A seguito dell’omicidio-suicidio di Federico Vella e della sua ex compagna, la stampa, la classe politica e i media si sono scatenati con la consueta retorica sul “patriarcato”: si è invocata la necessità di aumentare i fondi per i centri antiviolenza, si è chiesta l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, si è denunciata una presunta “cultura del possesso e della sopraffazione” che permeerebbe l’intera società italiana nei confronti delle donne. Il messaggio finale lasciato dall’uomo sui social — “Certi incastri sono così perfetti che, anche se li separi, la forma dell’altro ti rimane addosso per sempre. […] Sarò tuo anche se non posso più esserlo” — è stato letto come il manifesto di un dominatore. Sembrerebbe piuttosto, e in modo più preciso, l’epitaffio di una simbiosi patologica collassata in psicosi: il fatto che Vella fosse già in cura presso uno psichiatra àncora questa tragedia al dominio della clinica, non a quello della sociologia femminista.
Leggere questo evento attraverso la sola lente del “dominio maschile”
rischia di essere un riflesso ideologico che appiattisce la complessità umana
per compiacere il mainstream mediatico, occultando la vera natura del fenomeno:
non una lineare sottomissione biologica o socio-culturale, ma un profondo
conflitto psicologico interiore, in cui la vulnerabilità emotiva e i modelli di
attaccamento disfunzionali si saldano in esiti clinici fatali.
Una logica di possesso — ma non quella che si crede
Disturbi psichiatrici, dipendenza affettiva patologica e dinamiche di
possesso non sono, ovviamente, mutuamente esclusivi: possono benissimo
coesistere nello stesso soggetto, ed è anzi probabile che lo facciano nella
maggior parte dei casi reali. Il messaggio di Vella, letto con attenzione, è in
effetti anche una rivendicazione di possesso post-mortem (“sarò tuo anche se
non posso più esserlo” è anche questo). Ma qui è necessaria una precisazione di
metodo: questo saggio non intende né confermare né confutare la tesi, di stampo
storico-sociologico, secondo cui l’intera storia umana sarebbe la storia di
un’oppressione millenaria degli uomini sulle donne. Chi scrive la ritiene
infondata, ma discuterla non è l’oggetto di queste pagine.
L’oggetto è più circoscritto e, si crede, più utile: questi uomini non
diventano possessivi e incapaci di reggere l’abbandono perché crescono in
famiglia o a scuola vedendo modelli maschili che sottomettono le donne — non
esiste alcuna evidenza che Federico Vella, o la maggior parte degli uomini che
uccidono la partner, siano stati educati a “schiavizzare” le donne. Diventano
così, semmai, perché crescono in un contesto che sul piano psichico è
matriarcale: dove l’autorità affettiva reale è detenuta dalla madre, non dal padre,
e dove l’uomo non impara mai a reggere una separazione perché non ha mai smesso
di dipendere da una figura materna — la propria madre prima, la compagna poi.
Se si vuole affiancare una spiegazione strutturale a quella clinica del singolo
caso, è questa la struttura culturale rilevante, non quella indicata dal
discorso dominante.
La radice matriarcale e il “puer aeternus”
Per comprendere il sostrato culturale di simili collassi relazionali in
Italia è utile rovesciare il paradigma abituale. Come analizzato da Ernst
Bernhard, l’anima italiana non sarebbe forgiata dal patriarcato, ma
profondamente dominata dalla Grande Madre mediterranea, un archetipo che
pervaderebbe la vita sociale e psichica. In una civiltà di stampo matriarcale
l’elemento maschile rappresenta spesso il lato indifferenziato: l’uomo italiano
dispone di un Io relativamente debole di fronte all’inconscio materno e tende a
fissarsi in una condizione di “figlio di mamma” o di eterno adolescente (puer
aeternus).
In questa dinamica l’uomo non detiene il vero potere emotivo: vive una
psicologia di pubertà prolungata che lo espone al rischio costante di essere
sopraffatto dalla passione e dalla dipendenza. Quando la dipendenza è assoluta,
la separazione non viene vissuta come una perdita, ma come un annientamento.
L’omicidio, in questi contesti, non nascerebbe da un’autorità patriarcale, ma
dall’impotenza assoluta di un puer che percepisce l’abbandono della
compagna — investita del ruolo di madre-contenitore — come una sentenza di
morte psichica. “Sarò tuo anche se non posso più esserlo” è, in questa lettura,
la dichiarazione di un individuo che non ha mai raggiunto l’individuazione, per
il quale l’oggetto d’amore è inscindibile dal proprio sé: uccidere l’altra è,
nel delirio, l’unico modo per non perdere una parte di sé. Non dominio, ma il
grido di un Io mai nato.
Cosa hanno detto davvero i media — e perché sbagliano bersaglio
Nel caso di Vella la reazione mediatica non ha assunto, nella sua parte
più rumorosa, la forma di un’analisi sul controllo coercitivo: ha assunto la
forma dello slogan — “basta donne uccise in quanto donne!”, “basta patriarcato!”,
“uomini! Smettetela di ucciderci!” — accompagnato quasi meccanicamente dalla
richiesta di “più fondi ai centri antiviolenza”. A quanto risulta, però, la
vittima non si era mai rivolta a un centro antiviolenza: anche ammettendo che
ne avesse avuto uno sotto casa, la sua vicenda personale non sarebbe cambiata.
Il format è sempre lo stesso, indipendentemente dai fatti del singolo caso, e
questo è già un indizio che la lettura proposta dal discorso pubblico non nasce
dall’analisi del caso, ma vi si sovrappone a prescindere.
Chi scrive non ha interesse a impegnarsi qui in una confutazione punto
per punto della tesi secondo cui la società italiana sarebbe strutturalmente
patriarcale nel senso di uno svantaggio sistemico e millenario delle donne: è
un dibattito enorme, che meriterebbe altro spazio, e non è l’oggetto di questa
analisi. L’oggetto è più preciso: mostrare che l’attrazione di alcune donne per
uomini con certi tratti — dominanza, imprevedibilità, financo violenza
conclamata, come si vedrà più avanti — è una scelta libera, non un effetto
della sottomissione imposta da un sistema oppressivo; e che gli uomini che
sviluppano dinamiche possessive fino all’esito peggiore non sono il prodotto di
una scuola o di una famiglia che insegna loro a dominare le donne, ma il
prodotto di una formazione psichica di segno opposto — centrata sulla madre,
non sul padre. Le due tesi non sono la stessa cosa lette al contrario: la prima
riguarda la struttura del potere nella società; la seconda riguarda la genesi
psichica di un comportamento individuale. Questo breve saggio si occupa solo
della seconda.
L’Ombra del femminile: dominanza e ibristofilia
Se si vuole davvero analizzare la complessità delle tragedie relazionali,
occorre avere il coraggio di guardare anche al lato più oscuro delle dinamiche
di attaccamento — senza per questo spostare la responsabilità penale, che resta
interamente di chi uccide, sulla vittima o sulle donne in generale. Restando
sul piano descrittivo: l’attrazione che una parte del pubblico femminile prova
per uomini dai tratti dominanti, o perfino per autori di reati violenti, non è
un aneddoto isolato ma un fenomeno studiato in criminologia e sessuologia clinica
con un nome preciso, ibristofilia, coniato dal sessuologo John Money
negli anni Ottanta.
I casi documentati non mancano, né in Italia né altrove. Richard Ramirez,
il “Night Stalker”, ricevette centinaia di lettere durante il processo e fu
sposato da un’ammiratrice conosciuta per corrispondenza. Susan Atkins, complice
di Charles Manson, si sposò due volte in carcere con uomini conosciuti tramite
scambi epistolari. Salvatore Parolisi, condannato per l’omicidio della moglie
Melania Rea, ricevette a sua volta numerose lettere d’amore durante la
detenzione e avviò proprio tramite corrispondenza epistolare dal carcere una
relazione sentimentale che sarebbe poi proseguita con visite regolari.
Il caso di Gabriele Bianchi, condannato per l’omicidio di Willy Monteiro
Duarte, è istruttivo proprio perché smentisce l’immagine del criminale come
reietto sociale privo di legami. Agli atti dell’ordinanza del gip risulta che,
la notte stessa dell’omicidio, Bianchi e il fratello Marco stavano consumando
un rapporto sessuale con tre ragazze — delle quali lo stesso Marco Bianchi,
sentito a verbale, non ricordava il nome — pochi minuti prima di intervenire
nell’aggressione che sarebbe poi costata la vita a Willy Monteiro. Una volta in
carcere, le intercettazioni ambientali pubblicate da Repubblica hanno
documentato l’arrivo di lettere da ammiratrici, al punto da suscitare la
gelosia esplicita della compagna storica, Silvia Ladaga, che nelle stesse
conversazioni le definiva “schifose”. Ladaga — all’epoca incinta del figlio di
Bianchi — non lo ha mai lasciato: lo ha difeso pubblicamente durante tutto il
processo, conclusosi con una condanna all’ergastolo, e secondo le fonti più
recenti continua a visitarlo regolarmente in carcere insieme al figlio. La
combinazione — attrazione esterna alla coppia e fedeltà interna alla coppia,
nonostante l’efferatezza del reato accertato in giudicato — è precisamente il
pattern che la letteratura sull’ibristofilia descrive, e non richiede alcuna
estrazione sociale particolare della compagna per reggersi: la persistenza del
legame affettivo *dopo* la piena conoscenza del crimine è il dato rilevante,
non la sua estrazione borghese (che pure non si può ignorare).
La letteratura scientifica propone letture diverse e non tutte
convergenti. Lo psicologo Leon Seltzer parla di donne consapevolmente attratte
da uomini dominanti che riconoscono come sbagliati per loro; lo psichiatra
forense Park Dietz ha coniato l’espressione “serial killer groupies”; lo
psicologo Mark Griffiths propone una lettura evoluzionistica legata alla
percezione di “successo riproduttivo” del maschio dominante, in linea con
l’ipotesi più ampia sostenuta dallo psicologo evoluzionista David Buss sulla
desiderabilità storica di tratti di audacia e trasgressione. Il sociologo
Pettigrew ha documentato anche casi speculari, di uomini attratti da donne
autrici di reati violenti — la stessa dinamica esiste, seppur meno
rappresentata, in entrambe le direzioni. Va detto con altrettanta chiarezza che
questa letteratura resta minoritaria, che gli stessi autori la maneggiano con
cautela definendola un’ipotesi tra le altre, e che riguarda comunque una
minoranza di casi: non è una spiegazione generale della violenza di genere, ma
un tassello che la narrazione dominante tende a ignorare del tutto anziché discuterne
i limiti.
La narrazione mainstream impone di concepire il femminile unicamente come
un’entità passiva, biologicamente programmata per rifuggire la violenza.
L’osservazione empirica restituisce invece un paradosso che la sociologia
femminista — narrazione oggi dominante — preferisce non affrontare: il
magnetismo che certe caratteristiche esercitano su una parte non marginale del
mondo femminile, o, spostandosi dalla patologia criminale alla quotidianità,
l’innegabile fascinazione per dinamiche relazionali marcatamente asimmetriche.
L’attrazione per uomini dalla stazza fisica imponente, o portatori di tratti
caratteriali dominanti e tendenti alla prevaricazione, non è un’anomalia
statistica: i casi di Bianchi e Parolisi appena citati non sono eccezioni
isolate, ma la punta più visibile di un modello di attaccamento più diffuso,
che scambia la minacciosità per sicurezza.
La psicologia del profondo fornisce gli strumenti per decodificare questo
corto circuito. Privata culturalmente della propria aggressività assertiva, una
certa struttura psichica è spinta a ricercare quel tratto all’esterno di sé: il
soggetto fisicamente soverchiante, il prevaricatore o l’instabile diventa il
“gancio” perfetto su cui proiettare il proprio lato d’Ombra inespresso. In questi
casi si forma, sul piano psicologico, una vera e propria serratura letale tra
un soggetto infantile in cerca di un contenitore materno da cui dipendere (il puer)
e una struttura di personalità che, non responsabilizzata sulle proprie
pulsioni ancestrali, è attratta dall’energia grezza e potenzialmente
distruttiva del tratto dominante. Sono due mancanze che si attraggono fino a
combaciare: da una parte un istinto mai integrato, dall’altra una forza mai
elaborata. Il risultato è una dinamica di coppia in cui nessuno dei due è
realmente padrone di sé — e l’esito tragico, nei casi più estremi, è ciò che
accade quando due incompletezze si saldano in un’unica catastrofe.
Chi ci guadagna dal silenzio
La stampa mainstream e l’intera infosfera — dalle arringhe di circostanza
della classe politica, che trasforma ogni femminicidio in un’occasione di
autoproclamazione moralista, alle reazioni a orologeria delle influencer, fino
alla cassa di risonanza dei social, dove il dolore reale viene convertito in
like, story e tweet — tendono a non avere né gli strumenti né l’interesse a
parlare di simbiosi patologica, di dipendenza affettiva o di ibristofilia: il
rito espiativo è più semplice da raccontare della complessità clinica.
Attribuire l’omicidio di Federico Vella unicamente al “patriarcato” rischia di
assolvere la rete psichiatrica dal proprio fallimento (l’uomo era un paziente
clinico, non un ideologo). Applicare lo stesso schema a ogni tragedia
relazionale rischia di impedire l’analisi delle reali dinamiche di dipendenza
affettiva e di deresponsabilizzare l’individuo dal lavoro necessario sui propri
modelli di attaccamento.
La vera prevenzione non risiede in una generica educazione “antimaschile” imposta dalle scrivanie politiche, né nel negare l’evidenza — per quanto parziale — sull’attrazione per i tratti dominanti, ma nella cura psichiatrica per chi è clinicamente fragile e in una profonda responsabilizzazione psicologica di entrambi i sessi che tenga insieme, invece di scegliere per ideologia, i dati strutturali sul controllo coercitivo e la lettura clinica dei singoli casi.
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