Il mantra più recitato dal
sistema mediatico occidentale per coprire ideologicamente la guerra e le
ripetute aggressioni contro l’Iran è ovviamente quello della condizione delle
donne in quel paese, con particolare riferimento al famigerato obbligo del
velo.
Le cose stanno in realtà in modo molto diverso da come vengono descritte, nel senso che l’Iran è (ormai con il tempo sempre più solo formalmente) uno stato confessionale che prevede che tutte e tutti – quindi non solo le donne ma anche gli uomini – siano formalmente obbligate/i a seguire una serie di regole e precetti. Le donne debbono portare il velo per coprire i capelli mentre agli uomini è proibito indossare in pubblico pantaloni corti, canottiere e magliette senza maniche (informazioni che chiunque può verificare sulla rete…). Non so se sia più disagevole l’obbligo del velo per le donne o quello dei pantaloni lunghi, specie d’estate, per gli uomini, ma non è questo il punto.
Il punto è che un sistema di
regole e precetti (che al di là dell’obbligo formale non vengono più rispettati
da molte persone e per averne contezza è sufficiente vedere qualsiasi servizio televisivo
o documentario girato per le strade di una città iraniana dove appare con
evidenza che molte donne passeggiano tranquillamente senza velo) che riguarda
tutti e tutte senza distinzione di sesso, viene descritto come un sistema finalizzato
a discriminare e a penalizzare a senso unico soltanto le donne.
Le ragioni di ciò sono evidenti. Si può (e si deve) ad esempio criticare l’obbligo per tutti e per tutte (nella realtà, come già detto, sempre più blando e sempre meno soggetto a sanzioni) di vestire nei modi consentiti dalla legge, e in questo caso sono completamente d’accordo con la critica. Se è del tutto legittimo, infatti, che un popolo debba essere libero di seguire i propri usi, costumi e tradizioni, dovrebbe essere altrettanto legittimo che chi non vuole seguirli, donna o uomo che sia, debba essere libero di non farlo. E fin qui ci siamo. Del resto da queste parti non abbiamo mai pensato né tanto meno sostenuto che l’Iran fosse il modello di società ideale.
Dove non ci siamo più è quando
tutto ciò viene deformato per ragioni strumentali e ideologiche e trasformato
in una vessazione a senso unico ai danni delle sole donne. Ed è qui che entra
in campo la narrazione (femminista) occidentale che deve descrivere l’Iran come
una sorta di inferno sulla terra per sole donne.
La realtà è che queste ultime sono pienamente inserite nella vita sociale, economica e politica della società iraniana anche perché costituiscono circa il 60% della popolazione universitaria (arriva al 70% la percentuale delle donne che si laureano nelle materie scientifiche, quindi ben superiore a quella dei loro colleghi uomini e una delle più alte in assoluto rispetto a tutti gli altri paesi del mondo…). Di conseguenza un gran numero di professionisti, medici, avvocati, giornalisti ma soprattutto ingegneri, tecnici e scienziati, sono donne, le quali costituiscono il nerbo della società iraniana. Tutto ciò viene dimenticato (si fa per dire…) dai media e dalla narrazione ideologico-mediatica occidentale, di destra o di “sinistra” (comunque accomunate nella demonizzazione dell’Iran).
Il lavoro di disinformazione e
manipolazione del sistema mediatico occidentale raggiunge il suo apice quando
si parla di pena di morte in Iran con particolare riguardo ai “reati contro la
morale”.
Ora, è sacrosanto battersi a prescindere contro la pena di morte ovunque e in particolar modo quando questa si abbatte su coloro che si sono “macchiati” di “reati contro la morale”, come ad esempio l’adulterio. Ma anche in questo caso si omette di dire che 1) la pena di morte in Iran (come più o meno in tutto il mondo) colpisce pressochè quasi esclusivamente gli uomini con una percentuale che oscilla dal 98 al 99%, 2) che la gran parte delle donne condannate a morte lo sono, nell’ordine dell’80% dei casi, per traffico di droga e nei restanti casi per lo più per omicidio e non per reati contro la morale e 3) che la legge iraniana condanna in egual misura l’adulterio sia che venga agito da donne che da uomini. Questo lo dicono i numeri, le percentuali e i fatti. Chi ne dubita può farsi una bella “passeggiata” sulla rete e verificare ciò che ho appena scritto (così si fa anche un esercizio di approfondimento e di indagine che serve a vincere la passività, soprattutto per chi non crede a ciò che ho scritto), in particolare visitando i siti di “Nessuno tocchi Caino” e di Amnesty International.
Il risvolto interessante (si fa per dire…) è che su questi siti i dati sulla pena di morte in Iran, anche e soprattutto per quanto riguarda la sua “specificità di genere”, vengono riportati fedelmente e oggettivamente per quelli che sono (né potrebbero fare altrimenti perché rischierebbero un danno di immagine e una perdita di credibilità…) ma con un approccio ideologico che tende comunque a interpretare in un determinato senso quegli stessi dati in modo da condizionare il pubblico; ma per i lettori più attenti la contraddizione è evidente. In altre parole i numeri e le percentuali vengono riportati oggettivamente ma interpretati e commentati in modo tale da influenzare il lettore dal punto di vista ideologico. E’ un po’ quello che, mutatis mutandis, accade con l’IA (chi di voi si fosse mai cimentato in tal senso lo ha verificato) che non è affatto neutrale e che tende a dare o meglio è impostata in modo tale da dare risposte in ultima analisi “ideologiche”. In altre parole anche e soprattutto quando il dato è oggettivo deve essere reinterpretato affinchè quella oggettività venga comunque letta e interiorizzata in una certa direzione. Questa “prassi” è tutt’altro che grossolana; al contrario, è altamente sofisticata. Pensiamo ad esempio al fatto che il mondo occidentale è alleato da sempre delle cosiddette “petromonarchie”, queste sì, effettivamente, delle tirannie sanguinarie come ad esempio l’Arabia Saudita, il primo paese al mondo per esecuzioni capitali in proporzione al numero di abitanti, dove si rischia la decapitazione pubblica soltanto per professare confessioni diverse da quella ufficiale wahabita e dove le donne fino a pochi anni fa non potevano neanche guidare l’automobile. Anche in questo caso i dati, i numeri e le percentuali sono oggettivi eppure agli occhi dello “spettatore” medio occidentale arrivano già “setacciati” e deformati. Il risultato è che l’Iran, un paese con un’architettura istituzionale molto complessa, una dialettica politica interna estremamente vivace e una società civile colta, istruita ed evoluta, viene percepito a priori come il luogo dell’oscurantismo e dell’empietà per definizione e l’Arabia Saudita come una sorta di parco giochi dove trascorrere le vacanze e magari andare a sciare in piste sciistiche artificiali in mezzo al deserto.
E’ in questo modo che si arriva al fatto che anche il massacro di 160 bambine in una scuola a causa di un bombardamento americano-israeliano è in fondo un danno collaterale, necessario per portare in quel paese diritti e democrazia, ca va sans dire. Ma questi sono, appunto, dettagli. Non sono un’anima bella, conosco le leggi della realpolitik e da tempo ho smesso di credere al Bene e al Male rigidamente separati però, proprio per questo, non riesco a sopportare di essere preso per i fondelli.
Fonte foto: Il Manifesto (da Google)