In questi giorni, con il pretesto dell’anniversario dell’approvazione della legge n. 442 del 5 agosto 1981 (che abrogò la rilevanza penale della causa d’onore), nei social e nei media tradizionali vengono regolarmente pubblicati articoli – come il recente pezzo diffuso da Tgcom24 – che diffondono le solite falsificazioni femministe. Sfruttando la ricorrenza, si veicola una narrazione ideologica il cui unico scopo sembra essere quello di alimentare odio contro gli uomini, dipingendo il passato come un’epoca in cui “il maschio” aveva la licenza legale di uccidere impunemente le donne della propria famiglia.
Ma la realtà storica e
giuridica è ben diversa da quella che la vulgata odierna cerca di
imporci e in questo breve articolo cercheremo di smontare questo
altro pezzo di narrazione unilaterale.
La prima grande menzogna
da confutare, che rende articoli come quello sopracitato parziali e
fuorvianti, è l’idea che l’articolo 587 del Codice Penale fosse un
privilegio esclusivamente maschile. Al contrario, la legge parlava
chiaro: a beneficiare delle attenuanti del delitto d’onore erano
anche le donne. Se una donna sorprendeva il marito in una
relazione illegittima e lo uccideva (o uccideva l’amante di lui)
nello stato d’ira determinato dall’offesa recata al proprio onore,
godeva del medesimo, identico sconto di pena.
In secondo luogo, la
narrazione odierna omette sistematicamente un dato statistico e
criminologico fondamentale: la maggior parte delle vittime del
delitto d’onore erano di sesso maschile. Come evidenziano gli
archivi della giurisprudenza dell’epoca e le analisi di criminologia
storica sui fascicoli processuali (soprattutto nel Sud Italia), il
bersaglio primario e principale della vendetta d’onore era il
cosiddetto “drudo”, ovvero l’amante uomo o il seduttore1.
Perché il legislatore
sottolineava così apertamente e puniva la figura dell’amante uomo?
Perché la norma si basava su una precisa simmetria sociale:
immaginava che fosse l’uomo a cercare la relazione sessuale, a fare
la parte attiva. Il messaggio implicito del legislatore ai maschi era
inequivocabile: “se vai in giro cercando relazioni con donne
sposate, o se seduci la figlia altrui, rischi la vita”.
L’amante uomo diventava a tutti gli effetti la vittima sacrificale
designata da immolare sull’altare del decoro sociale.
A riprova di ciò, la cronaca giudiziaria è piena di casi in cui la società ha giustificato l’eliminazione fisica dell’elemento maschile. Un episodio su tutti: era il 1964 quando a processo per l’art. 587 c.p. finì un padre, un maestro delle scuole elementari, che aveva ucciso il professore della giovane figlia, reo di aver sedotto la studentessa diciottenne. L’imputato scaricò sulla vittima tutti i proiettili della sua pistola mentre il professore teneva lezione dinanzi a un certo numero di studenti. Il risultato? Fu condannato a soli 2 anni e 11 mesi.
L’uomo ucciso, in questo
e in migliaia di altri casi, era colpevole di aver preso
l’iniziativa. Ma la narrazione e la pubblicistica femminista (quindi
l’unica narrazione e l’unica pubblicistica ammessa e veicolata
nell’infosfera e in ogni agenzia istituzionale) produce una
rappresentazione degli eventi del passato innanzitutto parziale
(quindi sostanzialmente falsa) e in secondo luogo svincolata dalle
complesse coordinate socio-culturali dell’epoca. La sessualità è
sempre stata considerata e tutelata dalla società come una preziosa
risorsa femminile: per questo motivo esisteva uno stigma sociale su
talune condotte delle donne (e, del resto, che stigma potresti mai
avere su chi non dispone di quella risorsa?).
Ma di riflesso, proprio
per difendere quella risorsa, le condotte maschili erano sanzionate
nella loro totalità mille volte di più e mille volte peggio. L’uomo
che violava queste regole non subiva lo stigma: subiva la morte,
approvata dallo Stato. Senza contare le dinamiche di classe, dove se
un uomo povero lanciava uno sguardo di troppo a una donna
dell’aristocrazia, poteva essere giustiziato seduta stante; o ancora,
per andare più a fondo nella storia, pensiamo agli eunuchi, uomini
letteralmente castrati e mutilati pur di “proteggere” la
virtù delle donne.
Celebrare la fine del
delitto d’onore può essere pure un atto di civiltà. Ma usarlo come
strumento per riscrivere la storia, trasformandolo nella prova di un
inesistente complotto patriarcale mirato all’eccidio femminile, non è
solo storicamente falso: è l’ennesimo tentativo di nascondere come,
per secoli, la vita e il corpo degli uomini siano stati considerati
totalmente sacrificabili.
1 Il termine drudo è un vocabolo letterario italiano che significa principalmente amante, innamorato o persona fedele e devota. Oggi il termine è raro e si usa quasi sempre in senso spregiativo per indicare un amante segreto o illegittimo.
“Sedotta e Abbandonata” di Pietro Germi, 1964 (immagine da Google)