Educare è anche un atto politico morale, chi oggi insegna nelle scuole svolge, o dovrebbe svolgere, un ruolo fondamentale di costruzione della futura cittadinanza.
Senza giocare sulle parole, il
ruolo degli insegnanti è complesso, non basta conoscere la materia, urge invece
sapere educare, trasmettere conoscenze, adottare un metodo di studio e di
lavoro intellettuale, assumere un insieme di valori suggerendo pratiche
conseguenti. Non sono le linee guida dell’educazione civica di Valditara ma il
dovere della comunità educante.
La scuola italiana non funziona perché ogni Governo ha avuto un immane timore che proprio dai banchi degli istituti potesse nascere quello tsunami di rabbia, lotta ed indignazione che avrebbe dovuto cambiare il mondo dell’istruzione e la società stessa. E quindi tanta, troppa burocrazia, scuole mai aperte oltre il calendario scolastico, disinvestimenti a vari livelli. In passato abbiamo chiesto di aprire palestre e sale ma non c’era personale sufficiente e mancavano gli straordinari per questo genere di iniziativa eppure sarebbe stato innovativo e importante anche per dare una immagine diversa della scuola.
Le cause di questa crisi sono molteplici, oggi dobbiamo temere la normalizzazione delle scuole e dell’università con interventi ministeriali atti a utilizzare lo strumento delle ispezioni come monito e invito alla cieca obbedienza.
Davanti al rifiuto di un corso tenuto da militari in una scuola secondaria, il corpo docente ha sostenuto il bisogno di educare alla pace e non alla normalità della guerra sostenendo le idee di libertà, equità, giustizia e solidarietà. La presa di posizione del consiglio di istituto è stata avversata dalla Preside e dal Provveditorato, pesantemente accusata sui media locali.
Questi insegnanti sentono con
grande forza il bisogno di una azione etica e morale che accompagni il loro
lavoro iniziando a prendere posizioni scomode soprattutto oggi, a tutela
dei valori fondanti della convivenza civile e dell’autodeterminazione. E
non sono per lo più militanti, impegnati nel sindacato e nelle realtà sociale,
molti sfuggono perfino alla classica politicizzazione tanto temuta dai
dominanti.
Ci ha colpito la lettera ricevuta da questi docenti, con la richiesta di riservatezza che rispettiamo, contro i quali, in una cittadina del paese che non menzioniamo volutamente, è stata orchestrata l’ennesima campagna mediatica, hanno perfino ricordato sulla stampa locale che uno dei docenti organizzatori della iniziativa, a scuola, di solidarietà con il popolo palestinese, era stato arrestato e subito rilasciato, 25 anni or sono, nel corso di una protesta universitaria che rivendicava aule studio e sessioni di esame ravvicinate. Insomma, un giovane attivista e non certo un corruttore delle giovani generazioni che poi ha fatto il concorso a scuola e insegna da anni nella sua città con attestati di stima provenienti da presidi e genitori. Uno, per intenderci, che si è reso disponibile un giorno a settimana per ricevere nel suo tempo libero studenti e studentesse per colmare lacune e ritardi nelle materie che insegna. Eppure, il mostro è stato sbattuto in prima pagina.
Citiamo un passaggio della lettera inviata allo sportello del Sindacato Cub perché merita attenzione specie in tempi come i nostri nei quali la comunità educante è sotto continui attacchi del Governo e dei suoi partiti:
Come lavoratrici e lavoratori
della scuola chiediamoci cosa sta accadendo nel mondo e rimettiamo in
discussione il nostro stesso sapere attraverso la critica al processo di
colonialismo di insediamento che colpisce da decenni il popolo palestinese, in
particolare a Gaza, prova ne sia la presa di posizione di tante e
autorevoli voci della comunità internazionale e accademica che parlano
esplicitamente di genocidio
Non possiamo tollerare che il
nostro paese, come anche l’Unione Europea, continui a sostenere o
giustificare, omettendo le proprie responsabilità e inviando armamenti, un
regime di apartheid, non vogliamo restare in silenzio, la storia e i valori dell’insegnamento
ci impongono di prendere parola e di agire conseguentemente. Non accusiamo il
singolo politico ma un intero sistema di connivenza e per questo abbiamo
il forte bisogno di smilitarizzare la scuola e ribadire il nostro rifiuto alla
guerra.