La vulgata ufficiale sul caporalato non serve a combattere lo sfruttamento

Per combattere il caporalato urge guardare alla condizione lavorativa e di vita di tutta la forza lavoro

Molteplici sono le forme illegali di intermediazione, reclutamento ed organizzazione della manodopera, non si tratta di meccanismi contorti dentro i processi di domanda ed offerta di lavoro ma di un sistema produttivo che da decenni ormai sfrutta in termini selvaggi e disumani la forza lavoro migrante ricattando quella autoctona per abbassare i salari peggiorando al contempo le condizioni di lavoro con il continuo incremento delle ore giornaliere.

Da quando il capitale ha guadagnato posizioni, dalla svolta dell’Eur in poi, i salariati hanno subìto i ricatti padronali e sono cresciuti fenomeni di sfruttamento selvaggio, di lavoro nero con contratti, quando vengono applicati, assai favorevoli per le associazioni datoriali.

Da anni assistiamo passivamente a crescenti violazioni su tutte le materie che riguardano  orario di lavoro, salari, contributi previdenziali, salute e sicurezza sul luogo del lavoro, queste violazioni avvengono sistematicamente contando sull’esiguo numero di ispettori preposti ai controlli e sulla connivenza tra sistema imprenditoriale e classe politica.

Se lo Stato, e i governi via via succedutisi, avessero voluto debellare caporalato e lavoro nero, avrebbero avuto strumenti e mezzi per farlo, stesso discorso vale per la piaga degli infortuni e delle morti sul lavoro.

Nella vulgata ufficiale il caporalato è frutto della intromissione di gruppi criminali presenti sui territori che imporrebbero alle aziende forza lavoro in nero assumendosi direttamente il compito di controllare le maestranze con ricatti, violenze ed intimidazioni. Quasi mai invece si riflette sulla dinamica capitalistica dello sfruttamento, ogni ragionamento viene piegato alla logica della legalità quando nella stessa legalità possono convivere sistemi di sfruttamento e insicurezza lavorativa, disparità crescenti di trattamento retributivo e forme di vero e proprio sfruttamento. L’obiettivo mai dichiarato è quello di porre fine al caporalato ma allo stesso tempo salvaguardare tutti i meccanismi di sfruttamento che alimentano il caporalato stesso.

Anche la ‘sotto-dichiarazione’ delle giornate o delle ore lavorate non è certo una novità a conferma che la evasione del fisco e dei contributi è parte integrante del sistema di sfruttamento selvaggio imperante. Non solo i diritti umani vengono calpestati, tutto parte dalla negazione dei diritti sociali, un tema sul quale da decenni latita la presenza sindacale e politica.

Le norme in materia di immigrazione hanno finito con rendere quasi impossibile l’ingresso regolare della forza lavoro migrante in Italia, eppure la Bossi Fini non è mai stata messa in discussione anche dai governi di centro sinistra.

La condizione di estrema debolezza e ricattabilità non riguarda solo la forza lavoro migrante ma anche quella autoctona, la xenofobia e il razzismo sono divenuti l’oppio dei popoli per occultare una realtà ben più complessa, ad esempio sulla presenza di tanto nero ed evasione fiscale nel sistema produttivo italiano, sulla presenza di una precarietà che ormai riguarda non solo la sfera lavorativa ma le nostre stesse esistenze.

La condizione dei migranti non è paragonabile a quella italiana che non corre certo il rischio del rimpatrio o la detenzione in qualche centro per migranti irregolari, resta il fatto che un approccio complessivo al lavoro e alla condizione di vita dei salariati non è tra le priorità del sindacato e delle forze politiche.

Invocare ispettori e controlli è esercizio diffuso del sindacato, resta il fatto che sottoscrivere intese e contratti a perdere alla fine mette i salariati in condizioni di mera subalternità e ricattabilità. Pensare che gli irregolari siano solo migranti è errato tanto che le statistiche pubblicate dalla Cgil parlano di oltre il 30 per cento rappresentato da cittadini italiani e comunitari pagati in media meno di 30 euro al giorno per oltre 10 ore giornaliere.

La pretesa di governare il fenomeno del lavoro nero con protocolli o tavoli formati da istituzioni, associazioni datoriali e sindacali, anche questo frutto del sistema concertativo, non ha rappresentato una soluzione permanendo regole atte a favorire lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro.

 E nel corso del tempo anche i pochi risultati ottenuti nelle misure di contrasto del lavoro nero sono stati vanificati da Governi che accordano aiuti e sgravi fiscali alle imprese come soluzione del problema lavorativo.

In questi anni il Sindacato ha portato avanti denunce alla Magistratura ma abbiamo visto come l’inizio di procedimenti penali sia sovente finito nel dimenticatoio anche per i tempi biblici della Giustizia. Pensare allora che l’approccio si limiti alla richiesta di ispettori e al rispetto della legalità significa non prendere atto delle dinamiche di sfruttamento a cui la forza lavoro viene soggetta, non costruire forme di mobilitazione avanzate atte al contrasto della riduzione dei costi del personale che comportano a loro volta condizioni di lavoro insicure e dannose per la nostra stessa salute.

Fonte foto: da Google

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.