaccia di
affogare la regione in un mare di sangue? Scrive Thierry Meyssan: “Il presidente Recep Tayyip Erdogan era un teppista di
strada entrato in politica nella milizia di Necmettin Erbakan, la Millî Görüş.
Si è fatto notare in Afghanistan, a fianco della Confraternita dei Fratelli
Mussulmani, poi ha sostenuto gli islamisti in Cecenia. È andato al potere in
Turchia con l’aiuto della CIA, contro cui ora si rivolta. Se nessuno dubita
della sincerità del cambio di bandiera, tutti si chiedono se sarà duraturo o se
Erdogan non tornerà a essere un agente di Washington come gli altri. In suo
nome Süleyman Soylu si è spinto oltre. L’obiettivo è far dimenticare
l’implicazione di Erdogan a fianco di Daesh contro la Siria, pur senza
rinnegare il suo greve passato” 1. Il
presidente turco ha realmente cambiato bandiera, dismettendo la cooperazione
con la NATO (di cui la Turchia fa parte) ed abbracciando la transizione
al multipolarismo, oppure, dopo aver analizzato il collasso statunitense in
Ucraina e la duplice disfatta israeliana a Gaza ed Iran, Ankara si sta
preparando a consolidare una polarità sub-imperialista relativamente
autonoma? Per l’imperialismo occidentale, una coalizione disomogenea sempre
meno collettiva, tutte le opzioni sono sul tavolo: da un possibile conflitto
inter-imperialista fra il Sunnystan e l’India, ad una operazione “Epstein
Fury” 2.0 contro l’Asse sciita della Resistenza.
Nell’aprire del 2023, Süleyman Soylu ha correttamente
disaminato la globalizzazione descrivendola ai giovani dell’AKP come il
tentativo dell’imperialismo USA di usare l’espansione dei mercati
transnazionali come arma per distruggere le culture autoctone (Ibidem);
una descrizione accurata del globalismo, di cui Israele – un’entità
genocida e post-nazista – ne è ingranaggio. Per Soylu, gli statunitensi
hanno perso, su scala pan-planetaria, il loro prestigio (l’analista turco si
riferiva, sicuramente, alla sconfitta USA in Ucraina), arrivando a descrivere
gli europei come sicari di Washington. Pur prendendo atto, nel 2023, che “è
il mondo intero a detestare l’America”, l’8 dicembre 2024 Ankara fu
corresponsabile del rovesciamento d’uno Stato plurale ed antimperialista, la
Siria panaraba, a dimostrazione di come i suoi equilibri interni siano
caratterizzati dal conflitto fra le fazioni “atlantista”, “nazionalista”
ed “eurasiatica” dell’establishment. Erdogan, con la sua “geopolitica
del serpente”, è il garante – più o meno forte – d’un equilibrio difficile
da decodificare per gli analisti eurocentrici.
Domanda: la Umma islamica ha reagito (vigliaccamente) alle
operazioni militari della Resistenza “musulmano-socialista” yemenita
contro Casa Saud, oppure teme (giustamente) il piano pazzoide di costruzione
della “Grande Israele”. Scrive l’analista strategico Pepe Escobar:
“A ciò si aggiungono i innumerevoli vincoli della Turchia
all’interno della NATO: un vero e proprio nido di vipere. È significativo che
la Turchia abbia informato l’Iran prima di firmare l’accordo della Mecca.
Ulteriori stratificazioni di propaganda suggeriscono addirittura che l’Iran
possa aderire all’accordo in una fase successiva, poiché Riyadh, in teoria,
rifiuta attacchi militari contro Teheran e l’Iran potrebbe essere protetto
dall’ombrello nucleare del Pakistan.” 2
Al margine di questo avvenimento geopolitico, il Pakistan ha
attaccato i Talebani in Afghanistan per conto degli USA 3, mentre, in
Siria, i separatisti etnici curdi (appoggiati dalla “sinistra neoliberale”
europea) si sono sciolti nell’esercito islamista di Al Sharaa, rendendosi
complici del genocidio delle popolazioni alawite. L’imperialismo genera
soltanto caos, distruzione e morte.
Una cosa è certa, il principale campo di battaglia e di
resistenza geoeconomica all’imperialismo USA è rappresentato dal triangolo
Russia, Cina ed Iran, non di certo dai BRICS. Primakov, analista
militare russo, ha delineato e rivisitato la nuova grande scacchiera: Russia,
Cina ed Iran possono (e devono) vincere.
1 https://www.voltairenet.org/article219208.html
2 https://comedonchisciotte.org/il-nuovo-grande-gioco-rivisitato/
3 https://www.sollevazione.it/2026/08/il-conflitto-tra-afghanistan-e-pakistan-di-sinistra-radicale-dellafghanistan.html
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