La fine della sintesi liberal-democratica


Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l’economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all’uno o all’altro interlocutore.

Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l’impianto teorico. Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l’impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo. 

Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati. Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea. 

Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall’egemonia culturale del capitalismo neoliberale. Per questa ragione ritengo che la contrapposizione fondamentale non sia più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, bensì quella tra democrazia e liberalismo, tra comunità e individualismo proprietario. Si tratta di categorie che attraversano e superano le tradizionali divisioni tra destra e sinistra. 

Per decenni abbiamo definito i sistemi politici occidentali come liberal-democratici. Oggi, però, quella sintesi appare sempre più fragile. Durante i cosiddetti Trente Glorieuses, i trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, i sistemi occidentali non furono soltanto liberal-democratici, ma anche sociali. Lo Stato interveniva nell’economia, redistribuiva ricchezza e garantiva diritti sociali. Oggi quella dimensione sociale appare fortemente ridimensionata. 

Se torniamo alle origini del liberalismo ottocentesco, troviamo sistemi politici nei quali i diritti politici erano strettamente collegati alla proprietà. Il diritto di voto e la partecipazione politica erano riservati a chi possedeva un certo censo. La democratizzazione dei sistemi liberali è consistita proprio nella separazione tra cittadinanza politica e proprietà. L’estensione del suffragio universale ha spezzato il legame tra possesso della ricchezza e partecipazione politica. Per questa ragione liberalismo e democrazia non sono mai stati la stessa cosa. Sono stati piuttosto elementi distinti che, in determinate fasi storiche, hanno trovato una sintesi. 

Oggi quella sintesi sembra essersi incrinata. La progressiva crescita del potere di organismi sovranazionali, banche centrali, autorità indipendenti, organismi tecnocratici e grandi fondi finanziari sembra aver ridotto gli spazi della decisione democratica. La tradizionale separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario, pur rimanendo formalmente in vigore, appare affiancata e in parte condizionata da nuovi centri di potere che sfuggono al controllo diretto dei cittadini. In questo senso il neoliberismo può essere interpretato come una riformulazione contemporanea del liberalismo originario: un sistema nel quale il primato della proprietà e del mercato tende nuovamente a prevalere sulla sovranità democratica. Il prefisso “neo” rappresenterebbe quindi una modernizzazione lessicale più che una trasformazione sostanziale. 

Alla base di questo processo vi è la figura dell’individuo proprietario. L’individuo contemporaneo non è soltanto proprietario di beni, ma è chiamato a concepire se stesso come capitale, come risorsa da valorizzare e da immettere sul mercato. In questa prospettiva il nichilismo non rappresenta semplicemente una crisi dei valori, ma diventa il presupposto culturale di un mercato senza limiti. Ogni legame comunitario, religioso, etico o culturale rischia di essere percepito come un ostacolo alla piena libertà di scambio. La democrazia stessa può diventare un limite, un vincolo, un’esternalità rispetto alle esigenze del mercato. Da questo punto di vista, la continua evocazione del fascismo e del comunismo appare soprattutto come uno strumento di distrazione politica. Quando una parte della destra parla di comunismo, spesso identifica con esso temi quali il femminismo, il transfemminismo, l’immigrazione, i diritti LGBT, la gestazione per altri o l’ambientalismo. Allo stesso modo, una parte della sinistra tende a identificare come fascista chiunque si opponga a tali posizioni. Ma questa contrapposizione non riguarda né il comunismo storico né il fascismo storico. Si tratta piuttosto di conflitti culturali interni alla stessa civiltà liberale, che coinvolgono differenti interpretazioni dei diritti individuali e delle libertà personali. Le divergenze riguardano prevalentemente questioni etiche e identitarie, mentre sul piano economico permane una sostanziale adesione all’orizzonte neoliberale. 

La vera sintesi politica contemporanea sembra essere quella tra autoritarismo istituzionale e neoliberismo culturale. Da un lato si rafforzano strutture decisionali tecnocratiche sempre meno sottoposte al controllo democratico; dall’altro il neoliberismo promuove una concezione dell’essere umano fondata sull’individualismo, sull’autonomia assoluta e sulla progressiva dissoluzione di ogni limite collettivo. In questo quadro il richiamo permanente al fascismo e al comunismo svolge una funzione ideologica: sposta l’attenzione dai processi di concentrazione della ricchezza e di svuotamento della democrazia. La questione decisiva del nostro tempo è rappresentata dalla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più ristretta. I dati economici disponibili mostrano come la distribuzione della ricchezza stia diventando sempre più squilibrata. È questo fenomeno, più di qualsiasi conflitto identitario o culturale, a rappresentare il vero fattore di crisi delle democrazie contemporanee. Per questa ragione la lotta politica fondamentale non appare più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, ma quella tra democrazia e neoliberismo. 

Il punto di rottura risiede nel recupero di una dimensione comunitaria capace di porre limiti al mercato e all’individualismo proprietario. La definizione teorica di questa idea di comunità resta aperta. È probabilmente uno dei terreni di ricerca più importanti per chi intende comprendere e trasformare la società contemporanea. 

3 commenti per “La fine della sintesi liberal-democratica

  1. Giulio Bonali
    6 Giugno 2026 at 9:41

    Parlando (inevitabilmente) da marxista (quale infatti sono) queste considerazioni mi sembrano decisamente sovrastrutturali e dunque superficiali, tali da non cogliere la dinamica profonda degli eventi, limitandosi alla superficie immediatamente apparente, e dunque da non consentirne il dominio pratico, l’ utilizzo consapevole e intenzionale delle forze determinanti in gioco onde cercare di raggiungere lo scopo (realistico e non meramente auspicabile in quanto inane conato o fantasticheria consolatoria) di mutare in meglio il mondo in cui viviamo e soffriamo.
    La borghesia capitalistica, almeno dalla metà del’ ottocento, ha superato sempre più irrimediabilmente e pesantemente la sua fase “ascendente” o progressiva (al culmine rivoluzionaria) che la spingeva a lottare per una LIMITATA democratizzazione RELATIVAmente alla condizione politica dell’ ancien regime.
    Da allora il (potenziale!) ruolo stoico oggettivo di sviluppare la democrazia e di portarla a superare tali ineluttabili limiti “borghesi” (carattere sostanzialmente formale) fino alla sua compiuta realizzazione effettiva (inevitabilmente) nel socialismo, o per lo meno di difenderla dal regresso (fascista) verso il peggiore autoritarismo aristocratico o meglio oligarchico che il capitalismo tende sempre più a sostituirle, é passato nelle mani della classe priva di mezzi di produzione e dunque sfruttata (tecnicamente: il proletariato) ed ai ceti suoi potenziali alleati non sfruttatori del lavoro altrui (piccola borghesia, “classi medie”).
    Quanto (direi: non poco!) di pur limitata e mai pienamente reale, effettiva, sempre in larga, decisiva misura meramente formale democrazia si é ottenuto nel novecento é stato conseguenza di rapporti di forza nella lotta di classe relativamente favorevoli -pur in assenza del potere statale- al proletariato ed ai suoi alleati dell’ Occidente nonché ai popoli (al proletariato e alla borghesia, anche “grande” ma non compradora) vittime dell’ imperialismo capitalistico “nordoccidentale” (la stragrande maggioranza dell’ umanità): é esistito fintanto che e nella misura in cui l’ esistenza REALE del socialismo sovietico e delle democrazie popolari, le potenti lotte antiimperialistiche del cosiddetto “terzo mondo” e quelle di classe dei lavoratori occidentali (reciprocamente potenziantisi) sono state in grado di contrastare efficacemente la potente intrinseca, oggettiva tendenza autoritaria e antidemocratica propria del capitalismo imperialistico nordoccidentale alla distruzione della democrazia (anche puramente formale; oltre che di tante altre conquiste di civiltà) e alla sua sostituzione con varie declinazioni di fascismo -ma anche alla negazione della sovranità popolare- a seconda dei diversi casi concreti (non dimentichiamo che il fascismo più “classico” od “originale”, quello italiano, alla faccia delle miserabili menzogne che continuamente proclamava con insopportabile retorica non meno “nazionalistica” -ma più precisamente imperialistica- che “sociale”, liquidò a vantaggio della Germania nazista la nostra sovranità e che fu la resistenza, e con particolare determinazione e vigore quella comunista e socialista, a lottare per ripristinarla, sia pure riuscendovi solo in qualche limitata misura).
    E dunque, al di là del senso fortemente distorto ed eminentemente reazionario che ha di fatto assunto il termine “sovranismo”, “da sempre” sovranità nazionale, democrazia e socialismo vanno di pari passo, così come, in direzione opposta, dominio imperialistico (subito; ma anche imposto: “nessun popolo che getti altri popoli in catene può essere libero” – Karl Marx, se ben ricordo, o forse Fiederich Engels), autoritarismo oligarchico e capitalismo.
    Questo é ciò di cui resto convinto, e dunque penso che “destra” e “sinistra”, “fascismo” e “antifascismo” siano concetti ancora chiari, validi, utilissimi e necessari per orientarsi nella lotta politica, inutili solo a coltivare un inane, “oppiaceo” utopismo.

    Li si ritiene invece vecchi concetti superati?
    Bene.
    Da amante della ragione, della verità e delle scienze (sia naturali che umane) sarei lietissimo che me lo si dimostrasse, anziché ripeterlo come trito e ritrito mantra ideologico filocapitalistico e reazionario!

  2. Giulio larosa
    6 Giugno 2026 at 18:28

    È quanto di meglio ho mai letto in proposito. Concordo su ogni parola!

  3. Antonio Martone
    6 Giugno 2026 at 20:54

    Caro Gerardo,

    ho letto con profonda attenzione la tua analisi e desidero condividere con te una convergenza che giudico essenziale. La sensazione di insoddisfazione davanti a gran parte del dibattito critico contemporaneo deriva, a mio avviso, da un errore di posizionamento teorico: si continua a cercare una via d’uscita utilizzando categorie novecentesche che appartengono ormai alla storia e che, nel presente, finiscono per operare come una sovrastruttura di distrazione ideologica.
    La vera svolta metodologica che proponi richiede uno spostamento radicale dello sguardo: la faglia decisiva non è più quella geometrica e orizzontale delle vecchie appartenenze, ma quella verticale che separa le oligarchie tecnocratiche dai soggetti interamente formati e deformati dal sistema.

    Il tecno-capitalismo ha compiuto un salto di qualità antropologico: non si limita a dominare i mercati o a governare i flussi finanziari, ma produce l’umano. Ha colonizzato l’immaginario, traducendo l’individuo nel nichilismo di un “capitale di se stesso”, una risorsa atomizzata e costantemente da valorizzare. In un deserto antropologico di questo tipo, pensare di risolvere la crisi della decisione comune attraverso il feticismo di vecchie strutture statuali o l’astrazione di una pianificazione globale significa scambiare l’effetto con la causa. Strutture politiche recuperate o inventate dall’alto, se abitate da individui che concepiscono se stessi come merci, non farebbero che riprodurre in scala diversa le medesime logiche del mercato.
    L’unica speranza autentica risiede dunque nella capacità di aprire una faglia, una crepa nel labirinto delle false uscite, comprese quelle più nobili dell’intellighenzia critica. Bisogna sottrarre il pensiero alla trappola dei conflitti culturali interni alla civiltà liberale – che logorano le intelligenze su questioni identitarie lasciando intatta l’infrastruttura economica – per rimettere a fuoco la scissione originaria tra la logica della proprietà e la logica della sovranità comune.
    A
    questo nucleo filosofico mi sembra necessario aggiungere un elemento: se la sfida cruciale è il recupero di una dimensione comunitaria capace di porre un limite all’individualismo proprietario, dobbiamo sottrarre il concetto stesso di “comunità” a due opposte derive. Da un lato, la reazione nostalgica e regressiva che vorrebbe restaurare identità chiuse e rassicuranti; dall’altro, la dissoluzione cosmopolita che accetta la fluidità del mercato globale.
    La comunità da pensare è una prassi da inventare: un’istituzione del limite e della solidarietà che sappia offrire a soggetti nati dentro l’orizzonte del mercato una possibilità di riconoscimento che non sia legata al valore di scambio.

    Ti ringrazio per aver tracciato una traiettoria filosofica capace di scavalcare le secche del già detto e di interpellare direttamente l’impensato del nostro tempo.

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