L’Italia tra dissesti e disastri ambientali


Nei giorni scorsi sono stati iscritti nel registro degli indagati per la frana di Niscemi i governatori regionali della Sicilia, un atto dovuto ma fino a che punto efficace? Si vuole accertare le responsabilità procedendo celermente agli interventi o si cerca il capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica salvandosi all’ultimo secondo? Politica e Magistratura avrebbero potuto intervenire prima? Questa la domanda ancora oggi senza risposta.

Ci sono indubbie responsabilità della politica e degli amministratori ma anche, e soprattutto dei Governi via via avvicendatisi, Governi incapaci di imporre delle decisioni a tutela del territorio stanziando risorse economiche e pretendendo, dagli Enti locali, la realizzazione di tutti gli interventi a tutela dei territori. In assenza di queste buone pratiche, invocare un grande piano strutturale per  mettere in sicurezza il territorio rischia di essere l’ennesima dimostrazione di quella cronica disattenzione ai problemi reali anche quando si manifestano con forza e pretendono soluzioni. Se l’Associazione nazionale costruttori edili chiede al Governo di adottare «Un piano per l’Italia» contro il dissesto idrogeologico, decine di volte poche associazioni ambientaliste hanno invocato interventi straordinari senza mai essere ascoltati.  

Il dissesto del territorio è sinonimo di crisi strutturale che arriva da lontano e avrebbe meritato attenzione tanti anni or sono. Gli interventi auspicati, e universalmente giudicati indifferibili, sono anche i più difficili da realizzare, alle croniche difficoltà derivanti dal valzer delle competenze si aggiunge oggi l’aumento dell’energia, dei materiali da costruzione alimentando la spirale al rialzo di innumerevoli lavorazioni. Sarebbe stato sufficiente assumersi delle responsabilità anni or sono quando era già palese l’erosione dei territori a Niscemi e i costi sarebbero stati inferiori a quelli odierni, tuttavia piangere sul latte versato è sempre inutile. L’Italia si accoda intanto alla richiesta alla Ue di sbloccare il patto di stabilità ma siamo certi che eventuali risorse aggiuntive non finirebbero con l’essere fagocitate dalla spese di guerra? In ogni caso urgono decisioni coraggiose, interventi spiccioli, un piano organico di prevenzione, la pianificazione urbanistica con salvaguardia dei territori e dei centri urbani, lotta senza quartiere all’abusivismo respingendo sul nascere le pressioni  per deviare le risorse ad altri capitoli di bilancio.                                             

Chi aveva lavorato alla prima versione del Pnrr era consapevole dell’urgenza di certi interventi, poi sono prevalsi altri interessi e con loro è cambiata la finalità di tanti progetti. A pensarci bene un Pnrr europeo contro i dissesti dei territori sarebbe indispensabile con soldi a fondo perduto e prestiti a basso interesse da pagare nei prossimi decenni. Ma è proprio la finalità di questi interventi a stridere con gli obiettivi prioritari del paese che poi sono i processi di innovazione tecnologica, parte dei quali potrebbero per altro rientrare, sotto forma di sistemi di monitoraggio dentro il pacchetto di aiuti per combattere la vulnerabilità del territorio. Interventi strutturali ed ordinari restano per chi scrive la soluzione migliore se pensiamo come in meno di venti anni la spesa per le emergenze sia più che triplicata; poi intervenire a tragedie avvenute non aiuta certo a valorizzare la tematica della cura dei territori.

E per chiudere non possiamo eludere i ritardi della PA, basti pensare che solo il 20 per cento delle opere previste è stato realizzato e una buona parte delle risorse assegnate è ancora da spendere per mancanza di progetti, piani esecutivi, gare e appalti, affidamenti di opere. Il Governo pensa intanto di centralizzare gli interventi, forse presso la Presidenza del Consiglio, adottando procedure in materia di appalto in deroga alle regole vigenti; non è solo nell’accelerazione delle procedure burocratiche la via di uscita evitando al contempo di guardare nel loro complesso alle risorse idriche e infrastrutturali, alla erosione dei territori, alle inutili opere che hanno provocato dissesti. E non saranno di aiuto le facili e sterili ironie sui cambiamenti climatici o sulle energie rinnovabili, che poi restano parte del problema di fondo, ossia aver sottovalutato e dimenticato i problemi del territori allontanando le possibili soluzioni. 

Cosa abbiamo capito sulla frana di Niscemi ancora attiva | Wired Italia

Fonte foto: Wired Italia (da Google)

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