Tutti i principali esponenti della Comunità ebraica romana e nazionale stanno ovviamente condannando il gesto del giovane di 21 anni che il 25 aprile scorso ha sparato con una pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’ANPI, ferendoli in modo fortunatamente non grave. Le circostanze lascerebbero supporre che si sia trattato di un gesto individuale, tuttavia non ne abbiamo certezza, anche perché sono ormai numerose le aggressioni e gli atti di violenza squadristica di cui esponenti della comunità ebraica, soprattutto quella romana, si sono resi protagonisti. Fra i più gravi ricordo l’aggressione nei confronti di Gabriele Rubini, meglio conosciuto come “Chef Rubio”, quella all’attivista italo-palestinese Karem Rohana, entrambi pestati a sangue in veri e propri agguati da parte di gruppi armati, e l’aggressione agli studenti del liceo Caravillani nel quartiere Monteverde, sempre a Roma, mentre nel cortile della scuola era in corso un’assemblea per protestare contro il genocidio, tuttora in corso, in Palestina. Nessuno dei responsabili di questi atti di violenza è mai stato individuato dalle autorità giudiziarie e, francamente, riesce assai difficile, per dirla con un eufemismo, pensare che all’interno della comunità ebraica tutti, soprattutto ai vertici, siano all’oscuro delle attività di questi gruppi organizzati di fanatici violenti. Anche perché, e qui la questione diventa di natura squisitamente politica, è ormai ampiamente noto che la comunità ebraica italiana, e quella romana in particolare, sia fra quelle più estremiste e del tutto allineata anche e soprattutto con l’attuale governo israeliano. A differenza di tante altre comunità ebraiche nel mondo all’interno delle quali sono sorte associazioni e movimenti critici nei confronti del sionismo e delle politiche razziste e genocidarie di Israele (e non solo nei confronti dell’attuale governo), quella italiana, con rarissime eccezioni, è allineata e coperta, se non del tutto sovrapposta, alle posizioni dello stesso Israele; quella romana, in particolare, è sicuramente la più estremista.
E’ quindi evidente, al di là
delle scontate dichiarazioni di condanna da parte degli esponenti della comunità
ebraica rispetto all’accaduto, che tali atti e manifestazioni ripetute di
violenza siano il risultato di un humus, di una postura della stessa comunità
ebraica nazionale e romana che ha di fatto creato le condizioni per la crescita
di questa generazione di giovani, ma anche meno giovani, fanatici sionisti. Del
resto, nel momento in cui la stragrande maggioranza della suddetta comunità si
identifica e si riconosce nello stato di Israele – e non mi sembra che al suo
interno si siano levate voci di dissenso rispetto a quanto sta avvenendo a Gaza
e in Cisgiordania da un paio di anni a questa parte – non c’è ragione per stupirsi
di fronte agli atti di violenza compiuti da alcuni dei loro appartenenti.
Questi ultimi non sono una scheggia impazzita ma i “figli sani” (si fa per dire…),
il prodotto di quel mondo, di quell’ambiente e di quella ideologia. D’altro
canto, di fronte alla macelleria umana che Israele sta perpetrando a Gaza cosa
volete che sia un’aggressione ai danni di qualcuno? E qual è la relazione fra
la comunità ebraica italiana e lo stato di Israele? Vogliamo dire simbiotica? E
quindi, ancora una volta, perché stupirsi delle violenze commesse dai militanti
ebraico-sionisti?
La mia opinione è che il mondo ebraico connivente con lo stato di Israele e con il sionismo, si stia scavando un fossato intorno a sé, alimentando un circuito vizioso in cui si sono avviluppati e dal quale non vogliono neanche uscire. La favola dell’antisemitismo non funziona più, non ci crede più nessuno. E se qualcuno lo alimenta è proprio Israele che ne ha necessità per poter continuare a giustificare i suoi crimini contro l’umanità. Il re è ormai nudo. Israele è uno stato terrorista, guerrafondaio, razzista e genocida. E’ ora che ne prendano atto soprattutto gli ebrei, e ne prendano le distanze. Può esistere, deve esistere un altro modo di vivere la propria storia, cultura, religione e identità.
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