C’è una narrazione ufficiale sull’origine dell’Unione
Europea che resiste tenacemente a ogni smentita: quella dei tre grandi
cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – che dalle macerie della seconda
guerra mondiale avrebbero tratto un progetto di riconciliazione ispirato alla Dottrina
sociale della Chiesa, alla sussidiarietà, alla dignità della persona
radicata in comunità organiche. È una narrazione bella, edificante, e
largamente falsa. O meglio: vera quanto basta per nascondere ciò che conta
davvero, ovvero che l’architettura profonda dell’Unione Europea – il suo DNA
istituzionale, la sua antropologia implicita, la sua filosofia del potere – non
viene da Roma né da Vienna, ma da Londra e da Washington. L’Europa realmente
esistente è figlia del pragmatismo anglosassone, dell’utilitarismo benthamiano e,
in ultima analisi, di una visione del mondo che ha radici teologiche
protestanti molto più profonde di quanto i suoi stessi artefici abbiano mai
riconosciuto.
Capire questo significa capire perché l’Unione sia
diventata ciò che è: non un tradimento del progetto originario, ma il suo
compimento coerente.
Il vero padre dell’integrazione europea non è De
Gasperi, che rimase sempre un politico nazionale con uno sguardo europeo, né
Schuman, che era prima di tutto un uomo di frontiera alla ricerca di una pace
possibile. Il vero architetto è Jean Monnet, e Monnet è una figura radicalmente
diversa da come viene solitamente raccontata.
Non era un intellettuale, né un filosofo politico, e
neppure un teorico della comunità. Era un mediatore e un ingegnere
istituzionale. Aveva trascorso diversi anni negli Stati Uniti e in Gran
Bretagna, lavorando per la Società delle Nazioni. Aveva inoltre partecipato
alla pianificazione economica alleata durante la guerra. Il suo metodo era empirico
nel senso più preciso del termine: la costruzione di strutture concrete che
producessero effetti concreti, lasciando che la politica seguisse come
conseguenza. Integrare prima il carbone e l’acciaio – le materie prime della
guerra – e poi vedere che cosa succedeva. Era Locke, non Tommaso d’Aquino. Era
Bentham, non Maritain.
Questo metodo funzionalista – integrare i mercati e
aspettare che la solidarietà politica venisse da sé, quasi per inerzia
istituzionale – presuppone un’antropologia precisa: l’individuo che massimizza
il proprio interesse all’interno di regole condivise tenderà spontaneamente
alla cooperazione. È esattamente la premessa del liberalismo anglosassone
classico. È l’homo oeconomicus di Mill, non la persona del
pensiero sociale cattolico.
Le differenze tra cattolicesimo e protestantesimo non
sono soltanto teologiche: sono antropologiche e politiche. Il cattolicesimo
pensa la comunità come corpo organico – la metafora paolina del corpo di
Cristo, con le sue membra differenti ma interdipendenti, è anche una metafora
politica. La comunità precede l’individuo, lo costituisce, gli dà forma. Il
bene comune è qualcosa di qualitativamente diverso che li trascende e li
orienta. La sussidiarietà – principio cardine della dottrina sociale cattolica –
significa che le decisioni devono essere prese al livello più basso e vicino
alla vita concreta delle persone, e che le strutture superiori esistono per
supportare, non per sostituire, quelle inferiori.
Nulla di tutto questo è sopravvissuto nell’architettura
reale dell’Unione. Ciò che ha prevalso è invece la logica del contratto
– che è una categoria protestante e anglosassone. Nel contratto, individui già
costituiti, già autonomi, già portatori di interessi propri, si accordano
liberamente per perseguire vantaggi reciproci. La comunità è il risultato del
loro accordo. E l’accordo dura finché conviene – finché l’utilità marginale
dell’unione rimane positiva per tutte le parti.
Calvino avrebbe riconosciuto la struttura del
ragionamento fondativo dell’Unione: il patto come fondamento, la norma come
arbitro e l’interesse come motore. Weber aveva mostrato come l’etica
protestante avesse generato lo spirito del capitalismo; si potrebbe dire con
analoga precisione che l’etica procedurale protestante ha generato lo spirito
della governance europea.
Il paradosso è che i tre cattolici – De Gasperi,
Schuman, Adenauer – avrebbero avuto gli strumenti concettuali per costruire
qualcosa di radicalmente diverso. La Dottrina sociale della Chiesa, da Rerum Novarum in poi, offriva un
pensiero politico articolato sulla comunità organica, sul corpo intermedio,
sulla dignità del lavoro, sulla priorità della coesione sociale rispetto all’efficienza
economica. Era un pensiero antiutilitarista nella sua struttura
profonda: diceva che l’uomo non è un massimizzatore di utilità, che la comunità
non è un contratto e che, dunque, il mercato non è l’arbitro ultimo dei valori.
Questo pensiero rimase largamente inutilizzato.
Perché? Per almeno due ragioni. La prima è contingente: il progetto europeo
nasceva in piena Guerra Fredda, sotto l’ombrello americano, e Washington non
aveva alcun interesse a finanziare e sostenere un’Europa che si organizzasse
secondo principi comunitari cattolici potenzialmente critici del mercato. L’Europa
doveva essere liberale, aperta e, soprattutto, atlantica. La seconda ragione è
più profonda: il cattolicesimo politico di De Gasperi e Schuman era
essenzialmente difensivo – voleva usare l’integrazione come argine
contro il comunismo e come strumento di pacificazione. Non aveva la forza
propulsiva di un progetto di civilizzazione alternativo. Quando si trattò di
scegliere tra il metodo funzionalista di Monnet e una visione più sostantiva
della comunità politica europea, prevalse Monnet. Prevalsero la tecnica e il
pragmatismo.
Da quel momento, la Dottrina sociale della Chiesa
rimase nel preambolo retorico dell’Europa – nei discorsi, nelle citazioni
ufficiali, nel pantheon dei padri fondatori – mentre l’architettura reale
veniva costruita secondo principi opposti.
Il soggetto implicito dell’Unione Europea è un
individuo già mobile, già decontestualizzato, già capace di muoversi tra
culture, mercati e sistemi giuridici diversi senza perdere orientamento. È il
professionista cosmopolita, il manager multilingue, il ricercatore che si
sposta da università a università. È, in definitiva, il self-made man
protestante proiettato su scala continentale: un individuo che si costituisce
attraverso le proprie scelte e i propri contratti, non attraverso l’appartenenza
a una comunità data.
Questo soggetto è figlio di una specifica tradizione
culturale – quella anglosassone, protestante, individualista – che viene però
presentata come universale, come la forma naturale dell’essere umano libero.
Ciò che invece non rientra in questo schema – il contadino calabrese, il
minatore della Ruhr, il pescatore greco, tutti coloro che costruiscono la
propria identità attraverso il radicamento in un luogo, in una memoria, in un
mestiere tramandato – viene trattato come residuo del passato, come elemento da
modernizzare, da rendere mobile, da liberare dalle proprie catene identitarie.
È questa la violenza simbolica fondamentale dell’Unione.
Essa presenta il suo modello come l’unico razionale, come la destinazione naturale
di ogni processo di emancipazione. Chi resiste è arretrato, tribale, quando non
apertamente sovranista. Chi aderisce è libero, moderno, agile – insomma, europeo.
La dicotomia è falsa, ma è stata oggi interiorizzata in modo così profondo da
sembrare ovvia a tutti.
Riconoscere le radici
anglosassoni e protestanti dell’architettura europea è necessario per capire
perché il progetto europeo abbia prodotto esattamente ciò che ha prodotto,
ossia un mercato senza comunità. Non si tratta di un tradimento delle
intenzioni originarie. È il compimento coerente di premesse che erano già lì,
nel primato della governance sulla
politica e nell’antropologia implicita dell’individuo contrattualista. Il
cattolicesimo politico dei padri fondatori era il volto presentabile di un
progetto che aveva un’anima diversa – più procedurale e anglosassone. La
Dottrina sociale della Chiesa ha fornito il vocabolario della legittimazione;
il pragmatismo empirista anglosassone ha fornito la logica del funzionamento.
Quando i due sono entrati in conflitto – e sono entrati in conflitto ogni volta
che si è trattato di scegliere tra coesione sociale ed efficienza di mercato,
tra radicamento e mobilità, tra comunità e contratto – ha sempre vinto il
secondo.
La distanza tra questi due
termini – comunità e contratto – è precisamente la distanza che separa un
popolo da un mercato. Un popolo condivide una memoria, un lutto, un destino. Un
mercato condivide un insieme di regole che rendono possibile lo scambio. Il
primo esiste anche quando smette di essere vantaggioso; il secondo smette di
esistere nel momento in cui smette di convenire. L’Unione Europea è stata
costruita sulla seconda logica fingendo di incarnare la prima. Questo è il suo
equivoco fondamentale – e la ragione per cui, ogni volta che la crisi ha reso l’appartenenza
costosa invece che vantaggiosa, il progetto ha mostrato la sua fragilità
strutturale.
Se l’Europa vorrà un
giorno recuperare qualcosa che assomigli a una comunità politica reale, dovrà
fare i conti con questa genealogia nascosta. Dovrà cioè riconoscere che il suo
deficit democratico non è un incidente di percorso, né è sanabile con un nuovo
trattato. È l’esito di una filosofia politica che non ha mai creduto davvero
nella comunità come forma di vita, ma solo nel contratto come forma di
convivenza tollerabile.
E che tra le due cose la differenza non è tecnica ma sostanziale, umana, ontologica.