Art. 44. Al fine di conseguire il
razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge
impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla
sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la
bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle
unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone
provvedimenti a favore delle zone montane.
Art. 45. La Repubblica riconosce la funzione
sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di
speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi
più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le
finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato.
Art. 46. Ai fini della elevazione economica e
sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica
riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti
stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.
L’Italia da un punto di vista giuridico è uno Stato
fortemente socialdemocratico. Gli articoli della Costituzione sopra riportati
lo dimostrano ampiamente. La proprietà privata è riconosciuta ma limitata per
legge. L’illimitato capitale privato non può che divorare il pubblico e
cannibalizzare i lavoratori con relazioni di sussunzione, pertanto la
Costituzione lo contiene fortemente. A
tal scopo la Repubblica italiana nell’articolo 46 della Costituzione prevede la
partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e favorisce
l’incremento della cooperazione e della mutualità. L’uomo socialista non può
che formarsi all’interno di relazioni sociali ed economiche che ne sostengano
l’affinamento paideutico sociale al fine di trascendere egoismi e chiusure
individualistiche. La Costituzione interviene anche sulle retribuzioni. Il
lavoro umanizza se è fonte di libertà dal bisogno e se la retribuzione consente
di soddisfare i bisogni primari e non solo. Il lavoro è fine e mezzo nel
contempo. Come fine è materializzazione relazionale dell’individualità e
conoscenza di sé all’interno della rete sociale, come mezzo è finalizzato, è il
caso di dire, a procurarsi il guadagno non per sopravvivere ma per vivere. I
tempi del lavoro devono essere tali da consentire nel tempo liberato dalle
necessità materiali di partecipare alla vita politica. Il bene per ogni essere
umano è dunque attualizzare la natura sociale e politica del medesimo:
Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione
proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente
ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata
massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge, Il lavoratore ha
diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può
rinunziarvi.
L’Italia è giuridicamente, ribadisco, uno Stato
socialdemocratico, ciò malgrado la Magistratura tace, divisa in correnti e spesso
schierata con i poteri forti, essa ha consentito in questi decenni di
liberalizzazione la distruzione dei principi costituzionali. Non è quasi mai
intervenuta nella difesa del modello sociale dichiarato dalla Costituzione.
Magistratura e politica spesso in contrasto per questioni di potere e di
schieramento politico delle correnti si sono ritrovate nel silenzio complice
che ha condotto alla distruzione antropologica e sociale della nazione. Lo
scollamento tra Costituzione e realtà è abissale e in questo abisso è una
intera nazione stritolata dalla violenza della privatizzazione e dall’arrogante
affermarsi di un individualismo senza limiti etici. L’avere ha divorato
l’essere, si potrebbe affermare, parafrasando un noto testo di Erich Fromm
“Avere o Essere?”. La distruzione pianificata di ogni senso sociale è oggi
pienamente realizzata. I Partiti che stilarono la Costituzione si sono
liberamente liquefatti per mutarsi in servi volontari del vincente liberismo.
L’abisso in cui siamo è tagliato dalla solitudine. Le manifestazioni “No Kings”
ancora una volta sono espressione del vuoto politico nazionale e occidentale,
per cui i giovani italiani importano e imitano
forme di protesta importate dagli Stati Uniti e si usa il “linguaggio
anglofono”.
Non è internazionalismo, è provincialismo. Si usa il
linguaggio del vincitore e si ignora la quotidiana tragedia di uno Stato che ha
tradito la sua Costituzione.
Ci si affolla anche nelle marce per la legalità, ma tutto è
illegale in un sistema sociale che ha aziendalizzato le istituzioni e la vita e
ha fatto del censo l’unico paradigma per accedere ai servizi. Il merito tanto
ostentato – c’è persino un ministero dedicato al merito che non c’è – è solo
una chimera, è la foglia di fico con cui celare che in Italia e in Europa è la
schiatta di origine a determinare il futuro dei singoli. Il re c’è ed è il
capitale, ma di questo nelle manifestazioni si tace per ignoranza, poiché le
scuole insegnano “chiacchiere” e le scuole politiche non ci sono. Tutto questo
è il nostro presente.
Il re c’è dunque, è il denaro e fin quando si penserà che i “mostri” sono singoli personaggi che con le loro scelte come divinità malvage spostano truppe e inceneriscono popoli il modo di produzione capitalistico potrà proseguire la sua corsa verso la distruzione antropologica, culturale e ambientale del cadente occidente. Protestare senza progettare stabili organizzazioni e progetti che impegnano gratuitamente è cosa gradita a “sua maestà il capitale” (volutamente in minuscolo).

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