Riconversione ed economia di guerra


Mentre il Governo si prepara a militarizzare porti e aeroporti e le infrastrutture evitando scioperi con l’obbligo della riservatezza e del segreto attorno alla sfera militare, il movimento contro la guerra, o quanto ne resta, prova a dettare l’agenda del prossimo autunno.

Sullo sfondo l’alleanza con la Cgil, l’abbandono del sindacalismo di base che pur in questi anni è stato il solo ad attivarsi contro la guerra offrendo anche copertura giuridica attraverso la proclamazione di scioperi per altro poco partecipati, il cartello No Stop rearm Europe raccoglie posizioni assai variegate e in buona parte contraddittorie.

Questa alleanza vasta alla occorrenza sarà utile per un cartello elettorale di centro sinistra e al contempo si presta come strumento utile per rilanciare un modello organizzativo analogo ai social forum che speravamo, visti i risultati, fosse morto e sepolto.

E sullo sfondo di alleanze variabili e anche innaturali, di realtà silenti da sempre sulla Nato ma pronte a lanciare una mobilitazione nazionale contro la guerra in autunno si consuma l’ennesima strage delle umane intelligenze.

Non si parla mai abbastanza di economia di guerra e per questo evitiamo di far cadere il discorso su quanto accade e accadrà a numerose aziende riconvertite, in parte o in toto, da produzioni civili a militari. dovremmo fare riferimento allo spacchettamento di aziende e alla loro riconversione (in toto o in parte) a produzioni militari.

Iveco Group NV, ce ne parlano Bloomberger e Scenari Economici sta per essere venduta o meglio spacchettata, la cessione delle unità di difesa a Leonardo SpA e i veicoli commerciali all’indiana Tata Motors Ltd.

E l’arrivo di Leonardo è conseguenza del vivo interesse manifestato dalla multinazionale spagnola Indra, una delle aziende leader nel settore militare europeo che vanta straordinari risultati in borsa.

Salvare la produzione civile della Iveco interessa a pochi, l’intervento diretto del Governo italiano è finalizzato a conservare la produzione in campo militare nel nostro paese rafforzando il polo produttivo nazionale, per questo si parla di mantenere un asset strategico sotto il controllo nazionale. Stando a Scenari Economici, siamo davanti a una offerta arrivata dalla joint venture con la tedesca Rheinmetall AG per 1,6 miliardi di euro, debito incluso.

E sempre dalla Germania arriva una notizia interessante: in campo militare verranno reiterate le politiche di delocalizzazione produttiva già ampiamente sperimentate in campo civile e nel settore meccanico

Rheinmetall ha lanciato una nuova rete di produzione in Romania stringendo alleanze con aziende operanti nel settore della difesa, forti del fatto che il costo della forza lavoro è decisamente più basso. 

E in Germania la riconversione industriale è parte integrante di un piano da 200 milioni di euro destinato alla difesa, aziende che producevano componenti per la industria meccanica o locomotive ferroviarie sono già state riconvertite alla produzione di mezzi corrazzati destinati all’esercito o componenti di sistemi di arma. E stando al portale Infodifesa perfino rinomati marchi di auto di extra lusso stanno pensando ad investire nel settore militare.

Fonte foto: Borsa & Finanza (da Google)

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