Il suicidio delle
sorelle Kessler ha portato alla ribalta il tema del suicidio assistito. In
Europa il suicidio assistito è legale in taluni stati con modalità diverse.
Ancora una volta la finestra di Overton è in azione. Il suicidio assistito,
diretto o indiretto che sia è comunque tale, in quanto se lo stato
offre i farmaci per determinare la fine della vita, a prescidere dalla
modalità di erogazione, è “complice di
un gesto di morte”. Il suicidio di stato è gradualmente passato da “diritto
alla buona morte (eutanasia) nei casi di malattie incurabili” al suicidio per
depressione o per irrisolvibili problemi esistenziali che causano inenarrabili
sofferenze. Lo stato erogatore di morte sostituisce con la sua azione
farmacologica la comunità che dovrebbe accogliere ed accompagnare verso il
“passaggio”. La morte di stato è il surrogato della comunità che non c’è. Senza
comunità non vi è il “senso” della
sofferenza, giacchè esso emerge dal dialogo e dalla tradizione etica che con il suo corpo vivo incarnato
nella comunità dona la resistenza attiva al dolore. La solitudine della libertà
senza limiti non può che produrre innumerevoli e polimorfiche tragedie. Nessun
farmaco o terapia riesce a sedare il dolore, poiché si cerca la relazione di
cura e di senso attraverso le quali infrangere le barriere del solipsismo,
pertanto il vuoto etico e sociale conduce verso la scelta di “anticipare la
morte” poiché prevale la paura e l’inquietudine dello smacco finale della
sofferenza. Siamo dinanzi ad un cambio di paradigma, poiché l’individuo “signore
e padrone della sua esistenza”, al punto che può decidere il genere a cui
appartenere, ora decide anche della sua morte. La solitudine caratterizza le
esistenze improntate ad una autodeterminazione illimitata. Nella solitudine si
inizia a morire.
Non sono necessarie
patologie senza speranza per richiedere la morte di stato, ma le possibilità
gradualmente si allargano fino a contemplare la morte da concedere su richiesta
a coloro che sono in buona salute fisica. La comunità in tal modo si libera del
fardello della cura dell’altro mediante il “diritto all’autodeterminazione” e
le finanze dello stato non sono scosse da inutili spese di sostegno ai fragili.
Incudere
Il mantra che si
ripete in modo ossessivo è l’inclusività. La nostra società a capitalismo
totale è rappresentata dalla propaganda
ideologica come la società più aperta e
più inclusiva della storia. Le differenze e le persone in stato di fragilità
dovrebbero essere, dunque, incluse nel paradigma liberista. Ora se ciò fosse
vero e corrispondesse a realtà saremmo in una società in cui le differenze non
solo sono tollerate, ma sono integrate. L’integrazione non è certo
giustapposizione di soggettività, ma relazione di senso. Dove vi è integrazione
relazionale la vita è un valore in sé che si traduce in progettualità e cura
dell’altro. L’inclusione capitalistica, purtroppo, è solo uno “spot per
legittimare e celare la tragica verità che tutti gli occidentali vivono e conoscono”,
ovvero l’inclusione è l’ingresso nel paradigma economicistico, in cui l’idolo
del successo e della crematistica (il mercato) chiede il sacrificio massimo ai
suoi sudditi: l’esistenza da modellare sul paradigma del mercato. Ogni
occidentale deve imparare a rinunciare alla sua umanità per omologarsi.
L’inclusione capitalistica ha valore solo se si è efficienti e vincenti,
pertanto il declino dell’esistenza con le sue sofferenze non è tollerato, al
punto che si preferisce uscire di scena piuttosto che affrontare le fragilità
che ogni vita comporta. La società inclusiva, dunque, dopo che si solleva il
velo che nasconde la verità è “in realtà escludente”, in quanto in essa prevale
l’atomistica emotiva del successo, per cui trascorso il momento di fulgore
nulla ha senso e tutto è sofferenza, per cui la morte può essere la via di
fuga. L’occidente capitalistico è nel segno del “nichilismo funebre”. Non pensa
che alla morte, perché l’ha rimossa e ha rinunciato a confrontarsi con essa. La
morte in tal modo avanza con la guerra e con le vite che chiedono di uscire da
una condizione di sofferenza priva di
significato. Lo stato si ritrae dall’economia
e consente alla “bestia selvatica del mercato” di dominare, essa entra nelle
vite determinando e perimetrando i confini della vita e della morte all’interno
del tritacarne liberista. La vita è niente e il mercato è tutto, pertanto
l’autismo emotivo in cui si versa e in cui si consumano le vite apre alla morte
quale ordinaria condizione che connota l’occidente. Siamo in una tragedia senza
precedenti, poiché la morte è la sostanza dell’occidente: morte è esistenza vissuta
nel culto di sé e della carriera; morte è soluzione delle controversie con la
guerra; morte è negazione della propria indole per adattarsi ai desideri del
mercato; morte è un’economia che non conosce lo scambio simbolico, ma si limita
al dominio e al saccheggio; morte è mercificazione di sé; morte è la precarietà
lavorativa; morte è trasformazione di ogni evento in vetrina per fare audience.
La morte è il fondamento dell’occidente ed essa si traduce in politica nell’incapacità
di costruire ponti e legami con le alterità, è la cultura della
denatalità/creatività che diviene modello di vita. Nulla nasce dove governa la
morte. Questa è la nostra inclusione, pertanto stupirsi dinanzi a fatti di
cronaca dolorosi risulta alquanto inopportuno, dovremmo invece cercare di
capire i retroscena della “nostra
società inclusiva” per uscire dalle logiche della morte che in questo periodo
storico sembrano prevalere. Le parole di Pessoa nella poesia “La morte è la
curva della strada” teniamole con noi:
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Lottare contro il capitalismo significa combattere per la vita con la sua dignità, la quale nei momenti di fragilità necessita di essere accolta non solo dai servizi dello stato, ma anche dall’abbraccio della comunità che si apre alla fragilità riconoscendosi in essa, tutto questo manca e da questo bisogna iniziare per riprenderci il senso dell’esistenza nella sua integralità.
Fonte foto: La Nuova Bussola Quotidiana (da Google)