Si è tornati a parlare
di crisi demografica. A rilanciare il tema è stato l’economista e direttore
della Svimez, Luca
Bianchi, intervenuto a Potenza il 17 gennaio u.s. I dati
presentati, ormai noti da tempo, sono a dir poco drammatici: entro il 2050 il
Mezzogiorno perderà circa 3
milioni di abitanti e la Basilicata scenderà sotto la soglia
dei 410.000 residenti.
Bianchi ha sottolineato
come la perdita di popolazione sia avvenuta nonostante una fase in cui, anche
grazie al PNRR,
il Sud abbia registrato tassi di crescita superiori a quelli del Centro-Nord. A
suo giudizio, la ragione va ricercata nella natura di questa crescita, fortemente
legata alla creazione di occupazione in settori quali il turismo e l’edilizia: comparti a
basso valore aggiunto,
che non intercettano la domanda proveniente dalle famiglie lucane.
Famiglie che, invece,
investono sulla formazione
dei figli e su un’idea di futuro che non può ridursi all’unica
prospettiva di diventare camerieri, guide turistiche o operai edili. Sia
chiaro: massimo rispetto per chi svolge queste attività. Ma è evidente che il crollo demografico
che si manifesterà nei prossimi decenni – dovuto in parte all’emigrazione e in
parte alla bassa natalità, strettamente connessa alla fuga dei giovani –
segnala un problema strutturale molto più profondo.
L’idea di sviluppo
perseguita dalle classi
dirigenti lucane – non solo politiche – non è soltanto
inadeguata rispetto alla domanda sociale; è, cosa ancora più grave, funzionale alla conservazione di un
sistema di rendita. Un sistema che punta a mantenere le
posizioni acquisite dai ceti dominanti, dai rentier regionali: quei gruppi sociali
che, a diverso titolo, controllano le leve del potere e indirizzano le risorse
pubbliche non verso lo sviluppo, ma verso politiche di mera sopravvivenza del
sistema stesso.
Il meccanismo è
semplice: investire in settori che consentono di attingere facilmente a risorse
pubbliche, richiedendo investimenti privati relativamente modesti e garantendo
una rendita stabile nel tempo. L’agriturismo, da questo punto di vista, è un
esempio emblematico. Molto più difficile – e rischioso – è investire in settori
che richiedono ricerca,
innovazione, capacità imprenditoriale e volontà di competere sui mercati.
Eppure la Basilicata
dispone di risorse invidiabili, a partire dagli idrocarburi. Nonostante l’apertura alle
multinazionali del settore, gli effetti sul sistema economico e sociale
regionale sono stati minimi. Le royalties
non sono state utilizzate per generare sviluppo strutturale, ma per mantenere l’esistente,
finendo per alimentare prevalentemente la rendita.
Questo assetto è stato
ulteriormente rafforzato da forme
di rivendicazione ambientalista che, al di là delle intenzioni,
hanno finito per fornire il miglior assist possibile alla conservazione del
sistema. È evidente che ogni processo di sviluppo comporta un impatto
ambientale; ma tutela
dell’ambiente e sviluppo economico non sono necessariamente antitetici.
La vera sfida politica sta nella capacità di contemperare interessi e obiettivi diversi.
Il fatto che ciò non
sia avvenuto è il risultato di approcci ideologici
e non riformisti, che continuano a riprodursi sia tra le forze
di governo sia tra quelle di opposizione. I primi – da destra a sinistra –
puntano apertamente alla conservazione; i secondi, in nome di una presunta
difesa integrale del territorio, finiscono per sostenere una posizione che
conduce esattamente all’esito descritto da Bianchi: una Basilicata ridotta a 410.000 abitanti.
Una posizione che potremmo definire “progressista” solo in apparenza, ma che in
realtà rappresenta l’altra faccia della conservazione.
Secondo Luca Bianchi,
una possibile risposta è rappresentata dalle Zone Economiche Speciali (ZES). Questo
strumento richiama, per certi aspetti, gli interventi delle monarchie illuminate del XVIII
secolo, come i porti franchi, l’abbattimento delle barriere
doganali interne e il riordino normativo, tutti pensati per favorire
l’iniziativa privata e lo sviluppo dei traffici. Le ZES non sono la stessa
cosa, ma l’analogia storica aiuta a comprenderne la logica.
Le ZES sono concepite
per creare condizioni favorevoli allo sviluppo economico in aree specifiche,
attraverso agevolazioni
fiscali, sgravi
contributivi, semplificazioni
amministrative, riduzione
della burocrazia e tempi rapidi di autorizzazione, con
l’obiettivo di attrarre investimenti privati e colmare i divari territoriali.
Come evidenziato dallo
studio
dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (Università
Cattolica, novembre 2025), la Legge di Bilancio 2026 ha prorogato la ZES Unica – attiva
dal gennaio 2024 – fino al 2028, stanziando risorse significative e rafforzando
strumenti quali l’autorizzazione unica e lo Sportello Unico Digitale Nazionale.
I primi dati mostrano
risultati incoraggianti in termini di investimenti e occupazione. Tuttavia, la
letteratura economica internazionale insegna che le ZES funzionano solo in presenza
di un contesto economico solido, infrastrutture adeguate,
investimenti in ricerca
e innovazione e una chiara strategia industriale. Dove questi
fattori mancano, le ZES rischiano di produrre effetti limitati o di rafforzare
produzioni a basso valore aggiunto.
È questa la vera sfida
per la Basilicata: decidere se utilizzare strumenti come la ZES per rompere il sistema della rendita
e costruire uno sviluppo fondato su conoscenza, lavoro qualificato e
competitività, oppure continuare lungo una strada che, come i dati demografici
indicano chiaramente, conduce a un progressivo svuotamento economico e sociale
della regione.
Tutto ciò premesso, la
lettura comparata delle esperienze internazionali in cui operano le ZES – basti
ricordare che la Cina ospita circa la metà delle oltre 5.700 zone economiche
speciali attive a livello mondiale – conferma che il ruolo dello Stato è determinante,
ma non neutrale. È proprio il caso cinese a mostrare come le ZES possano
funzionare solo se inserite in una strategia industriale coerente, sorrette da
una pubblica amministrazione capace di orientare gli investimenti, selezionare
le priorità e disciplinare i comportamenti opportunistici. In assenza di queste
condizioni, le ZES non diventano strumenti di sviluppo, ma dispositivi di
gestione politica dell’economia, funzionali alla riproduzione delle rendite
locali.
In Basilicata,
tuttavia, il limite principale non risiede soltanto nella debolezza delle
politiche industriali, ma nel contesto civico e culturale in cui esse vengono
concepite e attuate. Il “familismo amorale” descritto da Banfield e il deficit
di senso civico analizzato da Putnam non rappresentano semplici tratti
sociologici del passato, ma continuano a operare come vincoli strutturali
all’efficacia dell’intervento pubblico. In un contesto caratterizzato da
relazioni personalistiche, bassa fiducia istituzionale e scarsa accountability,
le politiche industriali tendono inevitabilmente a essere catturate da
interessi particolari, perdendo ogni capacità selettiva e trasformandosi in
strumenti di distribuzione discrezionale delle risorse.
Ne deriva che il fallimento delle politiche di sviluppo non è il prodotto di errori tecnici o di carenze finanziarie, ma l’esito coerente di un assetto culturale e istituzionale che premia la fedeltà relazionale più che il merito, la prossimità al potere più che la capacità innovativa. In questo quadro, anche strumenti potenzialmente avanzati come le ZES rischiano di essere neutralizzati, assorbiti dal sistema esistente e piegati a una funzione conservativa, contribuendo così – indirettamente ma in modo decisivo – al progressivo svuotamento demografico ed economico della regione.