Le gemelle Kessler nascono
nella Germania nazista, in un Paese che nel giro di pochi anni sarebbe stato
sconfitto, occupato e moralmente delegittimato. Crescono tra macerie fisiche e
simboliche, in una società obbligata a reinventarsi. Ma è proprio da questo
vuoto che, negli anni ’50 e ’60, prende forma una nuova immagine nazionale: una
Germania che vuole apparire innocua, affidabile, culturalmente moderna. Le
Kessler diventano parte di questo processo non solo come artiste, ma come
figure pubbliche che incarnano la Germania “altra”, la Germania che vuole
rassicurare.
Il loro successo in Italia è
parte di un’operazione più ampia: aiutare l’Europa a fidarsi di nuovo della
Germania. Perché la Germania nata dopo il 1945 non era semplicemente un Paese
che aveva rinunciato alla guerra: era un Paese costruito sulla non-guerra,
sulla rinuncia strutturale all’uso della forza, sulla scelta di definirsi
attraverso la cultura, l’intrattenimento, l’industria civile e l’integrazione
europea. La Germania del secondo dopoguerra esisteva in funzione di un divieto:
mai più il militarismo, mai più la centralità delle armi come linguaggio
politico.
Non era solo una linea
diplomatica: era un’identità. La Germania che le Kessler rappresentano negli
show italiani, con la loro eleganza e la loro leggerezza, è parte di questa
identità postbellica fondata sul disarmo morale e simbolico. Il loro volto
pubblico diventa il volto di un Paese che intendeva essere l’opposto della
Germania in cui erano nate.
Per decenni questo modello
sembra consolidarsi. La Germania riunificata diventa sempre più progressista,
inclusiva, impegnata a definire la propria moralità civile in contrasto con
ogni ritorno alla violenza statale. Le legislazioni sulle minoranze, le nuove
categorie di identità di genere, persino il riconoscimento del gender fluid,
sono l’espressione di questa idea di Paese. Una Germania che esiste proprio
perché non vuole più essere una potenza armata, e che costruisce la propria
legittimità sulla centralità della persona, della libertà e del pluralismo.
Ed è qui che emerge la
frattura. Il riarmo tedesco contemporaneo – accelerato, esplicito, giustificato
da un crescente senso di minaccia – non rappresenta soltanto un cambio di
politica, rappresenta la fine di quella Germania nata nel 1945. La Germania
della non-guerra non c’è più. È stata sostituita da una Germania che torna a
concepirsi come attore strategico, che reinveste nel linguaggio militare e che
riscopre la logica dell’esercito come strumento di presenza internazionale e
dominio in Europa.
Per due figure come le
Kessler, che hanno letteralmente incarnato la Germania pacificata e
reintegrata, questa trasformazione non è solo geopolitica. È stata esistenziale.
La Germania che avevano contribuito a rendere accettabile all’immaginario
europeo si sta dissolvendo sotto i loro occhi. E ciò che prende forma è
qualcosa che percepiscono come estraneo: non necessariamente la Germania
aggressiva del passato, ma una Germania che ha smesso di essere quella
costruita per garantire che quel passato non tornasse mai più.
In questo senso, il loro disagio non è solo nostalgia privata, paura di rimanere sole senza l’altra, è uno dei sintomi di un cambiamento più profondo che attraversa l’Europa. Il sistema europeo nato dalla “non-guerra” sta cedendo, e la trasformazione tedesca ne è uno dei segnali più evidenti. Forse se ne sono andate anche perché potrebbero aver percepito che non avrebbero più avuto nella loro vita la Germania dove sono cresciute maturate e hanno avuto successo. A volte bisogna accettare che il mondo ci superi e ci trascenda e ci lasci indietro. Le Kessler ne hanno avuto consapevolezza e hanno deciso, da brave e diligenti soldatesse che questo mondo tedesco non era più il loro e bisognava accomiatarsi con dignità. E lo hanno fatto.
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