Un’analisi critica e disincantata ci
offre strumenti preziosi per smascherare le narrazioni dominanti,
specialmente quando queste mascherano le esigenze del capitale sotto
la veste dell’emancipazione sociale. Ne è un esempio perfetto
l’articolo
di Barbara Poggio, intitolato “Imprese senza personale e
occupazione femminile ai minimi in Europa: il doppio problema del
lavoro in Italia”. Poggio lamenta la difficoltà delle aziende
nel reperire personale, collegandola al basso tasso di occupazione
femminile e citando i dati di un rapporto del Cnel. Tuttavia,
l’intera impalcatura del suo ragionamento si basa sul dogma
vittimistico che vede le donne come soggetti passivi e penalizzati
dal sistema, omettendo sistematicamente di analizzare la questione
dal punto di vista della libera scelta e della diseguaglianza di
genere che colpisce implacabilmente gli uomini.
Poggio sostiene che per molte donne
“gli impegni familiari restano tra i principali ostacoli alla
partecipazione” e critica un modello organizzativo del lavoro
costruito attorno a “una persona sempre disponibile”. Ciò
che l’articolo si guarda bene dall’ammettere è che l’assenza dal
mercato del lavoro non è necessariamente un’esclusione imposta, ma è
molto spesso l’esercizio di un privilegio. A differenza degli uomini
– sui quali la società impone fin dalla nascita il ruolo
ineludibile di breadwinner (colui che deve produrre reddito a
ogni costo) – molte donne hanno la concreta possibilità di trovare
un partner maschile disposto a occuparsi del loro sostentamento.
Scegliere di dedicarsi alla famiglia, o semplicemente scegliere di
non sottostare alle logiche usuranti e alienanti del lavoro salariato
perché si dispone di una rete di protezione maschile, è una libera
opzione. Trasformare questa libertà di scelta in una presunta
“penalizzazione” significa negare l’autodeterminazione
femminile pur di fornire nuova forza lavoro a basso costo alle
imprese.
Questa asimmetria nella libertà di
scelta si riflette anche nei percorsi formativi. Nel suo articolo,
Poggio cita il Rapporto AlmaLaurea 2026, evidenziando come le donne
rappresentino il 60% delle persone laureate, ma solo il 40% in ambito
Stem. L’autrice attribuisce questa divaricazione a “stereotipi
che agiscono fin dall’infanzia”. Questa lettura è non solo
obsoleta, ma intellettualmente disonesta. Oggi le donne sono
massicciamente incentivate dallo Stato e dalle università a
intraprendere percorsi STEM, godendo di esenzioni dalle tasse
universitarie, borse di studio dedicate e campagne di
sensibilizzazione. Se, nonostante ciò, scelgono altri percorsi, lo
fanno per libera scelta. Al contrario, la retorica mainstream di cui
Poggio si fa portavoce ignora completamente il dramma educativo
maschile: la stragrande maggioranza degli abbandoni scolastici
precoci riguarda i ragazzi. Eppure, non esiste alcun incentivo
statale o esenzione dalle tasse per incoraggiare gli uomini a
iscriversi alle facoltà umanistiche, di cura o dell’educazione, dove
sono una minoranza assoluta. La parità, a quanto pare, viene
invocata a gran voce solo quando si tratta di spingere le donne verso
settori ad alta redditività.
Infine, l’argomento che destituisce
definitivamente di ogni fondamento la tesi di Poggio riguarda gli
estremi della società. Se davvero le donne fossero la componente
strutturalmente penalizzata, svantaggiata ed esclusa dalle garanzie
del mercato del lavoro, i gradini più bassi, disperati e mortali
della piramide sociale sarebbero occupati da loro. I dati reali ci
raccontano un’altra storia, drammatica e silenziosa: la stragrande
maggioranza dei senzatetto, dei tossicodipendenti, delle persone in
povertà assoluta e isolate, così come la quasi totalità delle
morti sul lavoro e dei suicidi per ragioni economiche, sono uomini.
L’articolo di Poggio, auspicando che le donne superino il “mancato incontro” con la domanda di lavoro delle imprese, si rivela per quello che è: un’operazione di ingegneria sociale che mira a colmare le carenze di manodopera di settori come “costruzioni, industria del legno, metalmeccanica ed elettronica”. Ma farlo fingendo che le donne siano le vere oppresse del sistema economico, mentre gli uomini marciscono ai margini della società senza alcun paracadute sociale, è una mistificazione che deve essere respinta con forza.
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